1) Prima di tutto un giudizio sul “jobs act”; in particolare, se e in che misura può essere uno strumento idoneo a favorire l’occupazione

Premesso che senza politiche industriali degne di un paese come il nostro le norme non risolvono i problemi della mancanza del lavoro, noi abbiamo salutato il Jobs Act senza né illusioni nè pregiudizi, come un primo intervento solo parziale, ma abbiamo detto chiaramente e da subito che avremmo voluto un atteggiamento più coraggioso del Governo sulla effettiva abolizione delle forme di precarietà dei giovani,

poiché, se è vero che si è scelto positivamente di incentivare il contratto a tempo indeterminato, dall’altro si è voluta inserire una norma per noi sbagliata sui licenziamenti collettivi che sia le commissioni parlamentari, sia il sindacato avevano in più occasioni criticato in maniera dettagliata. Non essendo questa la strada giusta speravamo che il Parlamento potesse correggerla ma così non è avvenuto, e ciò non produrrà nulla di buono né per i lavoratori, né per le imprese. 
E’ poi un fatto importante, che ascriviamo anche al nostro paziente lavoro di tessitura, che si sia mantenuto il reintegro per i licenziamenti discriminatori e disciplinari, come abbiamo chiesto ripetutamente in questi mesi. Così come è importante aver cancellato dalle tipologie contrattuali gli associati in partecipazione. Ma per il resto non si vede ancora la svolta che la Cisl auspicava sulla effettiva cancellazione delle altre forme di precarietà selvaggia, sottopagate e senza tutele che sono proliferate in questi anni nel mondo del lavoro come le false partite iva che pullulano in certi settori, i vari co.co.pro. senza progetto che mascherano lavoro dipendente sfruttato, ecc. ecc.. Ma per quanto ci riguarda, continueremo a batterci per affidare le materie del lavoro alla contrattazione, che per noi lo strumento più efficace per favorire gli investimenti, la produttività, le riorganizzazioni aziendali e garantire l’ingresso stabile dei giovani nel mondo del lavoro. Non permetteremo a nessuno di mettere in discussione diritti consolidati dei lavoratori che oggi vengono messi a rischio dalle norme sui licenziamenti collettivi.

 

2) Sempre su questo tema c’è il dubbio da parte di molti che alla base delle prese di posizione di queste settimane – favorevoli o contrarie – vi siano più considerazioni ideologiche o “politiche” che valutazioni non di merito. E’ un dubbio almeno in parte legittimo? E in questo caso non sarebbe forse più opportuno aspettare l’applicazione della riforma e e suoi risultati prima di emettere giudizi definitivi?

E’ verissimo e proprio per questo per noi non esistono mai dei “si” o dei “no” a scatola chiusa o preventivi, ma giudizi articolati sulle singole materie. E’ ovvio che temi così caldi si prestano, come è stato nel passato, a strumentalizzazioni ideologiche che servono solo a gettare fumo negli occhi per rimanere fermi, ma noi non siamo abituati ad avere amici o nemici rispetto alle questioni che riguardano l’esercizio dell’azione sindacale e per questo continuiamo come faremo ancora a ripetere le nostre critiche motivate ai singoli provvedimenti e proporre i cambiamenti che la nostra esperienza sul campo ci indicano come utili per sostenere lavoratori e aziende impegnate a far crescere il lavoro.

Si pensi alla storia della Fiat: oggi continuiamo a vedere come i media facciano a gara per ospitare un esponente sindacale certamente rispettabile come Landini, ma al quale certamente non si può ascrivere il salvataggio della Fiat e dei suoi lavoratori, mentre sono ancora pochi a riconoscere che se questa azienda è ora in grado di stare alla pari di altri competitors mondiali nel settore dell’auto, e quindi di garantire i suoi lavoratori e di procedere a riassumerne altri, lo si deve a chi come la Cisl ha saputo a suo tempo sfidare un Marchionne che si aspettava da noi solo di certificare la fine di quell’esperienza, accettando l’impegno e la responsabilità necessarie per ripartire, ma questo non si può dire.

