L’imbarazzante vicenda dei tre tenori (più il quarto ingaggiato per le repliche), scritturati uno dopo l’altro come protagonisti dell’Otello che in queste ore sta inaugurando il Festival Verdi, e dei quali solo l’ultimo è effettivamente andato in scena, può sembrare una questione per “addetti ai lavori”, melomani e giornalisti in cerca di scoop.

Ma a ben guardare non è proprio così: se infatti il Festival Verdi è – o vorrebbe essere – il punto di forza dell’attività culturale della città; se “Otello” è sicuramente il titolo principale di questa annata del Festival; e, infine, se quasi sempre le sorti della penultima opera di Verdi sono strettamente legate alla prestazione del tenore, allora la cosa si fa decisamente seria. Non è insomma azzardato sostenere che dagli acuti di Otello dipenda un po’ anche la conferma, o la smentita, dell’eccellenza culturale di cui Parma va fiera.

 

Ci si può chiedere allora perché non sia stato possibile programmare con maggiori certezze questo fondamentale snodo del Festival Verdi, e più in generale l’intero cartellone, visto che anche il secondo titolo in programma – “Il Corsaro” – è stato caratterizzato da diverse defezioni dell’ultimo o del penultimo minuto. La domanda andrebbe naturalmente girata ai responsabili della manifestazione; ma a leggere i retroscena riportati dai quotidiani locali l’impressone è che, in una situazione di fortissima concorrenza tra i teatri di tutto il mondo per accaparrarsi i cantanti migliori (anche nel campo della lirica la globalizzazione è ormai un dato di fatto) , Parma e il Regio non godano più di quel “valore aggiunto” garantito dalla tradizione, dal prestigio e dalla storia. Insomma, detto in termini un po’ brutali, se fino a qualche anno fa i cantanti facevano a gara a venire a Parma anche a condizioni economiche meno favorevoli rispetto a quelle di teatri con più mezzi ma con minor prestigio, l’impressione è che oggi non sia più così, o almeno non sempre.

Alcuni giorni fa un noto e acuto giornalista parmigiano, scherzosamente ma non troppo, paragonava i numeri degli spettatori del “Festival Verdi” ai circa 150.000 fans accorsi al “Campovolo” di Reggio per il concerto di Ligabue. Il paragone è naturalmente improponibile per mille ragioni, eppure – sottolineava il giornalista – “in attesa di avvicinarci a Salisburgo, Bayreuth o anche solo al Rossini Festival, forse potremmo iniziare, tutti, a studiare il Campovolo Festival”. Di questa salutare provocazione si può prendere per buona almeno la prima parte, visto che a Salisburgo, Bayreuth e a Pesaro, sia pure nell’arco di diverse settimane, i numeri degli spettatori non sono poi così lontani da quelli del concerto di Ligabue (anzi, nel caso della città austriaca, addirittura superiori). Ma perché questo avvenga anche per il Festival Verdi, riprendendo un’abusata ma sempre valida metafora sportiva, bisogna che le rappresentazioni in scena al Regio siano sempre di serie A, anzi da “zona Champions League”: 10.000 spettatori per uno spettacolo di serie D si vedono solo al Tardini.

Riccardo Campanini