Per capire un po’ più in profondità gli avvenimenti succedutisi a Milano in questi primi giorni di maggio, mettendo un attimo tra parentesi le inevitabili reazioni epidermiche, è forse utile tornare indietro di una settimana, e precisamente a quel 25 aprile che quest’anno, grazie alla vista del Presidente della Repubblica, ha avuto proprio nella metropoli lombarda il fulcro delle celebrazioni per i 70 anni della Liberazione.

Infatti, fatte salve ovviamente le enormi differenze tra i due avvenimenti, la reazione dei cittadini di Milano alle devastazioni provocate dai black-bloc si inserisce perfettamente nello “spirito “ del 25 aprile: civiltà contro barbarie, partecipazione contro disfattismo, voglia di (ri) costruire contro furia distruttrice. Detto in due parole, l’”I care” di don Milani come risposta al “Me ne frego” .

 

E’ ormai una frase di rito, in occasione della Festa della Liberazione, affermare che la libertà e la democrazia non sono date in regalo, ma sono beni da difendere e conquistare giorno dopo giorno. Parole che sembrano retoriche e superate fino a quando qualche avvenimento ce ne ricorda improvvisamente l’attualità: era successo con il terrorismo e gli attentati, con la P2 e le stragi mafiose; capita ancora oggi, e non solo a Milano, quando la convivenza civile è minacciata da esigue ma agguerrite minoranze di fanatici violenti. Ma l’eredità sempre viva del 25 aprile può servire anche ad evitare quella “sindrome”, di cui purtroppo sembra ammalata la nostra classe politica, a causa della quale – per interesse o per ignoranza – qualunque tentativo di ammodernamento e di aggiornamento delle regole democratiche viene bollato come eversivo e autoritario. Ad esempio, è legittimo criticare anche aspramente la legge elettorale appena approvata dal Parlamento; ma parlare, come si è fatto in questi giorni, di “giornata drammatica per la democrazia” e di “fascismo renziano” non solo è sbagliato, ma rischia di favorire proprio quel pericolo che si vorrebbe scongiurare: come insegna la famosa favola, a furia di gridare “al lupo”, quando il lupo arriva veramente nessuno è più in grado di riconoscerne la pericolosità.

Tornando a Milano, e alle analogie con 70 anni fa, è da notare che, oggi come allora, il coinvolgimento dei cittadini è stato del tutto spontaneo e dettato, come si suol dire, dal “cuore”, dall’amore per la propria città. In questo senso, sono tante le analogie tra i milanesi che hanno spazzato le strade e cancellato le scritte sui muri e i tanti parmigiani, soprattutto giovani, che alcuni mesi fa hanno ripulito le vie e le case del Montanara dopo l’alluvione del Baganza; e quindi è bello (e giusto) pensare agli “angeli del fango” come ai figli e ai nipoti spirituali dei tanti giovani che tra il ’43 e il ’45 hanno combattuto sulle nostre montagne per ridare dignità e speranza all’Italia umiliata e ferita.

Oggi – lo ha ricordato Renzi all’inaugurazione dell’Expo – questa Italia, ancora una volta, “s’è desta”. Può sembrare una frase ad effetto e un po’ propagandistica, come è nello stile del premier, ma in realtà è un impegno e un monito a rimanere svegli, a non cedere alla tentazione del disimpegno e dell’indifferenza. E non è stata quindi solo una coincidenza, e neppure un richiamo riservato agli spettatori della “Turandot”, se, solo poche ore dopo il discorso di Renzi – quando già Milano era stata sfregiata – dentro la Scala è risuonato l’appello “nessun dorma!”. Come dicevano gli antichi, de te fabula narratur, è di te (cittadino) che si parla in quella storia.

Riccardo Campanini