Se ci pensiamo bene anche ai tempi della legge Biagi, mentre la flessibilità si stava trasformando nella trappola della precarietà, invece di preoccuparci di mettere in campo misure adegiate per avversare l’utilizzo meramente strumentale delle tipologie flessibili o strumenti utili per favorire il passaggio dalla tutela del posto di lavoro alla tutela del lavoratore nel mercato, il nostro paese si è diviso tra detrattori della flessibilità vista solo come un veloce scivolamento nella precarietà essendo utilizzata solo per abbassare i costi e difensori della flessibilità che dicevano che un contratto di lavoro flessibile era pur sempre meglio della disoccupazione, scatenando una fuorviante contrapposizione che dimenticava che la “precarietà” era problema preesistente, e che i contratti davvero innovativi contenuti del provvedimento non erano di fatto mai andati a regime.

3) Venendo alla situazione locale, qual è il quadro dell’occupazione nella nostra Provincia? Siamo ancora in piena emergenza o c’è qualche segnale positivo?

A Parma credo che non si possa abbassare la guardia stando alle proiezione e alle stime che ci vengono presentate, la crisi continua ancora a mordere, anche se qualcosa sembra muoversi nelle assunzioni a tempo indeterminato che ora costano di meno dei contratti precari. Se sia solo un effetto dello sgravio triennale per nuove assunzioni a tempo indeterminato introdotto dalla Legge di stabilità lo potremo sapere solo dopo i tre anni, ma certo che se gli ordinativi non crescono si tratterebbe solo di un effetto temporaneo. Per noi l’avere escluso da questa norma le assunzioni di lavoratori che nei 6 mesi precedenti siano risultati occupati a tempo indeterminato, i datori che hanno in essere con il lavoratore un contratto a tempo indeterminato nei tre mesi antecedenti, considerando anche i rapporti in società controllate o collegate, ma soprattutto il contratto di apprendistato che dovrebbe essere la vera porta di ingresso nel lavoro per i giovani e che in questo modo rischia di restare marginalizzato, resta un grosso errore che nasce dall’incapacità del governo di ascoltare le commissioni parlamentari e noi.

Così come giudichiamo pesantemente negativo il giudizio sui tagli alle risorse per la decontribuzione della contrattazione di secondo livello di 280 milioni, che vedeva unire produttività e aumento di salario in busta per i nostri lavoratori che hanno le paghe più basse della zona euro.

4) Per quanto riguarda in particolare la disoccupazione giovanile esistono  a tuo parere strumenti diversi da quelli sperimentati finora per cercare di arginare questo drammatica emergenza?

Occorre lavorare di più sul fronte della formazione e dell’orientamento contrastando la tendenza di tanti a svalutare le scuole tecniche e professionali e i corsi post-diploma di cui ancora troppo pochi hanno sentito parlare. Si tratta poi di saldare maggiormente, come già avviene in Germania, il mondo della formazione e quello del lavoro, perché oggi c’è un sapere che è disponibile solo nel mondo del lavoro e dell’economia, pur riconoscendo che occorre fare in modo che il tempo dello studio scolastico sia impegnato bene e maggiormente valorizzato come creazione del capitale umano che è la vera ricchezza del nostro paese poiché la “materia grigia” è ben più importante delle materie prime; se questo non avviene continueremo a sfornare diplomati che faticheranno a trovare lavori accettabili.

Per noi poi la riforma dei servizi per l’impiego è sempre stata la “cartina al tornasole” per giudicare la qualità complessiva di una vera riforma delle politiche attive per il lavoro, ma qui non si è partiti bene con la legge delega che pretende di riformarle, spostando competenze da province e regioni ad un agenzia unica nazionale e per di più ad invarianza di spesa. Considerando che l’Italia impegna risorse risibili per i servizi rispetto ai partner europei (Germania, Francia Regno Unito, Danimarca) si rischia di voler fare le nozze con i “fichi secchi”. Il risultato che ne deriverà è che mentre si è agevolata la flessibilità in uscita con il contratto a tutele crescenti, non si è potenziata la “security” destinata ad un efficace ricollocazione di chi passa da un lavoro all’altro o lo perde o anche lo cerca, lo stesso antico errore dei tempi del pacchetto Treu e della legge Biagi che ha sempre detto che senza la flex-security non si garantisce affatto qualità del lavoro. E’ vero che vengono resi disponibili 60 milioni di anticipazioni dei fondi strutturali FSE, delle quote europee e di cofinanziamento nazionale dei programmi regionali, ma tutto questo è misura sì utile nell’immediato ma tampone, in quanto non strutturale, e rende molto difficile pervenire ad una riforma effettivamente efficace dei servizi per l’impiego che dovrebbero essere il fulcro per il quale far decollare politiche attive degne di un paese civile.

