Venerdì 29 maggio si è tenuto a Parma, alla presenza dei parlamentari PD parmigiani, un convegno con Gero Grassi, vicepresidente del gruppo PD alla Camera, e componente della Commissione sul delitto Moro, dal titolo “Chi e perché ha ucciso Aldo Moro”.

Gero Grassi, come si può verificare sul suo sito www.gerograssi.it, ha fatto un lavoro impressionante di sintesi della corposissima letteratura, giudiziaria, parlamentare ed altro (circa mille libri!) sulla tragica vicenda di 37 anni fa.

 

La sua interpretazione è che la storia ufficiale andrebbe completamente riscritta: Aldo Moro è stato materialmente ucciso dalle Brigate Rosse, ma è stato lasciato solo, non lo si è voluto salvare, e quindi esisterebbero complicità almeno morali nella sua morte.

Intanto io consiglio qualunque cittadino italiano che vuole avere un’idea più chiara dello stato democratico in cui vive, della sua storia, ed anche in questo modo del suo presente e futuro, di leggere le carte sintetizzate da Gero Grassi, le cui valutazioni verbali, espresse nel Convegno, possono poi essere condivise in misura maggiore o minore – ma la documentazione è lì, a dimostrare che davvero qualche conto non torna.

A questo punto mi permetto qualche riflessione personale, di cui naturalmente mi assumo la piena responsabilità. All’epoca dei fatti ero un giovane di 20 anni, ma ero già interessato alla politica, non ricordo se già militavo nella Democrazia Cristiana, se non ero iscritto stavo per farlo, ed ero vicino all’on. Andrea Borri, tra i fondatori del nostro Circolo, che apparteneva alla componente morotea del partito. Mi sentii quindi ben partecipe della vicenda.

Personalmente ero favorevole alla linea della fermezza dello Stato e del partito, come mi pareva fossero la gran parte dei democristiani, e anche molti nella corrente dello stesso Moro. Ritenevo che l’intavolare una trattativa ufficiale (non parlo di quelle eventuali della famiglia, magari utilizzando canali ecclesiali o altri ufficiosi) con le BR sarebbe stato un errore politico, che le avrebbe legittimate come una forza rivoluzionaria della sinistra, in concorrenza con quelle parlamentari, e questo avrebbe potuto destabilizzare la democrazia nel nostro Paese.

Oggi, paradossalmente, su questo punto non direi di avere cambiato parere, mentre Grassi sembra un “trattativista”, ma, alla luce delle conoscenze, o almeno dei dubbi, emersi, che constato autorevolmente confermati dal lavoro di questa Commissione Moro, e da quello specifico di Gero Grassi, mi permetto di inquadrare in un modo più ampio e per alcuni aspetti diverso la vicenda, che a mio avviso in altre condizioni non si sarebbe nemmeno dovuta verificare.

Bisogna intanto appunto inquadrare il periodo storico: negli USA è presidente il democratico Carter, ma la sua presidenza non può certo definirsi un successo in politica estera, e contro di lui sono scatenati gli ambienti neo-conservatori (anche di provenienza democratica, si pensi alla Kirkpatrick), che poi porteranno alla presidenza Reagan. Da anni si scontrano due strategie di confronto con l’Unione Sovietica: quella della tradizionale guerra fredda,  ma non tanto fredda in certe parti del mondo, ed una invece che, considerando l’avversario più forte di quanto non lo faccia la prima scuola, punta a indebolirne l’attrattiva,  almeno in Occidente, in modo più graduale e raffinato.

A metà degli anni ’70 si verifica un paradosso con l’Unione Sovietica: economicamente, per chi ha queste informazioni, come gli USA le hanno, è già un gigante coi piedi d’argilla, ma nel Terzo Mondo e negli ambienti giovanili di molti paesi occidentali le idee di sinistra che portano alla fine acqua al mulino dell’Orso sono diffuse e addirittura in crescita. In particolare è in crescita il consenso ad alcuni partiti comunisti europei, specie al PCI. Ma agli osservatori più attenti non può sfuggire che questo consenso crescente si basa non sui temi tradizionali del mondo comunista di ispirazione sovietica, che al contrario sono in crisi, ma su temi nuovi, in particolare in Italia argomenti di costume: il divorzio, l’aborto, i diritti dei giovani e delle donne… E’ naturale che ad una classe dirigente del PCI attenta a questi processi – e Berlinguer certo lo era – questo non sfugge, e pertanto, sia pure con molta attenzione alla diplomazia, si avvia a metà degli anni ’70 un loro sganciamento dall’ortodossia sovietica, quello che viene definito Eurocomunismo.

