Il percorso sinodale sulla famiglia, iniziato con la nota relazione “Il Vangelo della famiglia”, tenuta dal cardinale Kasper ai cardinali riuniti nel Concistoro del febbraio 2014, è arrivato al traguardo con l’Assemblea ordinaria dedicata al tema “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo” (Roma, 4-25 ottobre).

Per tre settimane, un’assemblea di 270 Padri sinodali, 14 delegati fraterni, 51 uditori e 23 esperti ha lavorato in modo intenso, – “faticoso”, con “orari scolastici” hanno detto diversi Padri -, producendo un documento organico in 94 punti sulla famiglia e la sua missione. Resta ancora un ultimo tratto del cammino, il più importante, che è affidato al Vescovo di Roma; i Padri sinodali, infatti, hanno chiesto, nella conclusione della Relazione finale (RF), che il papa “valuti l’opportunità di offrire un documento sulla famiglia”. Si tratterà di un’Esortazione apostolica, come ha già confermato il segretario di Stato cardinale Parolin, che con ogni probabilità verrà resa pubblica durante il prossimo Giubileo della misericordia.

 

Un Sinodo vero ed emblematico

Il “parlare con libertà e ascoltare con umiltà”, invocato da Francesco, supportato questa volta da un incisivo cambiamento del metodo di lavoro ha liberato il dibattito dalle briglie imposte dalla Curia nel passato e ha dato importanti risultati. Ha reso autentico e profondo il confronto, ha consentito ai vescovi di prendere coscienza piena della grande diversità che compone la cattolicità, infine, ha elevato la qualità dei documenti prodotti dai gruppi di lavoro (39 relazioni che offrono un interessante spaccato della Chiesa universale sul tema famiglia) e della Relazione finale. Alla fine, dopo le perplessità iniziali, la bontà del metodo adottato è stata riconosciuta apertamente.

Un Sinodo vero, ma anche un sinodo paradigmatico, “emblematico”, come l’ha definito il cardinale Turkson, presidente di Giustizia e Pace, che in un certo senso prefigura il modello di Chiesa al quale pensa Francesco.

La chiave interpretativa è fornita dai discorsi tenuti durante la celebrazione del cinquantesimo di istituzione del Sinodo e alla chiusura dei lavori sinodali. Non a caso il papa si è chiesto: “che cosa significherà per la Chiesa concludere questo Sinodo?”

L’esperienza delle diversità, geografiche e culturali, ha segnato profondamente i lavori e la consapevolezza dei Padri; essa è stata ripresa dal papa e riletta positivamente nella prospettiva dell’inculturazione: “abbiamo visto anche che quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo, per il vescovo di un altro continente […]. In realtà, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato”.

Paura e necessità della decentralizzazione

L’inculturazione è un compito che richiede necessariamente il decentramento. La questione è ritornata puntualmente durante tutti i lavori; si inizia a comprenderne l’urgenza, ma si teme possa incrinare l’unità della Chiesa. Il cardinale Damasceno Assis, arcivescovo di Aparecida (Brasile) e uno dei quattro vicepresidenti delegati dell’Assemblea, è stato il più esplicito e chiaro sulla questione: “La comunione con il papa è fondamentale, ma il principio di sussidiarietà prevede un maggiore potere alle Conferenze episcopali”, poi, portando l’esempio del Consiglio episcopale latino americano, ha aggiunto “Il Celam non si sostituisce alle singole conferenze episcopali, ma è al loro servizio, inoltre le sue assemblee sono convocate dal papa”. Come dire, il modello è già pronto e ha una sua tradizione, essendo stato creato nel 1955. Sulla questione, il giorno dopo la chiusura del Sinodo, è ritornato anche il cardinale Maradiaga, coordinatore del Consiglio dei 9, che ha dichiarato, a “la Croix” (edizione online), “la decentralizzazione potrebbe essere un tema molto interessante per un prossimo Sinodo”.

Le resistenze restano

Alla fine l’Assemblea ha avuto tra le mani la RF elaborata dalla Commissione dei 10, prima fatta oggetto di sospetti di manipolazione dei lavori e poi ampiamente lodata per il testo presentato. Tutti e 94 i numeri del documento hanno ottenuto la maggioranza richiesta dei due terzi.

Uno sguardo più ampio al tipo consenso ricevuto mette in evidenza il fatto che il tema del discernimento-accompagnamento-inclusione delle situazioni complesse sembra trovare impreparati molti vescovi. La spia migliore è l’esito delle votazioni dei 17 punti del terzo capitolo (Famiglia e accompagnamento pastorale) della terza parte della RF. Dieci di questi punti sono passati con una forte opposizione (i numeri 84,85,86) oppure con un’opposizione significativa (i numeri dal 69 al 76).

Le votazioni, in sostanza, hanno confermato quanto era già emerso lo scorso anno; c’è una consistente minoranza (74 su 183 nell’Assemblea del 2014 e 80 su 265 questa volta) che con difficoltà riesce a seguire il percorso dell’inclusione e della misericordia e più ampiamente del confronto con la modernità, che l’attuale Vescovo di Roma indica alla Chiesa del terzo millennio.

