Necessari sì ma anche pericolosi e concorrenti. È l’identikit dell’immigrato visto dagli italiani che emerge dal Rapporto Famiglia Cisf 2014 presentato a Parma in occasione del convegno “Famiglie in azione per una società interculturale” promosso lo scorso 18 aprile dal Forum delle Associazioni familiari dell’Emilia Romagna insieme al Comune di Parma e realizzato nell’ambito del progetto “Integra”, finanziato dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

I dati del dossier

La maggioranza degli intervistati (51,8%) pensa – ha spiegato Francesco Belletti, direttore del Cisf (Centro internazionale studi famiglia) e presidente nazionale del Forum – che gli immigranti siano fondamentali per il lavoro ma che gli italiani dovrebbe essere privilegiati quando si tratta di servizi essenziali, per esempio avere la precedenza per il lavoro (80,2%) nei momenti di crisi. La situazione della forza lavoro fotografata dalla ricerca è risaputa, come dimostrano anche i dati pubblicati da Il Sole 24 Ore nei giorni scorsi: l’8,8% del Pil italiano – pari a 123 miliardi di euro – è prodotto da stranieri e la quota sale al 20,3% nelle costruzioni ed è al 18,3% nella ristorazione.

Tornando al Rapporto Cisf, realizzato con 4mila interviste rappresentative di undici tipologie familiari, emerge che esistono tre tipi di italiani: ostili (35,5%), problematici (35,3%), aperti (29,2%). I primi sono soprattutto uomini, poco istruiti, di età elevata, che abitano in Comuni piccoli, con uno status socio-economico basso, disoccupati o lavoratori atipici. I “problematici” sono residenti in particolare nel Centro Nord, con un basso status socio-economico, sono disoccupati o lavoratori atipici e relativamente giovani. Gli “aperti” sono in realtà soprattutto “aperte”, residenti nel Centro-Nord, dai 20 ai 45 anni, istruite e con uno status socio-economico elevato.

L’indagine Cisf aveva due obiettivi: da un lato indagare non solo la conoscenza che del fenomeno migratorio hanno le famiglie italiane ma anche la valutazione che di esso esprimono; dall’altro iniziare a vedere se la dimensione familiare che l’immigrazione ha ormai ampiamente assunto viene percepita e se sì in che termini, se positivi o negativi.

Come abbiamo già visto per la questione del lavoro, le problematiche – in particolare nei periodi di crisi economica generale – sono diverse. Alla domanda se nell’attribuzione degli alloggi popolari, a parità di requisiti, gli italiani devono avere la precedenza, il 77,5% degli intervista ha risposto positivamente.

Nel rapporto quotidiano tra immigrati e italiani ha un ruolo determinante, in negativo, quanto viene trasmesso dai media. Le tragedie dei barconi come quelle degli ultimi giorni colpiscono l’opinione pubblica ma poi alla prova dei fatti prevale il pregiudizio. Tanto che, tornando alla ricerca del Cisf, nel gruppo degli “aperti/e” la stragrande maggioranza dichiara di non aver avuto mai o raramente contatti negativi con gli immigrati. Ma è la stessa cosa che dicono la maggioranza degli ostili e quasi la metà dei problematici. Coloro che invece hanno a che fare spesso con gli immigrati, e vivono la cosa come negativa, sono solo il 9,2% contro il 19,2% che invece parla di esperienze positive. Non solo. Quando viene chiesto quanti sono secondo loro gli immigrati in Italia (il dato corretto è 5 milioni su 60 milioni di abitanti) i numeri sono da tutti sovrarappresentati: in media 8 milioni ma con punte anche di 10.

La speranza per una maggior integrazione culturale, a detta degli intervistati, potrebbero essere le unioni miste – che però dal 58,1% vengono considerate più problematiche e fonti di conflitti tra coniugi – che sono viste abbastanza bene dal 57,5% e molto bene dal 14,7%. Infine, gli italiani vedono in maniera positiva anche il ricongiungimento familiare degli immigrati (71,3%) che favorisce l’integrazione. «C’è un pregiudizio – commenta Belletti – che è preoccupante ma se si aumentano le occasioni di confronto si può migliorare». In particolare la dimensione familiare ha un ruolo strategico perché gli immigrati cominciano a diventare vicini di casa, genitori dei compagni di scuola dei figli, fruitori degli stessi spazi urbani. C’è una conoscenza personale che può superare gli stereotipi collettivizzanti, le famiglie possono avere un ruolo strategico nel costruire ponti tra gruppi e persone si ritengono diverse. «Tre le parole chiave del nostro stare al mondo», chiosa il presidente del Forum: «Diversità e accoglienza senza dimenticare l’aiutare a casa loro. E con una domanda che ritorna: “Sono forse il custode di mio fratello?”».

Matteo Billi