Ringrazio “il Borgo” per avermi invitato, in qualità di autore satirico, all’incontro che intendeva discutere sulla libertà di satira e rispetto delle fedi. Ma il confronto ha rivelato il difetto comune che lega gran parte dell’opinione pubblica: che il terrorismo è il terrorismo islamico.

Dietro questa sbagliata interpretazione dei fatti, si nasconde la necessità di trovare un colpevole che sia facilmente distinguibile da noi occidentali, che abbia un linguaggio diverso, che abbia usi e costumi differenti, al fine di poterlo chiaramente differenziare da noi. E questo ci permettere si sentirci al sicuro, almeno dalla nostra coscienza.

Ritengo le vignette dello Charlie Hebdo sostanzialmente inutili, brutte, volgari e offensive, frutto della presunzione di un gruppo di adulti che gioca a fare gli adolescenti. Questo non compromette il diritto di libertà di opinione, ma a mio avviso definisce chiaramente anche la libertà di offesa e di insulto che autori simili si sono arrogati. Non credo in dio, non ho fede religiosa, ma provo fastidio se sento qualcuno bestemmiare.

La satira è uno strumento potente, se correttamente usato, che non ha bisogno né di parolacce né di eccessi, nel momento in cui ha i contenuti. La satira più è dissacrante e più ha ragion d’essere. Deve attaccare il potere.

Nella confusione che immediatamente segue a fatti di sangue come quelli di Parigi, nella frenesia isterica che tutto accelera, occorre rallentare, per evitare di farsi trascinare in luoghi comuni: il terrorismo non è terrorismo islamico, non basta un assassino che mentre uccide grida  “Allah è grande” per fare di lui un estremista islamico, sarebbe come dire che il nostro Governo alle parole fa seguire i fatti. Occorre rallentare per non diffondere la paura e il dubbio su tutto ciò che appartiene a una religione, altrimenti alimentiamo il caos e nel bisogno di identificare un colpevole adottiamo la scorciatoia più comoda: la colpa di una cultura diversa dalla nostra. Dopo l’11 settembre la convivenza in America è peggiorata a causa del clima di terrore diffuso, che ha permesso a vicini di casa di guardarsi con sospetto il giorno dopo. Sento spesso fare riferimenti all’America come paese culla di democrazia e di esempio da esportare: è lo stesso paese che onora la pena di morte, il cui presidente non ha ancora mantenuto la promessa di chiudere Guantanamo, è il paese che ha sostenuto economicamente un altro 11 settembre (e questa non è teoria del complotto, ma documenti desecretati da Bill Clinton): il golpe cileno. E’ il paese che non ha trovato la “pistola fumante”. Per fortuna non è solo questo.

Noi che siamo italiani e brava gente (primi in Europa per corruzione, scivolati oltre il 70° posto nella libertà di stampa, purulenti di mafia) ci armiamo di proclami, anche noi parlando di terrorismo islamico: Stefano Cucchi non è morto in modo meno cruento di un pilota giordano bruciato vivo. L’Italia è anche il paese che ha ospitato il G8 di Genova che resterà nella storia (citando le associazioni umanitarie) come “la più grande sospensione dei diritti umani dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”. Ma l’Italia non è certo solo questo.

Sembrerà impossibile e inaccettabile, ma la maggior parte di noi, indipendentemente dal proprio carattere, se opportunamente addestrato, sarebbe capace di trasformarsi in aguzzino, senza per questo rinunciare ad essere un ottimo padre o madre di famiglia. Un violento è persona con caratteristiche utili alla manipolazione, che viene convinto di essere nel giusto, qualunque sia l’efferatezza del suo gesto. Solo chi lo manipola gestisce ad arte i moventi: religione o etnia, quando una guerra scoppia solo per fini economici. Si approfondisca questo nome: Stanley Milgram e il suo “Obbedienza all’autorità”.

Non mi sorprende la reazione isterica di integralisti che bruciano vignette dello Charlie Hebdo. Non dimentichiamo che la Germania nazista ha imparato dal fascismo, invenzione italiana, come sterminare un nemico. Quella Germania era culla della cultura? In quegli anni non erano molti a potersela permettere, la fame e la miseria inducono sempre uno sterzo a destra, con le peggio conseguenze. Ma è più facile dimenticare che ammettere che anche noi siamo capaci di essere cattivi.

I fatti di Parigi credo non abbiano nulla a che vedere né con la satira né con la religione: tutto è un pretesto, la verità è un equilibrio che non compete alle persone comuni. A noi compete non perdere la lucidità, affrontare la situazione con un confronto che si elevi dal centro del problema, per poterne scorgere la soluzione intorno. Ritengo che la soluzione sia confrontarsi e conoscersi, investendo sui ragazzi, i figli e la scuola, scambiando le culture, creando le condizioni per far sentire i nostri figli delle risorse (poiché sono una risorsa) da quali attingere una via d’uscita: conoscere per isolare il male.

Mentre scrivo, in Danimarca, durante un convegno sui temi analoghi trattati dal “Borgo”, un’altra sparatoria: si parla di un attentato terroristico e che il destinatario sia un autore satirico (ospite del convegno) nel mirino del terrorismo dal 2007, colpevole di aver caricaturato Maometto.

Come autore satirico, narratore per immagini, autore teatrale e, dopo anni di fabbrica, privilegiato da un mestiere che mi pone a contatto con i bambini, sostengo che occorre condannare qualunque atto violento e gli idioti che mascherano la libertà di espressione in diritto di offesa. Fatto questo… investire tutto sul futuro dei nostri figli, renderà noi adulti più onesti e il nostro presente più dignitoso.

Gianluca Foglia “Fogliazza”