Ai neo-conservatori questo sembra solo un trucco tattico, o forse questo fanno credere, perché è invece probabile che sappiano, con le informazioni di cui dispongono, che in Unione Sovietica l’eurocomunismo dà davvero fastidio, avendone compreso i rischi per loro. Agli ambienti liberal USA invece appare come una strategia di socialdemocratizzazione dei partiti comunisti occidentali, e di eradicazione quindi del comunismo dall’Occidente, per via graduale, così come 15 anni prima in Italia si era socialdemocratizzato il PSI, staccandolo dal PCI e facendolo addirittura fondere, per un periodo, col PSDI, partito notoriamente finanziato e controllato da ambienti americani (in particolare alcuni sindacati), e si erano condotte azioni simili in Germania ed altri paesi. Pertanto l’eurocomunismo e le sue conseguenze possono essere accettate, purché il processo sia tenuto sotto controllo.

Si noti che il regista dell’entrata nel governo del PSI era stato Moro, con Fanfani, così come è Moro il regista dell’ingresso del PCI in area governativa col cosiddetto “compromesso storico” – e forse non a caso Fanfani sarà per la trattativa con le BR.

Ma più interessante è il ruolo di Andreotti. Il “divo” è sempre stato ritenuto, ancor prima che uno statista, come certamente era, una vera longa manus degli USA e del Vaticano nel governo italiano. All’epoca del primo centro sinistra Andreotti è contro, ma con le larghe intese col PCI la sua strategia si evolve: è lui il garante che l’operazione sia accettabile per gli USA. Personalmente trovo la cosa assolutamente self-evident: mai Andreotti si sarebbe prestato a presiedere quel governo senza il placet degli ambienti USA che lo avevano patrocinato.

Ma in questo frangente negli USA c’è divisione, e sta prevalendo l’altra linea. Che, en passant, sarà poi quella storicamente vincente: Reagan costringerà la traballante economia sovietica ad esporsi ad investimenti militari eccessivi, e ciò concorrerà a produrre nel medio termine il crollo del comunismo di URSS e satelliti. Si noti che con la Cina, già con Nixon, passa una linea del tutto diversa, e infatti là il comunismo, riformato, c’è ancora.

Andreotti, non molto tempo dopo la morte di Moro, insieme con Craxi, cambierà bandiera, seguendo le indicazioni dei vincenti neo-conservatori, e realizzando col CAF governi chiusi al PCI ed alle istanze di sinistra. Governi tra l’altro caratterizzati da panem ed circenses, demagogia che è tuttora la causa prima del debito pubblico italiano, la piaga d’Egitto che ancora abbiamo sul gobbo, ciò che non interessa più di tanto ai nostri protettori, da quando non siamo più frontiera della cortina di ferro.

Ma nel 1977 i neo-conservatori non possono ancora contare su Andreotti: possono invece contare su Gelli, la P2, il fascistume romano, su certi gladiatori, e quel sottobosco di mediocri arrivisti che infestano l’amministrazione, le forze armate, le forze dell’ordine, i servizi. Questi ultimi, efficienti non sono mai stati, se non a realizzare quel che gli veniva chiesto da questa o quella entità USA più o meno ufficiale, ed erano stati ulteriormente indeboliti ad arte nella fase precedente, per lasciare campo libero alle azioni più spregiudicate che un certo mondo USA aveva in mente per l’Italia, quali le aveva già realizzate in alcuni paesi dell’America Latina o in Grecia.

