Il mondo attorno a noi grida di non starci più dentro, entro quei confini che gli sono stati imposti dalla geopolitica e che improvvisamente non reggono all’impatto di masse in fuga dalla guerra, dalla morte e dalla fame. Emerge con evidenza, e all’improvviso, l’inadeguatezza di un sistema internazionale che non sa affrontare una crisi globale, di cui il primo responsabile è proprio l’occidente.

L’occidente ha perduto la sua guerra e non sa affrontare la sconfitta, se non chiudendosi a riccio nei propri egoismi. È l’occidente che ha bombardato Afghanistan, Iraq, Siria e Libia, che ha cavalcato le cosiddette primavere arabe senza prevederne le conseguenze e che ora tardivamente ritorna indietro, rimpiangendo i dittatori che garantivano stabilità. E’ l’occidente di Bush padre e figlio, di Tony Blair e delle cosiddette armi di distruzione di massa che poi, come è stato rivelato, non esistevano affatto, di Sarkozy che deponeva Gheddafi per gli interessi delle sue compagnie petrolifere, con il risultato di consegnare la Libia al caos. E’ l’occidente che non ha capito che l’Africa non poteva essere perenne terra di conquista coloniale e che ora la sta perdendo, pezzo per pezzo, consegnata alla lenta ascesa economica cinese. E’ l’occidente delle misure contro la Russia, che vive la contraddizione di negare apertura a Putin, ma continua a dipendere dal suo gas e ora si trova a erigerlo principale antagonista dei tagliatori di gole dell’Isis.

 

E’ l’occidente che rivendica le proprie radici culturali nella Grecia antica e permette che un paese come la Grecia moderna si trovi in una situazione drammatica in cui la gente non ha soldi per curarsi. Lo stesso occidente che guarda impotente dalle televisioni di casa la distruzione dei templi di Palmira, uno per uno, patrimonio di tutta l’umanità, e non riesce a farci nulla, perché di guerre sante ritiene di averne fatte abbastanza, ma ora non fa nulla per rivendicare la conservazione di capolavori che avevano resistito oltre due millenni.

Ed è l’Europa, per prima, a non esistere più, su un piano politico, divisa al suo interno tra egoismi nazionalistici, diversi approcci alla medesima istanza che viene dal sud del mondo. Se Angela Merkel, con la sua mossa di accogliere chi fugge dalla disperazione, appare un gigante tra nanetti isterici, i muri reali o virtuali che si erigono ai confini geografici delle nazioni ci riportano indietro di secoli, ai troppi muri che una storia di progresso aveva saputo abbattere.

Anche a Parma viviamo il dramma delle guerre, come un eco a lontano.

Eppure i quattro lavoratori della Bonatti ancora in mano alle bande che si spartiscono la Libia del dopo Gheddafi ci chiedono nel silenzio delle tende, in cui, speriamo, stanno aspettando la liberazione, che senso abbia avuto per l’Italia accodarsi alla Francia nella guerra del 2011.

Romano Prodi ce lo disse l’anno scorso, quando parlò a Parma all’Aula Magna dell’Università, invitato dal Borgo: bombardare la Libia è stato a come bombardare un pezzo di Italia, le nostre imprese che lavorano là. Realpolitik? Oppure saggezza di chi sa guardare con competenza e razionalità la complessità delle questioni internazionali e ritiene che gli interessi finanziari nazionali o delle compagnie petrolifere non possano essere anteposti al bene comune?

Che risposta dare alle istanze di chi oggi chiede all’occidente un aiuto umanitario, ora che le loro nazioni sono dilaniate dalla guerra, dalla dittatura, dalla miseria? Cosa possono fare le comunità locali? E’ la domanda che ci poniamo come Circolo Culturale e su cui vorremmo lavorare e avviare un confronto con tutti.

Partendo da valori condivisi, riteniamo che cedere alla paura o scegliere la chiusura siano un errore epocale. Anche dovendo rifuggire, come è necessario, ogni retorica o semplificazione e comprendendo come un’Italia in crisi affronti con disagio, la questione della sicurezza. Ma la sicurezza non c’entra nulla con il dare asilo ai rifugiati. E’ una commistione ambigua, che ha il sapore acre del razzismo. La sicurezza si afferma con regole chiare, fatte rispettare da tutti e un sistema di controllo che non discrimina colore della pelle o provenienza geografica.

In questo contesto appaiono grotteschi, volgari, anacronistici i sit-in di chi non vuole i rifugiati ospitati vicino al proprio giardino, come è successo anche a Parma.

E’ il sintomo di una malattia sociale che porta a non comprendere come il mondo stia vivendo una fase storica, in cui l’occidente ha una sola carta da giocare ed è la civiltà delle sue radici di cultura, tolleranza, democrazia, solidarietà.

Paolo Scarpa