Offriamo ai lettori de “Il Borgo Newsletter” l’articolo scritto dal nostro Presidente per il numero di “Vita Nuova” del 13 marzo.

Ma cosa sta succedendo a Parma? È la domanda che ci sentiamo formulare più di frequente in questi tempi, quando ci si trova in altre città. Parma è stata per decenni un modello di qualità della vita, mentre oggi è al centro di un’attenzione mediatica, attorno a una crisi che, qui più che altrove, assume aspetti inattesi.

Il Corriere della Sera, il maggiore quotidiano italiano, ha recentemente pubblicato in prima pagina un articolo (di Dario Di Vico) che analizza spietatamente il declino della “piccola Parigi”. Senza mezzi termini, il Corriere attribuisce la crisi della città alla “insipienza delle sue classi dirigenti”, senza salvare la nuova amministrazione Pizzarotti, il cui bilancio è negativo, al di sotto delle aspettative che aveva sollevato la cosiddetta rivoluzione grillina del 2012.

L’elencazione dei pezzi di questa città che sono finiti nel calderone informe della crisi è ormai diventato un peana infinito, va dal debito non sanato delle Aziende Partecipate del Comune (che ristagna su centinaia di milioni di Euro), alla chiusura prolungata del Teatro Regio, a un’offerta culturale ai minimi termini, all’incertezza sul presente dell’Aeroporto, al cantiere mai finito della Scuola Europea, alla messa in discussione di un sistema di Welfare,che si era consolidato negli anni. E riguarda in maggior misura il disagio delle persone, l’allungamento delle code alle mense del povero, l’aumento del numero di pignoramenti (migliaia di esecuzioni mobiliari e immobiliari nel 2014), i crescenti fallimenti delle imprese (circa 200 nel 2014), le chiusure dei negozi (circa 700 attività solo nel 2014), l’aumento della piccola criminalità, il degrado delle vie e delle piazze, i cumuli di rifiuti abbandonati, le scritte non cancellate dai muri, lo spaccio di stupefacenti alla luce del sole.

Anche il calo di studenti e di prestigio della nostra Università (come denuncia sulla Gazzetta di Parma il prof. Rizzolatti), a cui per altro sta lavorando con impegno di recupero la gestione del nuovo Rettore, è l’ennesimo segnale di un declassamento di Parma, di una perdita complessiva di attrattività, che non ha risparmiato neppure l’Ateneo, uno dei più antichi d’Italia. La questione Parma-calcio sarebbe, in questo quadro, del tutto marginale, quasi un “non problema” confinato nell’effimero dello sport-spettacolo, se non fosse per il peso simbolico che ha assunto, lasciando oltre tutto intuire che, dietro le quinte dei vari passaggi societari, si siano celate opacità non accettabili, in una città che con la legalità ha avuto rapporti per lo meno controversi.

Dove risiedono le responsabilità?

È questa la seconda domanda che segue necessariamente la prima.

Non esistono risposte semplicistiche e non esistono forse neppure risposte indolori, perché non si esce dalla crisi, se non se ne analizzano prima freddamente le cause e le responsabilità e non se ne traggono le conseguenze. Hanno sbagliato in tanti, ha sbagliato per prima la società civile, che non ha saputo porre un freno, quando c’era tempo, all’avventurismo di piccole lobby, e che, alle prime avvisaglie della crisi, si è arresa, delegando alla cieca il comando di una nave che andava alla deriva. Ha sbagliato la politica, sia nel centrodestra, come nel centrosinistra, che ha privilegiato logiche di potere a strategie di servizio. Sta sbagliando anche l’attuale amministrazione comunale, che sembra cercare più i riflettori delle telecamere che un ascolto autentico della città e dei suoi bisogni.

Lo scollamento tra amministrazione e città è nei fatti, viene da lontano (diciamo dai tempi della Giunta Vignali) e non si è rinsaldato ora. Lo si percepisce nel disinteresse dei cittadini, che si sentono lasciati soli e hanno smarrito i riferimenti tradizionali. I rifiuti abbandonati quasi ovunque per le strade e i marciapiedi non sono solo un segno di inciviltà individuale (e comunque lo sono), sono di più, rappresentano una forma di rivendicazione sciatta e silenziosa di masse di persone che rifiutano una collaborazione con chi non li comprende e quindi non li rappresenta.

E’ il quadro di una città che paga soprattutto il proprio individualismo, un particolarismo che non le permette di mettere a sistema le sue potenzialità, che sono in realtà straordinarie.

Che fare?

Parma deve dotarsi di un progetto condiviso di rilancio, che parta dalle potenzialità che possiede, che sappia guardare con ambizione al futuro, che riapra i canali di relazione tra amministrazione, cittadini, economia, cultura.

Non è poco, anzi è moltissimo. Ma senza un progetto, una strategia di medio-lungo termine non si va da nessuna parte. A suo modo Elvio Ubaldi ebbe la forza di rappresentare un proprio personale progetto-idea di città. Il fatto che alla fine questo progetto sia imploso sarà oggetto di analisi storiche diverse, ma è un fatto che, dopo di lui, la città abbia solo navigato a vista.

Parma è una città interiormente ricca, ricca di cultura, ricca di senso condiviso della responsabilità, ricca di un’etica del lavoro, ricca di solidarietà, di volontariato, di imprese, di capacità di ricerca e innovazione.

Ed è quindi paradossale che non sia in grado di mettere a frutto ciò che ha.

L’alibi di scarsità di risorse è ormai frusto. Perché, a costo zero, è tempo di riaprire tutti i canali di relazione che sono attivabili, tra imprese, società, associazioni, istituzioni, cittadini, creando un tavolo condiviso di elaborazione, in cui tutti abbiano titolo per essere ascoltati, dando vita a un principio di “comunità”.

Occorre sviluppare il Welfare, partendo da chi già lo sta facendo e chiamando la città a partecipare a un processo di solidarietà globale. Occorre riattivare la cultura, promuovendo le tante eccellenze che esistono, usando il Teatro Regio come luogo simbolico di una cultura aperta, rinsaldando il rapporto tra Università, Scuola, Impresa, per affermare il ruolo delle giovani generazioni nel presente e nel futuro della città.

Ed è indispensabile anche rilanciare qualche utopia accantonata, perché Aeroporto, Alta Velocità, Efsa, Fiere, Polo Universitario, grandi Imprese, filiera agroalimentare, devono trovare una sintesi con la comunità civile per sviluppare piani strategici ambiziosi che riammettano Parma dove essa è naturalmente, ovvero al centro di un sistema territoriale produttivo e culturale, da cui si è autoemarginata, ma che esige un riposizionamento, fatto anche di investimenti.

Cose concrete, che annullino la distanza tra la città reale (le persone, le associazioni, le istituzioni, le imprese) e quella che si consuma nell’autoreferenzialità mediatica. La città può essere ancora un modello positivo, anche senza sentirsi capitale, ma tornando a riappropriarsi di se stessa.

Paolo Scarpa