“Le sentenze non si discutono, si rispettano” recita un’aurea massima del diritto, e non è certo questa la sede per metterla in discussione. Eppure, dato che la giustizia non vive in un mondo astratto ma nasce e si evolve nel contatto con la concreta realtà storica, può essere utile cercare di capire da dove hanno origine alcune recenti sentenze sulle quali si è aperto un vivace dibattito, e precisamente la pronuncia della Corte Costituzionale sul blocco delle pensioni e quella del Tribunale di Milano su Uber App.

Due decisioni molto diverse, in relazione sia all’organo che le ha pronunciate sia alla materia della pronuncia, ma che in qualche modo sono accomunate da una lettura “conservatrice” dei diritti (o dei privilegi, a seconda dei punti di vista) dei pensionati in un caso e dei tassisti nell’altro. Diritti che, a parere dei giudici, sono prevalenti rispetto all’ interesse “generale” di un miglioramento dei conti pubblici, che sarebbe derivato dal blocco delle pensioni, e di una maggiore disponibilità ed economicità di mezzi di trasporto garantito da Uber.

In questo senso, riprendendo quanto si diceva all’inizio sulla “storicità” della giustizia, le due sentenze rispecchiano fedelmente una società, quella italiana, che nonostante le apparenze guarda ai cambiamenti con un atteggiamento prevalente di timore e di sospetto; e d’altronde, farebbero notare i demografi, come potrebbe essere diversamente vista la netta prevalenza nel nostro paese delle classi di età mature se non anziane? E, si badi bene, questa resistenza al “nuovo” è comune a tutte le posizioni politiche: da una parte, a “sinistra”, si esprime con un’opposizione alle riforme (il lavoro, la scuola) che, al di là del legittimo dissenso sul merito delle stesse, appare spesso pregiudiziale e “a prescindere”; dall’altra, “a destra”, con la chiusura e la paura nei confronti degli immigrati, visti unicamente come portatori di problemi e di preoccupazioni.

E’ evidente però che se il contesto è questo, fare le riforme – che pure tutti chiedono (a parole) – diventa oltremodo difficile, e quindi prendersela con la classe politica che non vuole (o forse non può) farle è un esercizio facile quanto inutile.

In questo quadro preoccupante ci sono però anche segnali positivi, cui hanno dato giustamente spazio alcuni giornali: ad esempio, tornando all’argomento iniziale, ha piacevolmente stupito il fatto che diversi pensionati beneficiari della sentenza della Consulta abbiano chiesto di rinunciare agli arretrati loro dovuti e di devolvere la cifra corrispondente a categorie maggiormente svantaggiate. Come ha scritto una commentatrice, “è una lettura consolante, che dà voce ad un cultura civile e ad un interesse per il bene comune” forse più diffusi di quanto non si creda. E – si può aggiungere- è anche il segno che in tanti cittadini è presente un senso di giustizia innato e spontaneo, inevitabilmente diverso da quello esercitato nelle aule dei Tribunali, ma anche da quello, sommario e primitivo, invocato di fronte a taluni fatti di cronaca; in una parola, popolare (come recita la Costituzione, la giustizia viene amministrata “in nome del popolo”), ma non populista.

Riccardo Campanini