È da tempo, forse dalla nascita della società per la gestione dell’aeroporto “Verdi”, che ciclicamente viene sottoposta all’attenzione dell’opinione pubblica la situazione della sua precarietà economica.

Nei giorni scorsi si è assistito ad un grido di dolore lanciato dal presidente della società: “22 giorni per salvarlo”. Ci viene detto che la chiusura dell’aeroporto genererebbe un danno irreversibile per Parma e provincia e questo essenzialmente in base a due affermazioni: la prima è che “per ogni euro investito in uno scalo si genera un ritorno di venticinque volte…per il territorio nel suo complesso”, la seconda è che lo sviluppo del traffico aereo porterà alla saturazione degli scali nord più vicini nel giro di meno di cinque anni con la conseguenza che “aeroporti come il nostro sono destinati a diventare fondamentali”.

 

E così siamo giunti alla decisione dell’assemblea dei soci che ha deliberato l’aumento di capitale di 2,5 milioni di euro per coprire le spese di funzionamento dell’aeroporto per 12 mesi. In sostanza si tratta di coprire perdite previste come certe. Ciò in attesa di un non meglio identificato progetto per dare un assetto stabile alla gestione del Verdi.

Dall’ampio resoconto della Gazzetta del l’11 marzo si ricavano due notizie importanti: la prima ci dice che non si sa quali soci sottoscriveranno l’aumento di capitale (la Meinl Bank di Vienna possiede, attraverso una sua partecipata, il 68% del capitale sociale del Verdi), la seconda ci dice che il Comune di Parma, azionista per il 7,7%, sarebbe disposto a versare non più di 30.000 euro (probabilmente pensa di partecipare alla sottoscrizione lanciata dall’associazione “I nostri borghi”).

Allo stato delle cose possiamo dire che il quadro della situazione parmense non sembra presentare segni di miglioramento. L’elenco dei fatti negativi è ormai troppo lungo ma sarebbe ora che si facesse un’analisi puntuale dei disastri a partire dalla perdita del controllo sulle tre banche parmensi per concluderla con il caso Parma FC.

Se è vero che ad ogni euro investito nell’aeroporto la comunità parmense ne trarrebbe vantaggio quantificabile in 25 volte, credo che sia opportuno dare trasparenza a queste generiche affermazioni rendendo conto quali sono i settori interessati al mantenimento dell’aeroporto e se sono disponibili a partecipare alle future perdite che nessun fin ad ora ha credibilmente provato che siano superabili. Non c’è nessuno scandalo se un’attività economica è strutturalmente in perdita se questa attività è ritenuta vitale per una comunità e capace di generare utilità economica diffusa. La cosa importante è sapere a priori chi si dovrà far carico della perdita d’esercizio. Ovviamente è necessario che non si richieda alcun intervento pubblico facendola finita con la storia che le istituzioni pubbliche devono uscire dalle attività economiche (anche come antidoto alla corruzione) e poi richiederne insistentemente il rientro quando le perdite fanno “piangere” i privati. Siamo tutti privatizzatori se c’è da guadagnare con riserva di ritornare statalisti quando c’è da perdere.

L’alternativa a questa ipotesi non è tirare avanti e poi si vedrà nella speranza che accada qualcosa. L’alternativa è organizzare soluzioni razionali che possano soddisfare le esigenze di trasporto aereo business e turistico dei parmigiani agevolando l’utilizzo degli scali che esistono nel raggio di circa 100 km. da Parma.

Due notazioni conclusive. La prima è che certe iniziative di sottoscrizioni popolari organizzate alla sperindio sarebbero da evitare per non illudere i cittadini che esistono soluzioni facili per problemi complessi.

La seconda riguarda le forze politiche e sociali. Come mai hanno dato la sensazione di essere sostanzialmente estranee ad una vicenda che è di non scarsa rilevanza sociale? Dipende dal fatto che nell’era della “società liquida” stiamo assistendo al “decostruttivismo” della nostra architettura politica e sociale?

In ogni caso auguriamoci che Parma si dimostri capace, almeno nel caso dell’aeroporto, di trovare soluzioni razionali e durature.

Franco Tegoni