5) Infine, una tua valutazione sul ruolo che può avere ancora il sindacato, e la CISL in particolare,  in un contesto politico, economico e sociale profondamente diverso da quello “classico”.

Il nostro slogan di oggi è “essere solo un sindacato” che non è affatto riduttivo nel momento di cambiamento che stiamo vivendo, mentre cerchiamo di costruire una credibile alternativa al sistema liberista da cui è arrivata la crisi che affrontiamo da anni insieme ai nostri lavoratori, e pensionati. Occorre anzitutto che riusciamo a cambiare l’Europa e non con tatticismi del momento ma con una riforma istituzionale (vera unità politica) e finanziaria insieme (solidarietà economica tra gli stati) e su questo dobbiamo insistere: non si può continuare ad ostacolare l’impiego delle risorse che sono necessarie per la crescita. Oggi si è cominciato finalmente a riparlare di crescita ma occorre continuare, altrimenti a che serve l’unione europea se chi sta male continua ad avere problemi e chi sta bene sta sempre meglio?

Ma il sindacato del futuro è certamente quello della proposta. In parte riconosciamo che alcune elementi contenuti delle politiche di Renzi, che critichiamo aspramente per il fatto che continui a non volersi confrontare con noi, corrispondono in parte anche a richieste che noi della CISL abbiamo portato avanti in questi anni, e anche in modo unitario, dicendo che occorreva restituire risorse ai lavoratori e pensionati; se ciò avviene oggi solo parzialmente con gli 80€ che vanno alla stragrande maggioranza dei lavoratori che noi rappresentiamo, siamo convinti che occorra insistere e fare meglio. Siamo un sindacato riformista e sappiamo bene che non possiamo permetterci fare la fine del sindacato francese che oggi fa 2 manifestazioni all’anno e poi non conta più nulla.

Non sappiamo dire solo dei no, ma abbiamo dei progetti veri e concreti, e non siamo affatto rassegnati. La scorsa settimana abbiamo depositato una Legge di Iniziativa popolare sul tema del fisco, frutto del nostro lavoro di questi ultimi anni, e nei prossimi mesi passeremo in mezzo alla gente per far conoscere questa proposta e chiedere a chi vorrà di sostenerla con la propria firma. 
E’ una legge che mira ad affrontare la questione del fisco che consideriamo oggi la “madre di tutte le ingiustizie” nel nostro paese dove dipendenti e pensionati pagano ancora più dell’80% delle tasse con cui si fanno funzionare i servizi essenziali per tutti e che matematicamente alcuni utilizzano a sbafo. Una giustizia fiscale più giusta ed equa è infatti l’unica degna di un paese civile. 
Poi cercheremo di convincere il governo ad introdurre una maggiore flessibilità in uscita nel campo delle pensioni; si tratta di tutelare la compatibilità sociale di un sistema oggi troppo rigido intervenendo anche sul problema futuro derivante dal bizzarro modo con cui vengono gestiti i coefficienti di trasformazione, ma abbiamo in mente anche di affrontare il problema oggi urgente del modello contrattuale, che di fronte alla sistematica assenza di rinnovi (si pensi al settore pubblico) e alle disdette unilaterali a cui assistiamo da tempo richiede che interveniamo, così come ci sentiamo impegnati con CGIL e UIl insieme a Libera a tenere alta la guardia rispetto al problema delle infiltrazioni mafiose nei nostri territori che distruggono la nostra economia.
Intanto credo utile sottolineare come le recenti elezioni delle RSU del pubblico impiego, con l’alta percentuale di partecipazione dei lavoratori alla consultazione democratica che ha coinvolto iscritti, delegati e tutti i lavoratori dei comparti pubblici, stiano a dimostrare che siamo ben vivi e radicati tra la nostra gente e senza presunzione ma con l’umiltà del nostro lavoro quotidiano crediamo ancora di essere una componente positiva e pronta a raccogliere le sfide del cambiamento che la realtà di oggi ci presenta. Se Renzi avesse il coraggio di venire un giorno qualsiasi a visitare una delle nostre sedi, credo gli basterebbe vedere la variegata composizione della gente normale che ogni giorno entra anche solo nelle nostre sale di attesa per accorgersi dei problemi che ogni giorno ricevono anzitutto ascolto e quasi sempre anche risposta competente per capire che essere “sindacato” è ancora associarsi per cercare di “fare giustizia insieme”.

A cura di Riccardo Campanini