C’è una Parma che funziona: è, prima di ogni altra cosa, la Parma delle imprese industriali esposte pienamente alla concorrenza internazionale. Questo risultato non è un accidente della storia, bensì il frutto di lungimiranti strategie aziendali, portate avanti con coerenza, coraggio e visione.

Di tutto ciò abbiamo discusso lo scorso 19 marzo all’Università di Parma nel corso della “Lettura Jean Monnet 2015” – organizzata dalla mia Cattedra, intitolata a uno dei padri fondatori dell’Europa unita – sotto il titolo: “Per una manifattura di qualità. Investimenti in conoscenza, strategie d’impresa, politica industriale” (www.cattedramonnetmosconi.it, www.unipr.it).

 

E’ stata una Lettura a più voci, com’è ormai tradizione per questa iniziativa. Aperta dal Magnifico Rettore, Loris Borghi, e conclusa dalla Vice Presidente di Confindustria, Antonella Mansi, ha visto intrecciarsi una conversazione fra Luca Barilla, Andrea Chiesi e Andrea Pontremoli. Essi rappresentavano in quella sede tre eccellenze della manifattura parmense, che sono diverse tra loro per anno di fondazione, settore di appartenenza e dimensione aziendale. D’altro canto, però, tutt’e tre condividono un assetto proprietario centrato sulla famiglia, e lo stesso può dirsi per l’azienda di Antonella Mansi (Nuova Solmine, in provincia di Grosseto). Ma le somiglianze – possiamo domandarci ora, dopo averli ascoltati – finiscono qui, a quello che in letteratura è noto come “capitalismo familiare”, o si spingono più in là?

E’ a questa domanda che cercheremo di dare una risposta nel breve spazio di quest’articolo.

Lo sguardo al lungo periodo

“Servono 11 anni per arrivare al mercato con un nuovo farmaco”, ha detto Andrea Chiesi, forte della sua esperienza come Direttore R&D Portfolio Management presso la Chiesi; ha poi proseguito citando i dati – altissimi – sulla probabilità di non farcela, a dispetto degli ingenti investimenti richiesti, e a concluso ricordando a tutti il dato-chiave della loro impresa: un investimento in ricerca e sviluppo (R&S) che annualmente si attesta al 18% del fatturato, l’unica strategia possibile per ricercare e coltivare nicchie sul mercato globale, dove i concorrenti sono spesso 30-40 volte più grandi. In un’industria come quella farmaceutica, un’ottica di gestione aziendale improntata al lungo periodo è, dunque, un imperativo categorico, che ritroviamo anche nelle altre due testimonianze. Il riferimento va a Luca Barilla quando ha affermato che, nella loro impresa, “il profitto non è il capital gain”, con tutto ciò che ne consegue in termini di “continui investimenti nel core business”. Non facciamo – ha concluso il Vice presidente della Barilla – “prodotti a buon mercato, ma prodotti con un buon rapporto qualità/prezzo”. E il riferimento va altresì ad Andrea Pontremoli, Amministratore delegato della Dallara, quando ha illustrato la politica di distribuzione degli utili che, con l’Ing. Gianpaolo Dallara, perseguono: utili che vengono “reinvestiti nell’impresa, anche con una percentuale ai dipendenti”. Oggi – ha proseguito Pontremoli – “la Dallara Automobili sta poi aprendo un nuovo laboratorio di R&S per lo studio dei compositi in fibra di carbonio”.

La centralità del “capitale umano”

Dagli investimenti in R&S, tecnologia e qualità dei prodotti – che abbisognano di un orizzonte temporale di lungo periodo – a quelli in “capitale umano” il passo è assai breve. E’ un altro tema che ritroviamo in tutt’e tre le testimonianze, e che più di ogni altra cosa è capace di dare ai nostri studenti qualche ragionevole speranza. Certo, in classe – già durante una Laurea triennale e, poi, con maggior profondità nel corso di una Magistrale – apprendono il passaggio dalle Teorie della crescita esogena (anni ’50) alle più moderne Teorie della crescita endogena, ove il ruolo cruciale è quello giocato dagli “investimenti in conoscenza” (più che da quelli in capitale fisico, com’era nella vecchia teoria). Ancora: apprendono le fondamentali teorie di Joseph  A. Schumpeter sull’innovazione e il cambiamento tecnologico. Ma anche dopo qualche anno di studi universitari resta in loro un senso, come dire?, di incompiutezza e fors’anche di astrattezza. Ciò che hanno appreso ascoltando le esperienze di Barilla, Chiesi e Dallara credo possa contribuire a dar loro qualche certezza in più, nel senso che imprese di questa natura sono continuamente alla ricerca di giovani “talenti”, da selezionare con metodo meritocratico, perché sanno – operando su una scala davvero globale – che la competizione si gioca, oggi più di ieri, sulla base delle competenze della forza lavoro. E proprio sulla formazione del capitale umano si è soffermato il Rettore del nostro Ateneo, prof. Loris Borghi, che ha voluto ricordare il grande sforzo che l’Università di Parma sta oggi compiendo per adeguarsi – sia sul piano della didattica che della ricerca – al mondo nuovo che c’è intorno a noi: “L’innovazione è oggi la parola chiave per svolgere qualsiasi attività”.

