Rileggendo a mente fredda le previsioni dei mezzi di informazione sull’elezione del Capo dello Stato c’è da restare piuttosto perplessi. Da una parte, infatti, i 1009 “grandi elettori” erano descritti come una massa infida e ingovernabile di traditori, doppiogiochisti e cinici calcolatori, pronti a capovolgere nel segreto dell’urna quanto deciso alla luce del sole e guidati solo da inconfessabili interessi personali o di clan.

Dall’altra, però, il nuovo Presidente scelto da questi stessi elettori avrebbe dovuto possedere una serie di requisiti davvero ragguardevoli e per certi versi incompatibili tra loro: esperto di leggi e di “cose” politiche, e insieme estraneo a giochi di potere o partigianerie partitiche; rigoroso custode della Costituzione e al tempo stesso fautore delle riforme, comprese quelle che interessano la stessa Carta Costituzionale; capace di parlare direttamente alla “gente” ma scevro da concessioni al populismo e alla demagogia….

 

Ora, preso atto che (fortunatamente) il nuovo Presidente della Repubblica riassume davvero, se non tutte, almeno molte di queste qualità, resta da capire come fosse possibile che, quasi per una sorte di trasmutazione alchemica, una classe politica di rango così basso come quella sopra descritta arrivasse a scegliere una figura di altissimo profilo politico e morale – tenendo anche conto che, come ha maliziosamente ricordato qualche commentatore, nel caso dell’elezione del Presidente della Repubblica non è previsto l’intervento dello Spirito Santo.

A ben vedere, però, questa sorta di schizofrenia nel modo di guardare alla politica e ai suoi rappresentanti non è nuova né insolita: basti pensare al fatto che i politici sono spesso giudicati con disprezzo e considerati inutili se non dannosi, salvo poi rivolgersi a loro per qualunque genere di necessità e per sollecitare interventi i più disparati, compresi quelli che, a ben vedere, potrebbero essere realizzati da altre istituzioni o addirittura direttamente dai cittadini singoli o associati. Se insomma la politica è in crisi, e la fiducia nei suoi esponenti è in continuo calo, questo dipende anche da un approccio eccessivamente “emotivo” da parte dei cittadini: nella realtà, infatti, la politica non è né il ricettacolo di tutti i vizi e nemmeno la panacea di tutti i mali, bensì il luogo dove uomini e donne “normali”, con i loro pregi e i loro difetti, cercano di impegnarsi – a volte riuscendovi, a volte no – per migliorare la vita dei loro concittadini. Che poi, ogni tanto, vi siano tra loro personaggi indegni, ma anche personalità validissime, anche questo fa parte della normalità, visto che in ogni ambito della vita – nel lavoro, nella cultura, nello sport, persino nel volontariato – capita di incontrare gli uni e le altre.

Ciò ovviamente non toglie che ai politici, sempre ma soprattutto oggi, spetti una responsabilità particolare, quella richiamata proprio da Mattarella nel suo discorso d’insediamento: “Condizione primaria per riaccostare gli italiani alle istituzioni è intendere la politica come servizio al bene comune, patrimonio di ognuno e di tutti”.

Auguri dunque, al Presidente e ai tanti politici “di buona volontà”.

Riccardo Campanini