I filosofi – si sa – non godono di buon fama: sono troppo difficili e lontani dalla realtà concreta, si dice; ma qualche volta (più spesso di quanto si creda) possono aiutare a capire quello che sta succedendo.

In questi giorni, ad esempio, molti sono rimasti scandalizzati e sdegnati per i toni usati da certi organi di stampa e da alcuni politici, e purtroppo condivisi da molti cittadini comuni, di fronte all’immane tragedia avvenuta al largo delle coste della Sicilia e contraddistinti dal cinismo, dal disprezzo della vita umana, dalla totale mancanza di compassione e di solidarietà.

 

E’ allora inevitabile domandarsi da dove nascano questi sentimenti che sembrano riportarci ad ideologie fondate sulla negazione della dignità umana e della sacralità della vita. Una possibile risposta a questo angosciante quesito è quella che suggerisce appunto un filosofo ebreo del secolo scorso, Emmanuel Levinas, che la tragedia del nazismo l’ha vissuta sulla propria pelle e che pone al centro della propria riflessione il “volto dell’altro”: “la relazione da uomo a uomo, – afferma Levinas – dovrebbe essere posta nella definizione stessa dell’uomo, sentita come la vocazione stessa dell’uomo” ; come a dire che il nostro grado di umanità si rispecchia in quello riconosciuto agli altri, anzi all’”altro” che incontriamo sulla nostra strada.

Ebbene, se questa intuizione è giusta, allora è inevitabile che nel momento in cui qualcuno non riconosce la dignità di uomo al profugo, al disperato in cerca di una nuova terra, smarrisca lui stesso la propria umanità; il disprezzo dell’altro si traduce nella negazione di se stessi, di quanto di più nobile e più alto ciascuno porta dentro di sé – per chi crede, l’essere a immagine e somiglianza di Dio. D’altronde, se ci si pensa bene, lo stesso discorso vale per un altro terribile dramma dei nostri giorni, quello dei terroristi dell’ISIS: se talvolta, come reazione ai loro crimini, li si definisce “mostri” o “bestie”, quasi a negare la loro appartenenza all’umanità, ciò è diretta conseguenza – quasi un contrappasso dantesco – del fatto che essi stessi non riconoscono alle loro vittime la dignità di essere umani. Che poi quanto appena richiamato non sia la semplice elucubrazione di un filosofo, ma si fondi su evidenze scientifiche, lo può confermare uno scienziato che vive e lavora qui a Parma, il prof. Rizzolatti, con la sua ormai famosa teoria dei “neuroni specchio”, che dimostra appunto come il rapporto “faccia a faccia” con l’altro sia alla base della costruzione della personalità di ognuno.

Questa considerazioni racchiudono anche un forte messaggio “politico”, nel senso che svelano l’insostenibilità di quella opinione secondo la quale per difendere la “nostra” civiltà – quella fondata sui diritti dell’uomo – dobbiamo tenere lontani gli “altri”, che, si dice, questi valori non li condividono. Proprio le reazioni “disumane”, cui si accennava all’inizio, di fronte alla tragedia dei migranti sono la dimostrazione che è vero esattamente il contrario, cioè che tanto più si nega il rapporto con il diverso, lo straniero, tanto più i valori di cui siamo giustamente orgogliosi rischiano di venire meno.

“Il volto del prossimo mi ossessiona: “Egli mi guarda”, tutto in lui mi riguarda, niente mi è indifferente”, scrive Levinas. E, anche se non lo ammetteranno mai, ossessiona anche Salvini e la Santanchè.

Riccardo Campanini