Un percorso sottoutilizzato

I sinodali di lingua francese, raccolti nel Circolo minore C, nella terza relazione di gruppo si sono chiesti “che cosa diranno i media delle nostre proposte”, ma la domanda vera è cosa diranno i fedeli.

Gli esiti di un evento complesso come il Sinodo necessitano di molti livelli di lettura, ma sulla parte che riguarda le sfide che aspettavano le risposte pastorali più difficili e che i Padri, in innumerevoli occasioni, hanno detto di voler affrontare con “coraggio e creatività”, si può dire che si sono fatti piccoli e timidi passi, aggrappandosi al n. 84 della Familiaris consortio, scritta da Giovanni Poalo II nel 1981, dopo un altro Sinodo dedicato alla famiglia.

La terza tornata dei lavori di Gruppo aveva fatto emergere, in modo trasversale, un deficit di approfondimento, che il gruppo di lingua tedesca, pur preparatissimo teologicamente, ha dovuto esplicitare così “I dibattiti hanno mostrato chiaramente che sono necessari alcuni chiarimenti e approfondimenti per esaminare meglio la complessità di tali questioni alla luce del Vangelo, della dottrina della Chiesa e con il dono del discernimento”.

Il percorso intersinodale doveva servire, secondo le indicazioni del Vescovo di Roma a “maturare le idee proposte” e a “trovare soluzioni concrete”; l’impressione è che questo tempo sia stato utilizzato in modo insufficiente.

L’impegno vero non era perdersi in polemiche o scrivere vari pamphlet, sostanzialmente simili a quelli del 2014, da far uscire alla vigilia del Sinodo, ma di ricercare “con vero discernimento spirituale”. Tre eccezioni vanno però citate: il seminario interdisciplinare promosso dal Pontificio consiglio per la famiglia (Roma, gennaio-marzo 2015); la giornata di studio organizzata dalle Conferenze episcopali di Francia, Germania e Svizzera (Roma, 25 maggio 2015); il seminario dei vescovi africani.

La Relazione finale, una porta aperta

Guardando il bicchiere mezzo pieno bisogna dire che molti sono i guadagni che offre la RF. Più che la disciplina essi riguardano gli occhi e lo spirito con i quali si guarderà a tutta la realtà della/e famiglia/e. Monsignor Van Looy, vescovo di Gand (Belgio), ha colto bene questo aspetto, dicendo in una conferenza stampa: “È finito il tempo del giudicare le persone, è l’inizio di una nuova Chiesa che ascolta, che accompagna, che è capace di tenerezza verso tutti”.

Il vero nodo critico, come già detto, riguarda discernimento-accompagnamento-integrazione delle situazioni “complesse” (nn. 69-86). Per i divorziati e risposati civilmente, senza dire se sia possibile la riammissione ai sacramenti, si fornisce un’indicazione di massima che recita “È compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo” (n. 85).

Tutto lascia pensare che sarà il papa a scrivere nell’Esortazione postsinodale quel di più che i vescovi non hanno osato dire, come hanno ammesso i sinodali di lingua spagnola: “Sembra che sul tema della vicinanza siamo tutti d’accordo, ma, che cosa succede quando si affronta l’accesso ai sacramenti?”. Le grandi differenze, continentali ma anche culturali, non hanno consentito di trovare una sintesi, perciò come dice un altro gruppo spagnolo “il dono migliore che possiamo fare al Santo Padre” è “di comunicargli i nostri dubbi e i nostri risultati, affinché possa, con l’aiuto dello Spirito, indicare alla Chiesa e al mondo la salvezza”.

E in diversi pensano che sarà così. “Il papa – dice ancora monsignor Van Looy – non solo avrà il documento finale, ma ha anche ascoltato e si è informato”, insomma si è fatto un’idea al di là della RF; un altro belga, mons. Bonny, vescovo di Anversa, si spinge oltre “È saltato lo schema di chi voleva contrapporre dottrina e pastorale. Papa Francesco ha la porta aperta per andare avanti”.

Attendiamo le meraviglie dell’anno della misericordia.

Franco Ferrari

Ripreso dal mensile “Missione Oggi” di novembre 2015.
Per ulteriori approfondimenti http://missioneoggi.saverianibrescia.it/main/pages/read.php?id=752

 


Novità di rilievo nel metodo di lavoro

L’istituzione sinodale con le due assemblee dedicate alla famiglia ha conosciuto una profonda rivitalizzazione, soprattutto per il cambiamento del metodo di lavoro introdotto da papa Francesco, anche sulla base dei molti suggerimenti avanzati dai Padri sinodali dopo l’assemblea straordinaria dello scorso anno. Tre le principali innovazioni.

La limitazione del ruolo del Relatore generale. In passato teneva una relazione introduttiva e una dopo una prima parte della discussione (Relatio post disceptationem), per orientare i lavori di gruppo; in questa assemblea c’è stata solo la relazione introduttiva.

