Il nostro albero

C’è un grande albero
nella Parma davanti al Romagnosi.
E’ nato per caso
portato da un seme.


Le speranze di vita erano poche.
Una volta ogni anno
arrivava la Parma Voladora.
Lui cresceva su un piccolo spazio di terra
di anno in anno eroso dall’acqua.
Ma intanto cresceva.
Sembrava avere fretta di crescere
per essere più alto e più forte
alla prossima piena.
Fu così, con un po’ di fortuna
che divenne un albero grande
ogni anno non più minacciato dall’acqua,
ma quasi da essa accarezzato.
Pensate, ragazzi, anche noi piccoli semi
deposti in quella scuola
siamo cresciuti, diventati grandi
ed ora un po’ troppo maturi.
Abbiamo resistito alle prove della vita
abbiamo rilasciato semi
che sono diventati alberi.
Abbiamo parlato a lungo col vento
gli abbiamo affidato sogni e speranze
tante gioie e qualche delusione.
Abbiamo come quell’albero
radici ben salde
e non ci spaventa la Parma Voladora
che prima o poi sappiamo che verrà.

 

Questa è l’ultima poesia che Luigi ha scritto per i “ragazzi del 55”, così lui chiamava i compagni del Liceo Romagnosi che avevano preso la maturità quell’anno e che erano soliti ritrovarsi in un incontro di amicizia, che si è sempre più consolidata ogni anno, messa all’Annunziata e poi pranzo da Sante alla Corale Verdi. Un incontro che quest’anno Lui ha voluto anticipare in un momento di festa, per noi fra le lacrime, per lui di gioia piena nella pace del Signore.

Erano in tanti la mattina del 27 marzo all’Annunziata, tanti amici e tante persone che avevano avuto il dono di conoscerlo e che se mettessero insieme, ciascuno il proprio pezzetto di ricordi, incontri, pensieri, in un caleidoscopio luminoso, potrebbero ben raccontare la vita di Luigi. Una vita piena, gioiosa, ricca di gentilezze e tenerezze, amicizia e solidarietà. A cominciare dagli anni lieti del liceo, dagli scherzi folgoranti al tempo della Fuci, per parlare poi dell’impegno nel lavoro alla Bormioli e soprattutto della sua capacità creativa nell’impresa pubblicitaria costruita con l’amico Pirella. Poi della sua poesia, che, sbocciata in lui negli anni giovanili , terminato il tempo del lavoro, ci ha pudicamente proposto in preziosi libretti ; da “Il rollio del battello”(finalista al premio Lerici,) a “Verso la diga a sera”, e accostata ai quadri di Borghi “Come a maggio la neve ai pioppi” e ancora “Certe volte sul Po”. Nel bel ricordo apparso sulla Gazzetta, Davide Barili scrive “Menozzi è stato un uomo di idee folgoranti, giocoso, tenero, magnanimo e gentile. Con una appassionata generosità che traduceva in un forte impegno civile”. E tanti di noi ne siamo testimoni, coinvolti in tante battaglie di giustizia dal suo entusiasmo, dalla sua creatività, nelle iniziative del Borgo o in quelle dell’Ulivo o di Libertà e Giustizia, ed infine nel gruppo di docenti, uomini di cultura e di buona volontà che nel 2010 aveva lanciato il “Gridodallarme”, anche questo titolo da lui scelto, contro il degrado della vita civile, sociale e politica del Paese. E che voleva essere prima di tutto l’impegno per far conoscere ai giovani la Costituzione, che lui proponeva di portare nei programmi scolastici.

Negli ultimi anni Luigi aveva voluto che il suo impegno di amicizia e solidarietà verso il prossimo fosse più personale e diretto, dapprima collaborando con il “telefono amico”, una esperienza pesante e dolorosa per lui, che si lasciava coinvolgere fin nel profondo dell’animo, poi, a sostegno degli ultimi degli ultimi, come volontario in carcere dove teneva un laboratorio di poesia. E proprio grazie al suo impegno e alla sua capacità di coinvolgimento, sono stati raggiunti risultati impensabili, di cui lui andava fiero: la creazione della associazione dei volontari, la promozione di un corso di formazione con una campagna pubblicitaria da lui organizzata che ha prodotto ben 35 nuovi volontari ed infine , all’inizio di quest’anno, la creazione delle borse di studio per i reclusi che sono iscritti all’Università. Ma i risultati più belli sono quelli che non si vedono, scaturiti nel cuore di tanti di questi fratelli che l’hanno incontrato , e che solo in parte affiorano nei ricordi commossi, come la lettera dell’ergastolano che lo prega di resistere alla lotta contro la malattia in ospedale.

Luigi aveva dei grandi amori, la moglie Mariola, la figlia Marianna, le nipotine Margherita e Clara. Ma amava anche le sue rose selvatiche che coltivava nel greto della Parma sotto le finestre della sua casa e che mi mostrava con gioiosa umiltà raccontandomi per ciascun ramo le bellezze del colore e del profumo. Aveva acquistato anni fa una vecchia tomba alla Villetta, un pezzetto di terra delimitato da una antica catenella, vi aveva piantato un ramo delle sue rose, che è cresciuto e diventato un grosso ceppo. Lì sotto, ora riposa.

Graziano Vallisneri