Le BR non le ritengo un fenomeno artificiale, nell’Italia di quegli anni ci potevano ben stare. Però ci sta molto meno che si siano potute muovere come si sono mosse. Le inefficienze nei loro confronti, una volta arrestato Curcio (il quale come sappiamo non era peraltro un sanguinario), sono state plateali. Vi è stata una oggettiva convergenza tattica tra la loro strategia e quella piduista, di tentativo di destabilizzazione della politica italiana per come era e per come si stava evolvendo.

Nello specifico del caso Moro, io ritengo che volutamente queste forze, che avrebbero dovuto tenere in mano l’ordine pubblico in Italia, ed il contrasto al terrorismo rosso come a quello nero, non abbiano seriamente prevenuto le azioni delle BR, azioni che io reputo autonome, ed abbiano gestito con voluta superficialità le successive indagini: tralascio i particolari, che ormai sono abbastanza noti a grandi linee, anche se non in certi dettagli, peraltro importanti. Importanti perchè Grasso esprime in base a certe interpretazioni una posizione ulteriore, che io non so se condividere, e cioè che in sostanza le azioni stesse delle BR siano state teleguidate per portare alla morte di Moro, e quindi alla fine della collaborazione di governo col PCI.

Solo successivamente al delitto Moro, comunque, verrà mobilitato il generale Dalla Chiesa, il quale, con una sua forza autonoma (necessariamente tale, per evitare le infiltrazioni, non tanto dei brigatisti, quanto dei piduisti), infatti liquiderà le BR in un tempo relativamente breve e in modo quasi definitivo. Per completare il riferimento all’amara storia italiana di quel periodo, Dalla Chiesa, con queste azioni, si inimica i foschi ambienti di cui sopra, e di conseguenza verrà poi consegnato di fatto alla mafia che liquiderà lui.

Credo poi che sulla vicenda Moro le posizioni dei vertici della politica italiana di allora, il presidente del Consiglio Andreotti, ed il Ministro degli Interni Cossiga, quest’ultimo oltretutto della sinistra DC, siano state quanto meno discutibili.

Il primo, fiutato il vento prevalente che arriva dagli USA, si pietrifica allineandosi alla cattiva volontà degli ambienti piduisti nel condurre le indagini; forse si è fatto carico persino di raffreddare quegli ambienti vaticani che si sarebbero spesi per la trattativa (così sembra far capire la vedova Moro che teneva contatti personali con Paolo VI). Certo per me Andreotti era ben lontano dall’essere l’assassino di quello che era stato il suo predecessore in FUCI, e collega di partito per oltre 30 anni, diversamente da quanto sostiene Imposimato Ma certo non gli era amico, come non erano amiche le famiglie, tant’è che omise di farsi vivo, anche solo umanamente, con Eleonora Moro, durante il rapimento e dopo la morte dello statista. Il che è anche cristianamente inaccettabile: ma l’accoglienza che avrebbe ricevuto a casa Moro una sua visita o anche una telefonata è immaginabile.

Quanto a Cossiga, penso che dietro l’immagine di uomo di governo, nel 1978 fosse già quella persona poco equilibrata che poi mostrò apertamente di essere a partire da un certo momento della sua successiva Presidenza della Repubblica. Evidentemente aveva un ruolo importante nel sistema Gladio, come lui stesso poi sostenne, ma credo che ritenesse di averlo in un’ottica del tutto diversa dal mondo piduista, in qualche modo in continuità con la Resistenza bianca, anche se per ragioni biografiche a questa non aveva partecipato. Forte di queste convinzioni, forse pensava davvero di potere gestire la vicenda Moro arrivando sia pure in extremis a salvare quello che per lui credo fosse davvero una persona cara. Ma Cossiga, come dichiara la vedova Moro, era nella sostanza persona inaffidabile, e fors’anche mitomaniaca. Nella vicenda Moro lo si ricorda in particolare per avere affidato la commissione operativa alla nullità del sottosegretario Lettieri (indecorosa per le istituzioni la sua testimonianza in Commissione all’epoca), e per la presenza nel suo comitato di esperti di un americano, Pieczenik, personaggio in cerca di autore, che se ne tornò a casa con le pive nel sacco dopo tre settimane, per poi sostenere dopo 30 anni di essere stato parte di un’azione americana per far fuori Moro.