La valorizzazione dei lavori di gruppo (Circoli minori o linguistici). Le sessioni in Assemblea generale sono state ridotte in modo sensibile (da 23 a 18) in favore di quelle dei Circoli minori che sono passate da 8 a 13. Il cambiamento ha consentito ai 13 Circoli, – composti di 20/30 membri -, un maggiore scambio di idee e di esperienze; inoltre, al termine della discussione su ognuna delle tre sezioni in cui era suddiviso il Documento di lavoro (Instrumentum laboris) dovevano presentare all’Assemblea generale una relazione condivisa.

La Commissione di 10 membri, nominata dal papa, per redigere la Relazione finale. La Commissione ha seguito passo passo i lavori per poter giungere alla presentazione di una relazione organica da sottoporre alla votazione dell’ assemblea generale. In passato questo compito era svolto da un gruppo ristretto. (ff)

 


La Chiesa, una piramide capovolta

Sabato 17 ottobre, la commemorazione del cinquantesimo anniversario di creazione del Sinodo ha offerto l’occasione a papa Francesco per rilanciare la riforma della Chiesa. Il Sinodo è una “preziosa” eredità del Concilio che fin dall’inizio del suo pontificato ha voluto valorizzare; però, il “camminare insieme” (fedeli, vescovi e Vescovo di Roma), non è di facile realizzazione e richiede un cambiamento di mentalità, che tocca quattro punti nevralgici della vita della Chiesa.

Il fiuto dei fedeli. Ogni cammino sinodale dovrebbe iniziare ascoltando il Popolo di Dio (qui ha giustificato i questionari antecedenti le due assemblee sinodali) perché, ha ricordato il papa, “il sensus fidei impedisce di separare rigidamente tra Ecclesia docens ed Ecclesia discens, giacché anche il Gregge possiede un proprio ‘fiuto’ per discernere le nuove strade che il Signore dischiude alla Chiesa”.

Il ruolo di servizio della gerarchia. La visione sinodale è anche la “cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico”. E qui il papa ha usato parole forti: nella Chiesa costituita da Gesù si sta “come in una piramide capovolta, il vertice si trova al di sotto della base. Per questo coloro che esercitano l’autorità si chiamano ‘ministri’: perché, secondo il significato originario della parola, sono i più piccoli tra tutti”. L’autorità sta nel servizio e il potere è quello della croce.

Il decentramento. Un tema ritornato più volte anche nel dibattito del Sinodo. Per Francesco “non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori”. Per questo avverte “la necessità di procedere in una salutare ‘decentralizzazione’ “, che riguarderà tre livelli: la Chiesa particolare, le Conferenze episcopali nazionali o regionali e la Chiesa universale.

Il ministero petrino. La sinodalità ha però conseguenze anche sul vertice della Chiesa cattolica. Nel ricordare che la questione era già stata posta da Giovanni Paolo II nel 1995 nell’enciclica Ut unum sint, Francesco ha ribadito “la necessità e l’urgenza di pensare a ‘una conversione del papato’ ” perché “Il Papa non sta, da solo, al di sopra della Chiesa; ma dentro di essa come Battezzato tra i Battezzati e dentro il Collegio episcopale come Vescovo tra i Vescovi, chiamato al contempo a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell’amore tutte le Chiese”

Dunque, non un discorso di circostanza, ma un intento programmatico che colloca questo Sinodo in una prospettiva molto più ampia e che va oltre il tema trattato e le sue conclusioni. (ff)

 


Il protagonismo dei vescovi africani

I vescovi africani, in un certo qual senso guidati dal cardinale Sarah (Guinea), prefetto della Congregazione per il culto, si sono presentati a questo Sinodo con una preparazione remota a livello continentale e una certa grinta.

Il Secam/Sceam (Simposio delle episcopali dell’Africa e Madagascar) ha tenuto un seminario (Accra/Ghana, 7-11 giugno), che si è concluso con un documento che esprime “la sintesi della posizione dei vescovi africani” sul tema della famiglia. Il testo, pubblicato in un volume in quattro lingue, è stato distribuito a tutti i Padri sinodali.

Inoltre, nove vescovi e cardinali hanno pubblicato presso le Paoline di Abidjan (Costa d’Avorio) il volume L’Afrique, la nouvelle patrie du Christ, come contributo di “pastori africani” al Sinodo. Il volume era in vendita nelle librerie di via della Conciliazione.

La grinta, invece, è apparsa con la presentazione di alcune osservazioni. Hanno lamentato che non ci fosse un rappresentante del Simposio (Palmer-Buckle, arcivescovo di Accra), che il Sinodo dello scorso anno sembrava seguire «una certa direzione, una particolare ideologia o agenda» (cardinali Napier e Sarah), che le questioni legate al matrimonio a tappe e alla poligamia dovrebbero essere lasciate alla decisione dei vescovi africani (Napier); infine, una questione già denunciata nel secondo Sinodo africano (2009), la neo colonizzazione ideologica, che pone come precondizione per gli aiuti economici, l’adozione di norme che sono considerate estranee ad alcuni valori chiave delle culture e dei sistemi di credenze africani. (ff)