Pubblichiamo l’intervento che il nostro socio e collaboratore Alessandro Bosi ha tenuto nel corso del Convegno su “Il Leviatano. Il sapere di fronte allo scandalo del male“, organizzato da don Umberto Cocconi nell’ambito della Pastorale Universitaria di Parma.

In un convegno sul male può essere di qualche utilità interrogarsi sul senso del male.

 

Credo che a tutti sia capitato a volte di chiedersi: “che senso ha il male?” Che questa domanda sia spontanea per il male ricevuto, è intuitivo. Ma sappiamo formularla anche per il male che provochiamo? Che rapporto ha il male col ‘senso del male’ e che cosa ne sappiamo, più in generale, del ‘senso’ che hanno le cose?

Spesso, raccomandiamo agli altri: “cerca di avere il senso delle cose”. Altre volte, sconsolati per la piega che prendono gli eventi, sospiriamo: “eppure, basterebbe avere un po’ di buon senso”. Il ‘buon senso’ sembrerebbe la merce a più buon mercato, per come lo auspichiamo e per come lo invochiamo. È invece materia assai rara, se consideriamo la difficoltà che incontriamo nel riscontrarla quando riflettiamo sui nostri comportamenti individuali e collettivi. Né ci sembra che i comportamenti istituzionali siano sempre ‘sensati’, se di continuo li critichiamo. Così constatiamo che, quando perdiamo il controllo sul ‘senso delle cose’, ne derivano conseguenze che giudichiamo un male. Ma le cose prendono sempre un senso che sfugge a ogni nostro controllo quando non sappiamo individuare, nelle singole situazioni, ‘il senso del senso che hanno le cose’. Tuttavia, sarebbe sbagliato credere che il male derivi propriamente da un difetto di conoscenza che abbiamo del “senso del senso che hanno le cose”. Propriamente, il male deriva invece dalla mancanza di una domanda (individuale, collettiva, istituzionale) sul “senso del senso delle cose” (nella situazione circostanziata che si sta considerando).

Due giorni prima che iniziasse questo convegno è giunta la notizia che in Brasile si fa strage di meninos del rua. Di questo eravamo informati da troppo tempo. Ma ora apprendiamo che gli ultimi e numerosissimi casi sono dovuti alla volontà di casi ripulire il paese perché sia presentabile in occasione delle prossime Olimpiadi. Scrive Elena Molinari (avvenire.it, 13 ottobre): ” nei primi nove mesi del 2015, che ha la sorte di precedere la kermesse delle Olimpiadi di Rio de Janeiro, nella capitale brasiliana sono “spariti” almeno 371 ragazzini di strada tra i 4 e i 15 anni. Tutti, denunciano le Nazioni Unite e la Conferenza episcopale brasiliana, sarebbero stati uccisi dalla polizia nel corso di una macabra operazione di ‘pulizia’ delle strade di Rio”. Negli stessi giorni abbiamo appreso che non si placa la furia iconoclasta di Isis contro Palmira. Scrive corriere.it: “Cinque giorni dopo aver decapitato su una piazza pubblica di Palmira Khaled al Asaad, 81 anni, uno dei massimi esperti siriani di antichità ed ex direttore del sito archeologico locale, l’Isis ha distrutto uno dei principali templi dell’antica perla nel deserto siriano. È quello di Baalshamin, a poche decine di metri dal teatro romano della città, dove la Stato islamico aveva inscenato alcune esecuzioni pubbliche”.

Sapevamo che il male abita le nostre città e ugualmente sapevamo che il male si scatena contro le nostre città che in ogni epoca sono state distrutte per depredare e cancellare la civiltà di cui erano portatrici.

Quale che sia il nostro personale giudizio sul male, siamo concordi nel dire che è male uccidere i bambini e sfregiare o distruggere le città. Ma questi giudizi si scontrano di continuo con un male che alza il tiro per come si sottrae alla nostra capacità di fornirne una qualche spiegazione. In questi casi, il male si sottrae anche al nostro sdegno reclamandone una dose aggiuntiva senza che noi si sappia pronunciare nuove parole che dicano la nuova situazione che si è creata. Questo soprattutto ci rende disarmati sicché percepiamo di essere in balia del male.

