Di questi tempi parlare male di (e del) Parma è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, e comunque lo stanno già facendo impietosamente i mezzi di informazione locali e nazionali. Meno facile, ma forse più utile, chiedersi se questa crisi può essere letta anche come “segno dei tempi”,

per usare una celebre espressione del Concilio, o, restando in ambito para-religioso, come una sorta di dolorosa purificazione, una “quaresima” laica alla fine della quale si spera  di approdare ad una qualche resurrezione. In questa chiave le tragicomiche vicissitudini della squadra di calcio e le quasi analoghe difficoltà del Teatro Regio possono rappresentare davvero, se interpretate correttamente, la pietra tombale di un “vizio” che Parma si porta dietro da troppo tempo: quello di anteporre l’apparire all’essere (e al fare), la rappresentazione alla realtà, la “messa in scena” (allo stadio o a teatro) alla sostanza.  In fondo, nella secolare querelle con i vicini reggiani, inopinatamente tornata di moda, i motivi dei rispettivi dileggi erano e sono quelli di una mancanza di “forma” da parte reggiana e di un eccesso di “apparenza” da quella parmigiana.

E’ significativo a questo proposito che, più o meno negli stessi giorni in cui Parma finiva sulle prime pagine dei giornali nazionali per i ben noti motivi, uno di questi stessi quotidiani intitolava così un’inchiesta su Varano Melegari e il suo territorio: “Miracolo a Varano.  La vallata senza disoccupazione”;  e descriveva poi entusiasticamente il paese della Val Ceno come “una delle capitali mondiali dell’innovazione, un distretto di giovani che sta cambiando il futuro” .  Ma considerazioni analoghe si potrebbero fare per altre realtà produttive e culturali, alcune situate proprio nel Comune capoluogo, la cui propensione a proiettarsi nel futuro e a mantenere una qualità elevatissima sembra inversamente proporzionale all’appannamento della capacità di “visione” della città nel suo complesso.

La cause di questa situazione sono naturalmente tante, ma non vi è dubbio che, tornando a quanto si diceva prima, uno dei motivi è appunto l’aver troppo spesso privilegiato l’apparenza, l’immagine, il successo effimero rispetto alla sostanza, fino al punto di non (voler)  vedere che dietro alla squadra impegnata sui massimi palcoscenici calcistici o al celebre cantante scritturato per la “prima” del Regio si nascondeva una montagna di debiti. Oggi che, come in un famoso melodramma di fine ‘800, “la commedia è finita” , Parma può e deve fare i conti con la realtà, che è fatta sì di ferite, di sconfitte, di fallimenti, ma anche di  opportunità,  risorse, ingegni straordinari, che fino a ieri non andavano “in prima pagina” solo perchè vestiti con l’abito da lavoro,  e non con quello della festa.  Adesso è finalmente giunto il loro momento: l’apparenza ormai non è più una virtù.

Riccardo Campanini