Una serata per continuare a confrontarsi sulla proposta lanciata dal Vescovo per Sant’Ilario, quella di “scommettere su una città aperta, prima di tutto a chi si trova in difficoltà, disposta anche a fare un passo indietro, se necessita, per camminare insieme con tutti”, e farlo con quel metodo comunitario che oggi sembra spesso dimenticato.

Come ha detto introducendo la Direttrice Caritas Cecilia Scaffardi, una serata dedicata alla riflessione per capire meglio chi è che oggi “non ce la fa” davvero, focalizzandone il problema sociale che viene avanti e per chiederci come laici e come comunità come siamo chiamati a rispondere.

Chiarissime le linee di cambiamento del tessuto familiare della nostra città presentate con lucida intelligenza da Pier Giacomo Ghirardini, esperto di statistica dell’Ente Provincia ma con la passione del laico che vive e s’interroga dentro la comunità cristiana, per farci accorgere come nei cambiamenti di una comunità si possano leggere tutti i suoi problemi più attuali.

Lo scenario del declino demografico

La loro radice viene dal lontano inizio del declino demografico di Parma, intravisto tempo fa dal prof. Lamberto Soliani: un forte incremento della longevità (80,3 anni per gli uomini e 85,3 per le donne), un tasso di fecondità ancora ben di sotto il tasso di sostituzione con 1,4 figli per donna, media costante da quasi otto anni dopo anni a valori ancora più bassi, una propensione a diventare madri in età sempre più avanzata (32,8 anni) con la conseguente minore probabilità di generare più di un figlio. Anche nella nostra città come in gran parte delle comunità più industrializzate del Settentrione il crollo delle nascite «storico» è avvenuto in anticipo rispetto alla media nazionale, in virtù anche di un mercato del lavoro che ha stimolato la partecipazione femminile: e ciò spiega perché i fenomeni legati al declino naturale e alla senescenza della popolazione incidano oggi in modo più cospicuo nella nostra città dove il tasso di natalità nel 2013 è pari al 9,2‰, un poco superiore al dato regionale (8,6‰) e italiano (8,5‰). Ma nonostante il cospicuo contributo della componente straniera, i decessi continuano a superare sistematicamente i nati vivi. La crescita demografica registrata nel nostro comune nel nuovo millennio è dovuta, quindi, per intero alla crescita della componente straniera della popolazione, determinata a sua volta dall’immigrazione e dalla progressiva formazione di nuove famiglie e dalla nascita, in loco, di nuove generazioni: fra il primo gennaio 2000 e il primo gennaio 2015, la popolazione residente totale è cresciuta di 21.279 unità, passando da 168.717 a 189.996 residenti; mentre, i residenti di cittadinanza straniera sono aumentati di 22.479 unità passando da 6.586 a 29.065, la cui incidenza sul totale della popolazione dal 3,9% è passata al 15,3%. L’immigrazione ha quindi invertito una dinamica demografica che, negli ultimi due decenni del secolo scorso, pareva votata al declino numerico, ma ha solo parzialmente mitigato il processo di invecchiamento: l’indice di vecchiaia è passato da 210,5% al censimento 2001 a 184,5% nel 2011, ma il confronto col 2011 evidenzia un dato peggiore della media regionale (171,2%) che si rivela grave rispetto alla media nazionale (148,7%). Gli anziani over-75 hanno aumentato la loro incidenza, passando dal 9,0% nel 1991 al 12,1% nel 2011, mentre nel 2015 l’indice di vecchiaia è sceso al 173,5% e l’incidenza dei grandi anziani al 12,0%.

Famiglia e famiglie a Parma

Per l’Istat esiste una “nuvola” di tipologie di famiglia composta di ben quarantuno elementi, tra i quali figurano anche quelle dove la solidarietà è definita “meccanica”, e lo smarrimento di qualsiasi punto di appoggio (solidum) su cui si basano le varie tipologie di famiglia, nella società liquida cara a Baumann, sembra sortire i suoi effetti finali, anche per la totale incertezza su cui è basata la vita economica del nostro come di altri paesi.

A Parma il numero delle famiglie è costantemente cresciuto fino al 2013, per assestarsi intorno alle 89 mila unità nel biennio successivo. A ciò è corrisposta una progressiva diminuzione del numero medio dei componenti che al censimento 1991 erano 2,5 per famiglia, scesi a 2,2 nel 2001 e a 2,1 nel 2011, dato questo inferiore alla contemporanea media regionale (2,3) e nazionale (2,4). Le più numerose risultano oggi le famiglie costituite da una persona sola: il 38,1 nel comune di Parma (34,4 in Emilia-Romagna e 31,2 in Italia) nel 2011. Aumenta quindi l’incidenza delle famiglie senza nucleo, composte cioè da 1 persona, o da genitore con figli non celibi/nubili che ritornano o rimangono a casa. Si tratta nel complesso di somme di solitudini, con un 30% costituito da anziani soli che possono contare sull’aiuto di un numero sempre più basso di discendenti. Qualcuno arriva persino ad affermare che si stanni ripresentando scenari del passato dove, per ragioni economiche, solo un figlio o figlia erano destinati al matrimonio. Anche i giovani soli (15-34 anni) sono in aumento: raggiungono il 13,5% a Parma, mentre l’incidenza dei separati legalmente e dei divorziati è più che raddoppiata fra il 1991 e il 2011, passando dal 3,1% al 6,9%. Le statistiche disponibili non ci consentono di quantificare il numero di nuove famiglie senza nuclei che si annida nel 29,8% di famiglie composte da due componenti, nuove famiglie formate, ad esempio, da un genitore anziano e un figlio divorziato. All’estremo opposto occorre infine sottolineare l’assoluta rarefazione delle famiglie numerose e dell’incidenza di quelle composte di due e più nuclei, ma c’è da chiedersi dove siano finite le famiglie che una volta erano definite «normali» (una mamma e un papà giovani o relativamente giovani, con uno o due bambini).