Proprio qui, nell’inadeguatezza delle parole che cercano il lenitivo nel pronunciare uno sdegno superiore a quello precedente, avvertiamo l’impotenza che rimanda al peso di un’eredita insopportabile. Quella che ci ha lasciato il Novecento. Il XX secolo ci ha insegnato molte più cose di quelle che avevamo appreso nei secoli precedenti e ci ha fatto intendere che, per il futuro, dovremo saperci organizzare se vorremo fronteggiare un diluvio abnorme di cose da includere nei nostri sistemi di vita. Tra le eredità che abbiamo ricevuto vi è quella di assumerci la responsabilità di dirimere, nelle cose che accadono, la complicità di civiltà e barbarie. Con l’esperienza dei campi di sterminio, quel secolo ci ha mostrato, in modo inequivocabile, di che cosa è capace l’uomo e di che cosa sono capaci le società degli uomini che consideriamo più colti e civili. Dicendo che abbiamo visto di che cosa sono capaci, non intendiamo affermare che ora conosciamo i confini ai quali, in quanto persone e società, possiamo giungere. Quanto a questo, abbiamo più volte superato per efferatezza i confini raggiunti dalla barbarie nazista negli anni successivi ai campi di sterminio e il XXI secolo mostra di procedere con passo spedito. L’enormità di una barbarie non si misura infatti soltanto col numero delle vittime e con l’oltraggio perpetrato ai danni della singola persona. Anche le motivazioni e il senso della barbarie hanno un peso. Per questo, la barbarie nazista è bensì una barbarie senza appello, “senza se e senza ma”, come usa dire, ma non assurge, come pure è stato detto, a “male assoluto”, che significa “sciolto da ogni legame” e, per questo, in un certo senso, male terminale, male ultimo, oltre il quale non si può procedere.

Non è così.

Vi è un profondo legame di senso della barbarie nazista con la storia. Lo dimostrano i criminali quando, a Norimberga, scaricano sulla storia, sugli ordini ricevuti da autorità superiori, sul principio stesso dell’autorità – Führerprinzip – le loro responsabilità. Personalmente coerenti nell’essere odiosi quanto lo erano nei campi di sterminio, ci richiamano alla nostra responsabilità di non aver capito, di non aver contrastato quell’enormità, di non aver avuto gli argomenti con i quali contrastare un’estetica che avrebbe travolto e obnubilato la storia. Tutto questo non accadde nel fragore della guerra, ma nei sussurri del senso dove eravamo gli uni accanto agli altri e non abbiamo saputo indicare un’altra strada a chi s’incamminava sui sentieri della barbarie. Per questo non vi è un “male assoluto”, essendo il male intrecciato al bene che non lo ha saputo contrastare, essendo, il male, la misura del “bene mancante” che ha consentito la catastrofe.

Quando poi si presenta “senza un senso”, quando la barbarie è scatenata da eserciti i cui generali e l’ultimo dei soldati non potrebbero mai impugnare davanti a un tribunale le argomentazioni addotte a Norimberga, quando la barbarie nelle vicende quotidiane sortisce da una palese “mancanza di senso”, da una pura e insensata violenza, quando accade tutto questo, e tutto questo accade di continuo, davanti ai nostri occhi esterrefatti, allora è il tempo di indossare nuovi occhiali per cercare di vedere quel senso che ci sfugge e che, probabilmente, non vogliamo proprio vedere. Occorre capire il “senso del senso che non c’è”, che non si rende evidente nelle parole con cui i criminali spiegano i loro atti e neppure in quelle dei loro giudici quando spiegano la condanna inflitta. Quando, in assenza delle parole che ci rendono ragione della barbarie crediamo che essa non abbia un senso e che per questo sia la più prossima alla pura bestialità, allora, ancora, noi stiamo cercando il pretesto per relegarla nel mostruoso, perché sia, un’altra volta, lontana da noi, dall’umano. Lontana dall’intatto umano che vorremmo, ma che sarebbe troppo umano per essere umano.

