Il dibattito seguito alle traumatiche dimissioni di Marino ha inevitabilmente riportato in primo piano il tema delle primarie; ma, come capita spesso, per inquadrare correttamente la questione è necessario distaccarsi per un attimo dall’attualità politica e riflettere sulla “storia” di questo importante ma delicato istituto di partecipazione.

Le primarie, infatti, nascono alcuni ani fa come modalità di scelta del candidato sindaco della coalizione di centro-sinistra, all’interno di una rosa di nomi “graditi” o addirittura preselezionati dai vertici dei partiti. Col tempo però, e soprattutto con la sempre maggiore difficoltà di questi ultimi a trovarsi in sintonia con il proprio elettorato, le primarie sono diventate spesso un modo per designare candidati “alternativi”, espressioni della società civile e comunque non riconducibili alle “logiche” dell’apparato. Con i vantaggi, ma anche i rischi, che ciò comporta, come ben si è visto nel caso appunto di Roma.

 

Questa evoluzione storica del significato delle primarie può portare quindi ad una situazione paradossale per il centro-sinistra: quando cioè il candidato sindaco è “gradito” ai vertici dei partiti, rischia di non trovare il consenso della maggioranza dei cittadini al momento del voto (a Parma ne sappiamo qualcosa….); quando invece è scelto fuori o addirittura contro i partiti, magari vince ma poi (come è successo appunto a Roma) non riesce a governare per i contrasti con questi ultimi e con i consiglieri comunali, eletti all’interno di liste in cui i partiti hanno un peso preponderante. Naturalmente non è sempre così: vi sono Sindaci di grandi città che governano sia con il placet dei partiti che con il sostegno dell’opinione pubblica, e anche (come nel caso di Milano) Sindaci “outsider” che però col tempo si sono guadagnati stima e consenso da parte sia dei “vertici” che della “base”. L’esperienza di Roma può essere comunque utile per sfatare un mito, ovvero che sia possibile, o addirittura necessario, prescindere dai partiti per cambiare in meglio il governo delle città: il fatto che Marino sia stato etichettato come “un marziano a Roma” la dice lunga sulle difficoltà che incontra chi, con tutta la buona volontà, si candida per gestire una realtà amministrativa terribilmente difficile come quella della Capitale ( o di qualche altra metropoli) senza le necessarie competenze e conoscenze ( e, va subito aggiunto, senza nemmeno i giusti “agganci”). In altre parole, per risolvere la drammatica crisi della rappresentanza non servono le scorciatoie, affascinanti ma a lungo andare controproducentii, quanto piuttosto il dialogo sincero e costruttivo tra le parti migliori della società e della politica (che per fortuna esistono ancora).

Si parla di Roma, ma naturalmente il pensiero corre (anche) a Parma, dove si voterà tra un anno e mezzo; e visti i precedenti, al centro-sinistra, più che un chirurgo come Marino, occorrerebbe un buon psicologo….

Riccardo Campanini