È possibile un confronto fra la “città del sindaco” e la “città dei cittadini”? Naturalmente, le espressioni tra virgolette altro non sono che slogan, semplificazioni che alludono a diversi modi di governare la città.

Nel 1975, l’ingegnere e sociologo Roberto Guiducci scrisse un fortunato libro intitolato per l’appunto La città dei cittadini. Non posso dire che in quell’occasione abbia coniato lui stesso l’espressione, certo è che conteneva una inequivocabile idea di come, a suo parere, doveva essere la città. Del resto, se quel titolo non era eloquente, l’esergo che campeggiava dopo il frontespizio, tratto dal Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau, fugava ogni dubbio: La città. I moderni hanno quasi completamente dimenticato il vero senso di questa parola: la maggior parte scambia le costruzioni materiali di una città per la città stessa e l’abitante della città per un cittadino. Essi non sanno che le case costituiscono la parte materiale, ma che la vera città è formata dai cittadini.

 

Guiducci scriveva il suo libro negli anni in cui i cittadini eleggevano i partiti politici che, a loro volta, designavano il sindaco il quale, nel caso dei governi di coalizione, spesso non era espressione del partito di maggioranza relativa. Anche la squadra degli amministratori usciva dalle consultazioni dei partiti politici e, nel caso di una crisi di governo, la parola non passava immediatamente agli elettori. Erano ancora i partiti politici a verificare la possibilità di insediare, alla guida della città, una nuova giunta capeggiata, eventualmente, da un nuovo sindaco.

Nondimeno, Guiducci poteva auspicare nel suo libro l’affermarsi di una cittadinanza attiva, in grado, nei consigli di zona e di quartiere, nei consorzi e nelle comunità, di dar vita a un nuovo modello di città in cui, finita l’epoca dell’urbanistica concepita dagli architetti, si sarebbe affermata un’urbanistica per tutti.

In quegli anni si cominciava a discutere della “forma partito” aprendo una riflessione, suggerita dalla contestazione studentesca del 1968 e da quella sindacale del 1969, sulla democrazia all’interno dei partiti politici e sulla partecipazione politica dei cittadini al governo delle città e del paese. Nel volgere di pochi anni, la crisi della democrazia, messa alla dura prova del terrorismo, il tramonto delle ideologie, intese come appartenenza per fede a un solo partito politico, lo spettacolo sempre più frequente di una corruzione capace di innervarsi in ogni momento della vita politica decisero il tramonto di quel sistema elettorale che, accordando ai partiti politici il ruolo che loro era stato assegnato dalla Costituzione, aveva garantito, nell’Italia repubblicana, l’elezione di nove diversi sindaci a Parma.

Con la legge del 25 marzo 1993, il sindaco delle città è eletto direttamente dai cittadini, sceglie, eventualmente anche al di fuori del consiglio comunale, gli assessori cui affidare le deleghe per il governo della città, stabilisce le alleanze politiche della giunta e, in caso di sue dimissioni, si interrompe la legislatura e la parola passa nuovamente agli elettori.

Col nuovo sistema elettorale, Parma ha votato, a partire dal 1994, quattro sindaci (Stefano Lavagetto, Elvio Ubaldi, Pietro Vignali e Federico Pizzarotti) di tre, se non quattro, diverse provenienze politiche. L’appartenenza di Ubaldi e Vignali a un medesimo ceppo politico è, quantomeno, opinabile.

Con questa esperienza alle spalle, possiamo dire che “la città del sindaco” continua a essere “la città dei cittadini” che avevamo conosciuto nelle precedenti amministrazioni? E si trattò davvero, in quegli anni, di “città dei cittadini”? Nella prima repubblica, la partecipazione era effettivamente favorita, garantita e considerata un valore? Se erano queste le sue caratteristiche, quali sono le ragioni che ne hanno provocato il tramonto? Quali nuove opportunità ha consentito la “città del sindaco” e a quali prove è stata sottoposta?

Certo un confronto di questo tipo, che l’editore Battei sollecita, in collaborazione col Borgo e con l’Università (vedi il programma completo nei prossimi Appuntamenti) non può prescindere dalle opere concretamente realizzate, dagli investimenti conseguenti, dai soldi che sono spariti e che bisogna cercare nelle tasche dei cittadini. Ma non si tratta soltanto di bilanci economici. L’operato di un sindaco, di un sistema elettorale, di una città nelle sue diverse componenti richiedono una riflessione che consideri i cambiamenti intervenuti nella qualità della vita, nei comportamenti collettivi delle popolazioni, nei modi di preparare il prossimo futuro. Occorre dunque guardare ai rapporti fra le generazioni, ai linguaggi, alle forme della produzione per concepire e realizzare i diversi modi di stare insieme così da considerarci una cittadinanza in grado di arricchire il senso della nostra vita.

Alessandro Bosi