La nostra responsabilità consiste nel cercare e trovare le lenti che consentano di comprendere il “senso del senso che non c’è”.

Per meno non vale la pena d’impegnarsi.

Queste lenti vanno indossate “qui e ora”. A Parma.

È banalmente consolatorio dire che qui “invece”. Che ora, “invece”.

La barbarie nazista nacque nel migliore dei “qui e ora”. E divenne incontrastabile anche in ragione del rispetto che meritava per il turgido senso di cui si nutriva.

Parma non è un luogo di abominio. È invece il migliore dei mondi possibili. Ma qui la cultura della mafia alligna perché le istituzioni della democrazia fanno comunella nel sequestrare e monetizzare spazi pubblici così da strangolare chi non ha dove vivere. La figura del “fuoriposto”, di chi non ha dove stare, non solo perché non ha un tetto, ma anche perché non ha un ambiente sociale con cui relazionarsi, urla al mondo che la città ha perduto “il senso della città” perfino nella migliore delle città.

La città era il luogo più adatto per l’uomo che, con Aristotele, prende consapevolezza del suo essere animale politico proprio in quanto adatto a vivere nella polis. E la polis non è spazio misurabile e edificabile. È luogo. Il luogo che Enea cerca con una “disumana devozione al fato” (come è stato scritto autorevolmente) accettando di rimettersi in marcia da ogni luogo che aveva creduto di eleggere a propria dimora quando la dea gli dice che non è affatto il luogo per i suoi figli.

La città è il contenitore che si adatta al suo contenuto e questo contenuto consiste nel cittadino che fa politica in vista della democrazia. Questo e non altro è la città. Quando diventa spazio, la città diventa un’entità misurabile per gli edifici, i mercati, le strade.

La città che non è più luogo (contenitore che si adatta al suo mutevole contenuto, la cittadinanza) divenuta spazio misurabile, ben presto eccede ogni misura: diventa metropoli, megalopoli, città regione. Ma la città non ci preoccupa in quanto cresce nella misura, bensì per il fatto che la misura non è più nella disponibilità dei cittadini. La città diventa un illimite che si espande oltre il sé individuale e dentro di esso invadendolo in un soffocante panteismo urbano.

Quando questo accade, la città, che non è più da molto tempo nella disponibilità dei cittadini, non è neppure un concetto urbanistico. È invece la più potente infrastruttura del sistema produttivo e di quello dei consumi.

Qui, il senso della città come luogo della cittadinanza che in essa si riconosce come l’umanità nelle sue più svariate diversità è offesa al punto da divenire un selettore delle biodiversità umane: nella città non circolano i bambini, né i portatori di inabilità. I vecchi sono ritirati in ambienti chiusi e neppure le donne hanno libertà di movimento ovunque e sempre. La città diventa lo spazio monetizzato di attori esclusivi.

La città è il senso che non c’è nell’essere città. Ma non vedere il suo senso attuale è solo un insopportabile peccato d’inerzia culturale con la quale ci adattiamo al dato di fatto per cui, essendo le cose come sono, esse sono il modo naturale di essere delle cose.

Ma non è affatto così.

La città che sta davanti ai nostri occhi come la più potente infrastruttura del sistema produttivo e di quello dei consumi è in realtà il mezzo che si è sostituito al fine che la città dovrebbe essere.

I mezzi sono incolpevoli e senz’altro opportuni, quando fanno la loro parte. Diventano invece male e fonte di male quando si sostituiscono ai fini.

E dunque il male della città non è quello che constatiamo così odiosamente presente nelle sue strade, quello che ci rende insicuri e tremebondi per quanto esso dilaga. Il male della città consiste nel non essere più città. Il male della città è in noi che riteniamo di non poterla più neppure pensare in quanto città.