Le BR avevano già ottenuto il loro risultato politico nel dimostrare all’Italia, al mondo e agli USA in particolare di essere in grado di rapire uno degli uomini politici più importanti dell’emisfero occidentale. A mio avviso, se lo avessero rilasciato in vita, avrebbero probabilmente destabilizzato il paese assai più di quanto fecero uccidendolo. I contenuti delle lettere di Moro lo fanno capire chiaramente, non tanto perché lui poi avrebbe messo in piazza chissà quale segreto di Pulcinella tipo Gladio, quanto perché dopo il suo rilascio tante carriere di tante persone degli ambienti romani sarebbero state a rischio per decenza istituzionale.

A quel punto anche il non essere riusciti a trascinare lo Stato ad una trattativa secondo me non sarebbe stata una sconfitta per le BR.

Ma non posso pretendere che questa mia analisi coincida con quella allora di Moretti (o di Senzani, che secondo Grasso era già allora il vero capo delle BR). Alle BR probabilmente non interessava molto se il PCI si portava su posizioni eurocomuniste o no, perché il loro approccio era più rozzo ed elementare, consistendo nel progetto di sostituire il confronto politico del PCI con la DC (quali che fossero le sue modalità) con uno scontro militare tra BR e DC, per portare il paese alla rivoluzione. Le BR infatti erano convinte di disporre di un ampio consenso popolare presso operai, studenti, proletari, che aspettavano solo una guida rivoluzionaria, ed alcuni di loro lo sostengono ancora oggi. In questa strategia di scontro, Moro, da loro considerato non a torto il vero capo della DC, andava ucciso, sia per decapitarla, sia come simbolo e inizio della demolizione violenta del partito e del sistema eretto su di esso.

Quest’analisi stupisce per rozzezza, e penserei che avrebbe potuto al più essere propria del gruppo reggiano, fatto di allora giovani-vecchi comunisti con la testa dura come la pietra di Bismantova, in sostanza manovalanza violenta ed ignorante a cui la lettura dei testi sacri del marxismo non aveva chiarito il senso delle cose. Se io fossi stato un brigatista, avrei anzi favorito che il PCI si socialdemocratizzasse 15 anni prima di quando l’ha fatto, perché questo mi avrebbe creato spazio a sinistra, quando forse ancora ce n’era. Ma non a caso non ero un brigatista, e i brigatisti invece erano quelli che erano, inclusi Moretti e Senzani – Curcio invece stava ben chiuso in carcere, ma non credo fosse un genio nemmeno lui. Secondo me quindi non era difficile strumentalizzarli, per menti come quella di Gelli, o per gli stranieri che gli stavano dietro, e quindi non è indispensabile che, per fargli rapire ed ammazzare Moro, dovessero essere letteralmente teleguidati. Purtroppo la loro deficienza (in senso filologico, di deficit culturale e politico) bastava da sé. Casomai, ma non sono un esperto del ramo, mi domando, con Grasso del resto, se almeno fossero all’altezza dal punto di vista militare, o se qualche aiutino qualcuno gliel’abbia dato da questo punto di vista. Grasso sembra pensare di sì, a me sembra più difficile, però la realtà è caleidoscopica e, se Dalla Chiesa ammette che certo poi infiltrò le BR per batterle, può darsi che prima di lui altri lo abbiano fatto ad altri scopi. In questo modo si capirebbe perché nessun brigatista anche pentito abbia mai ammesso la presenza di estranei al gruppo di fuoco: ma un infiltrato non è un estraneo.

Mi fermo qui perché sono già stato troppo lungo, e del resto ho fatto sintesi di sintesi di milioni di pagine di documenti! Mi limito ad un invito: non dimentichiamo! Nel ricordo di quella persona che fu per noi Aldo Moro, ma anche per il futuro del nostro paese, che fra l’altro prima o poi dovrà pure arrivare all’indipendenza, se vorrà godere di pari dignità nel consesso dei paesi dell’Unione Europea: la guerra fascista l’abbiamo persa ormai 70 anni fa, i problemi del mondo sono cambiati e ormai si dovrebbero aprire pagine nuove.

Giuseppe Iotti