L’attenzione verso il territorio

A ben vedere, vi è un terzo elemento che accomuna le tre eccellenze della manifattura parmense qui presentate: l’attenzione verso il loro territorio di origine, la città e la provincia di Parma. Già, il territorio, altro grande assente negli anni del dominio del “pensiero unico”, il cosiddetto Washington Consensus. In quei venti e più anni (dagli anni ’90 sino al grande crac del 2008 e anche oltre), la manifattura aveva ceduto il passo alla (turbo)finanza, mentre una sana e prudenziale ottica di gestione di medio-lungo aveva lasciato spazio alla ricerca dei profitti di breve termine … Sappiamo com’è andata a finire, purtroppo. In questo paradigma, il territorio appariva come un qualcosa di superfluo, sostituito da una speculazione (sui derivati, sugli immobili, sulle materie prime, etc.) che passa attraverso la “rete”.

Oggi, per fortuna, il Rinascimento Manifatturiero che tutto l’Occidente sta sperimentando ridà centralità al territorio: qui le imprese nascono e crescono; qui esse instaurano fra loro relazioni che sono, a un tempo, di cooperazione e di competizione; qui le imprese contribuiscono a formare delle vere e proprie “comunità” di persone. Lo fanno, in primis, portando all’interno dell’impresa capitale umano qualificato, come si è discusso al punto precedente. Ma lo fanno in misura crescente investendo anche al di là del perimetro aziendale con iniziative di impronta “comunitaria”. Basti pensare, per restare ai nostri tre casi aziendali, al Barilla Center for Food & Nutrition, alla Fondazione Chiesi, all’impegno della Dallara per lo sviluppo dell’Istruzione e Formazione Tecnica Superiore nella Valceno. L’essere, tutt’e tre, imprese fortemente internazionalizzate (ossia, alta è la percentuale di export sul fatturato e cospicui sono gli IDE-Investimenti Diretti Esteri realizzati sui principali mercati mondiali) non impedisce loro di prendersi cura del territorio. Anzi, è proprio vero il contrario.

Il modello verso cui guardare resta con tutta probabilità, a oltre mezzo secolo di distanza, quello di Adriano Olivetti e di Ivrea. Modello, forse, irripetibile nelle nuove circostanze di quest’inizio del XXI^ secolo, ma che spicca nella storia nel capitalismo italiano come una continua fonte di ispirazione. Di più: le parole che, alla “vocazione dell’imprenditore”, Papa Francesco ha dedicato nella sua Esortazione Apostolica “Evangeli gaudium” (2013) aiutano a guardare avanti. Scrive il Santo Padre: “La vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che ci si lasci interrogare da un significato più ampio della vita; questo gli permette di servire veramente il bene comune, con il suo sforzo di moltiplicare e rendere accessibili per tutti i beni di questo mondo” (§203, cap. IV).

Ma le imprese non possono fare tutto da sole

Abbiamo passato in rassegna, senza alcuna pretesa di completezza, quelli che – secondo il mio pensiero e alla luce della “Lettura Jean Monnet” del marzo scorso –  sono i tre elementi che caratterizzano l’operare di aziende leader come Barilla, Chiesi, Dallara e che le stesse condividono con tantissime altre imprese – piccole, medie e grandi – della manifattura.

La domanda, giunti a questo punto, diviene: ma possono le imprese far tutto da sole?

Alla domanda, volutamente retorica, vi è un’unica risposta possibile: no, non possono. E in questa direzione si muovono tutti i più grandi paesi del mondo, a cominciare da Stati Uniti e Germania (non c’è sempre e solo bisogno di scomodare la Cina o, magari, la Corea del Sud per trovare esempi di politiche attive per l’industria manifatturiera, basta guardare ai due paesi dell’Occidente che più ammiriamo!).

Ebbene, parallelamente al rinascimento manifatturiero si sta riscoprendo il ruolo di un’intelligente Politica industriale: ne ha parlato – concludendo i lavori – Antonella Mansi, Vice Presidente di Confindustria. L’espressione utilizzata dalla Presidente Mansi è stata volutamente forte: “Ricostruzione”. Il nostro, infatti, è un Paese che dall’inizio della crisi ha perso moltissimi punti percentuali (una ventina circa) di produzione industriale e centinaia di migliaia di posti di lavoro: c’è bisogno  – ha argomentato – “di un Paese intero che faccia il tifo per la sua manifattura, che resta la seconda d’Europa dopo la Germania e che, nonostante tutto, non parte da zero e vanta eccellenze importanti; in Emilia-Romagna come altrove”.

Questo è il passaggio da compiere, il tornante ancora da superare. Difatti, sulla declinazione concreta di una nuova Politica industriale verso gli investimenti in conoscenza (R&S, capitale umano, ICT), da un lato, e il sostegno all’internazionalizzazione, dall’altro, esiste un consenso sufficientemente ampio. Quello che ancora manca nel Paese – l’argomentazione di Antonella Mansi è del tutto condivisibile – è la consapevolezza piena che la nostra prosperità futura continuerà a dipendere dall’industria manifatturiera e dalla sua necessaria evoluzione verso produzioni a più elevato valore aggiunto.

Industrie come quelle alimentare, automobilistica, chimica e farmaceutica sono – se rivolte verso una sempre maggiore qualità di prodotti e processi – tutt’altro che superate: questo è il messaggio di (ragionevole) speranza che, qui a Parma, ci viene dall’intenso incontro svoltosi in via Kennedy in un bel pomeriggio – già “primaverile” (anche se era solo il 19) – del marzo scorso.

Franco Mosconi

Professore di  Economia industriale all’Università di Parma, ove è titolare della Cattedra Jean Monnet. Fra le ultime pubblicazioni, si ricordano: “La metamorfosi del Modello emiliano” (Bologna, Il Mulino, 2012); “Origine e sviluppo della nuova Politica industriale. Una prospettiva europea” (Parma, Monte Università Parma Editore, 2013).