Risultati elettorali: un partito che col 37% dei voti conquista la maggioranza assoluta del Parlamento; un altro che con meno del 5% dei suffragi ottiene più di 50 seggi, mentre quello col 12% ne conquista solo uno….

Di fronte ad un simile tradimento della volontà popolare la gente scenderà in strada, i partiti di opposizione protesteranno in tutti i modi, si griderà allo scandalo e al “golpe”?

 

Nulla di tutto questo: quanto appena descritto, infatti, è successo due settimane fa non in Italia ma in Gran Bretagna; e Oltremanica vige da secoli un sistema elettorale maggioritario che ha garantito una (quasi) ininterrotta serie di governi stabili, e che appunto per questo i cittadini si guardano bene dal voler modificare: ne è una prova fa l’ampia maggioranza con cui alcuni anni fa tale sistema è stato confermato da un referendum, voluto – guarda caso – proprio da uno dei partiti più penalizzati dal maggioritario…

Ciò premesso, sarebbe superficiale voler paragonare la realtà anglosassone con quella italiana e affermare che l’Italicum è un buon sistema elettorale solo per il fatto che anch’esso consente (almeno sulla carta) maggioranze certe e governi stabili. Eppure, di fronte ai risultati del voto inglese, fanno un po’ sorridere certe affermazioni fatte a suo tempo dai detrattori della riforma elettorale voluta da Renzi: che, ad esempio, è antidemocratico attribuire la maggioranza assoluta dei seggi al partito che al primo turno ottenesse poco più del 40% dei voti (quando, come detto, il Partito Conservatore ha conseguito tale risultato con il 37% ); o che (specie se dovesse essere approvata la riforma del Senato) è “pericoloso” che il partito più votato governi per tutta la legislatura e realizzi il suo programma senza dover scendere a patti con le altre forze politiche – ovvero esattamente quello che da secoli fanno i vincitori delle elezioni inglesi. Insomma, risulta piuttosto paradossale che un avvicinamento, almeno per quanto riguarda la “logica” maggioritaria ( sia pure con un sistema di voto del tutto differente), alla più antica democrazia del mondo sia letto come un indebolimento della stesse istituzioni democratiche. Come anche il fatto che molti, tra i quali anche autorevoli esponenti della politica e delle istituzioni, continuino a ritenere irrilevante o addirittura negativa la circostanza che a poche ore dalla chiusura delle urne i cittadini sappiano con chiarezza chi ha vinto e chi perso, come se affidare la scelta sul governo del Paese alle trattative postelettorali tra i partiti anziché al voto popolare fosse sinonimo di maggiore democrazia.

Ma dalle elezioni inglesi arriva anche un altro messaggio, questo però lontanissimo dall’esperienza politica italiana, anche perché legato non a leggi e norme ma ad un’’”etica” istituzionale purtroppo ancora molto carente nel nostro Paese: appena reso noto il verdetto delle urne i leaders dei principali partiti sconfitti si sono immediatamente dimessi e, salvo improbabili sorprese, la loro esperienza politica ad alto livello si può considerare terminata. Ogni paragone con la realtà italiana è assolutamente superfluo….

Riccardo Campanini