Continua la crisi della nuzialità con un tasso di matrimoni del 2,2 %: 424 quelli del 2013, 146 dei quali religiosi (34,4%). Dimezzato anche il numero di coppie giovani con figli.

Paradossalmente si assiste invece a un significativo aumento dei minori in età prescolare, cresciuti di oltre 3.000 unità dall’inizio del millennio: 877 sono figli di italiani e 2131 di stranieri, spesso con forti difficoltà d’inserimento.

Insomma in questi dati sembra si stia giocando l’idea stessa della sopravvivenza di una comunità nella sua identità sociale, fatto che richiede attenzione e impegno adeguati.

A Walter Nanni, del Centro Studi della Caritas italiana è toccato quindi tracciare il complesso quadro dello scenario attuale relativo a “povertà ed esclusione sociale”, alla ricerca di possibili risposte da parte della comunità civile ed ecclesiale.

Povertà economica

La Caritas, infatti – ha spiegato – mentre prende in carico le persone, ne raccoglie anche i dati per riflettere costantemente sull’evoluzione dei fenomeni e ripensare le modalità di risposta più rispondenti, e ciò sta avvenendo in ben 218 diocesi. Se fino al 2012 non sembravano esserci per Eurostat segnali di aumento della povertà economica, legata cioè al reddito medio, l’ISTAT ha invece registrato per il 2013 un aumento della povertà assoluta, legata al consumo medio pro-capite, con un valore del 9,9%. Ed è in questo scenario che Caritas sotto lo slogan “ti conto perché conti”è stata in grado di dichiarare il numero delle persone che stanno chiedendo aiuto nei suoi 3000 punti di ascolto, arrivando ad affermare che rispetto all’obiettivo di Europa 2020 che chiedeva di ridurre di 2.200.000 unità i poveri del nostro paese, siamo ben lontani da un traguardo che non riusciremo a raggiungere.

Il contrasto alla povertà sembra debba avvenire almeno a quattro livelli:

progettando meglio l’utilizzo dei Fondi europei

introducendo politiche nazionali/regionali più incisive e meno disperse

promuovendo iniziative socio-assistenziali locali

favorendo lo sviluppo di comunità, di solidarietà strutturata attraverso le reti informali, non sostitutiva dell’intervento pubblico ma da esso guidate in modo soft

Ciò che appare più chiara sembra la debolezza delle attuali risposte del nostro paese, caratterizzato oltre che da una sostanziale inadeguatezza del welfare, specie per quanto riguarda le nuove forme che sarebbe urgente introdurre, ma anche la scarsa tempestività degli interventi, mentre il tutto è aggravato dalle recenti politiche di austerity e di puro contenimento della spesa pubblica. Meno istruzione oggi, con le alte percentuali di abbandono scolastico cui si assiste spesso impotenti, è proprio chiaro a tutti che significherà paese più povero domani? Se i conti a posto vengono prima delle politiche sociali, ciò significa (ed è emblematico il caso del radicale dimezzamento del 2010 del Fondo nazionale per le politiche sociali) che i problemi che tali spese aiutano a risolvere non sono visti dai cittadini con la stessa evidenza con la quale essi vedono le buche nelle strade, trattandosi di dinamiche sostanzialmente “nascoste”. Ma il declino futuro di un paese è certezza quando si continua a tagliare spesa sanitaria, sociale e scolastica.

Altro fattore da modificare con urgenza è la dispersione delle varie erogazioni economiche da parte di decine di soggetti, tanti rigagnoli di bilancio e di spesa che se unificati potrebbero assicurare quel “reddito d’inserimento” che è già patrimonio di tanti paesi europei, mentre noi andiamo avanti senza trovare il coraggio di un vero riordino.

Nuovi modelli di risposta

Sembra quindi ormai giunto il tempo di muoversi non più per ambiti ma per sistemi territoriali, attraverso sinergie muti-livello, puntando a soluzioni complesse che coinvolgano i diversi portatori d’interesse: volontariato, imprese sociali, pubblico, donatori, imprese, cittadini associati e non, come sta già avvenendo in Piemonte con il progetto “WE CARE” condotto da una “leggera” regia pubblica. L’innovatività di queste soluzioni sta nella consapevolezza che senza creare lavoro risulta impossibile risolvere il problema della povertà e che il welfare, invece di essere visto solo come una voce di spesa, può diventare occasione di sviluppo socio-economico, anche nella forma della rete di solidarietà spontanea tra famiglie più diffusa nei paesi del nord-europa. Così come il lavorare alla ricostruzione dell’identità di ogni singola persona in stato di povertà diviene spesso, e proprio nel cammino di accoglienza, occasione per scoprire nuovi orizzonti e risposte più adeguate al loro specifico e personale problema.

Concludendo dopo gli interventi seguiti ai due interessanti contributi di riflessione proposti, e ringraziando per il coraggio dimostrato dai partecipanti che hanno accolto una data così insolita, il Vescovo ha richiamato la necessità che, proprio a partire dalle ricche riflessioni ascoltate, si possa proseguire con l’individuare alcune linee d’intervento, come ad es. quella delle famiglie con figli minori che attraversano oggi difficoltà sempre maggiori senza aiuti da parte della collettività, per costruire risposte collettive più adeguate ai problemi della povertà e dell’esclusione sociale a essa connessa. Un modo anche questo di ricostruire il volto della nostra città.

Federico Ghillani