Quando il gruppo MEIC di Parma (Movimento ecclesiale di Impegno culturale) programmò questo incontro – il cui argomento comunque è sempre attuale – non si poteva immaginare che si sarebbe svolto all’indomani della strage terroristica di Parigi e di quella, quasi contemporanea, in Nigeria.

Il titolo della serata, svoltasi lo scorso 28 gennaio, era “L’impegno ‘artigianale’ per la pace e la collaborazione fra i popoli” e prendeva spunto dal paragrafo 3.3 del Documento nazionale del MEIC, approvato nell’ottobre scorso (testo al link: http://www.meic.net/allegati/files/2014/10/29441.pdf).

 

E’ stata perciò particolarmente stimolante la riflessione proposta da Padre Silvio Turazzi, saveriano, invitato a introdurre l’incontro.

Quelli che seguono sono appunti presi durante un intervento che ha spaziato – com’era giusto che fosse – su molti e diversi aspetti. Ci scusiamo perciò con Padre Silvio e con i lettori per i limiti e la parzialità di questo resoconto.

Padre Silvio è partito dal concetto di “gradualità”: occorre sapere che il cammino verso la pace procede per passi successivi e lo stesso Vangelo non può essere compreso e afferrato tutto in una volta.

Per i cristiani la pace è la persona di Gesù, col suo amore umile e forte; fratello, amico, che dice “vi lascio la pace, vi do la mia pace”, che va incontro all’altro, lo ama profondamente, addirittura ama i propri nemici e invita chi lo vuole seguire a fare altrettanto. Per questo, il primo modo per costruire la pace è convertirsi, cercare di comportarsi come lui. Certo, è difficile, ma è la direzione verso cui tendere nonostante i nostri limiti: “beati i costruttori di pace”.

Poi la riflessione si è spostata ai tempi recenti, con un rapido sguardo al Concilio – per il quale la salvezza procede nel mondo nel modo che solo Dio conosce (Gaudium et Spes) – e agli ultimi Papi: Giovanni XXIII che con la “Pacem in Terris” apre uno sguardo globale sull’umanità e spinge al superamento della “guerra fredda”; Paolo VI che nella “Populorum Progressio” denuncia la fame nel mondo e ricorda l’universale destinazione dei beni; Giovanni Paolo II che mette in evidenza la presenza del male anche nelle istituzioni ma sottolinea l’azione dello Spirito fuori da tutti gli schemi (“Novo Millennio Ineunte”); fino a Francesco, che nell’ultimo messaggio per la Giornata della Pace afferma con forza che non siamo più schiavi ma fratelli. Ciò significa che affermare i diritti umani è importantissimo ma non sufficiente: noi ci apparteniamo l’un l’altro, è questo il messaggio rivoluzionario del Vangelo; siamo tutti in relazione. Non possiamo tollerare la schiavitù. Si tratta quindi di uscire dall’indifferenza, di riconoscere in ogni altra persona un fratello/sorella. Ci sentiamo interpellati dalla tratta di esseri umani, dallo sfruttamento delle persone? O ci giriamo dall’altra parte? Siamo disposti, come chiede Papa Francesco, a toccare la carne sofferente di Cristo nella carne dei nostri fratelli e sorelle?

L’antidoto efficace contro la violenza, ha proseguito Padre Silvio, è l’ascolto dell’altro, la scoperta e l’accettazione delle differenze come ricchezza, la volontà di conoscersi reciprocamente. C’è una dimensione affettiva, di condivisione, che non può mancare in un vero incontro con l’altro.

Venendo all’Isis e ai fatti di terrorismo recenti, Padre Silvio si è chiesto quali sono le responsabilità e le risposte possibili.

L’occidente deve interrogarsi sulle strategie adottate negli ultimi 30/40 anni e tentare un “dialogo di civiltà” (Mogherini); dall’altro lato, la violenza nel nome dell’Islam è un processo ramificato e complesso, che si diffonde più in rete che non nelle moschee. E’ molto importante che il presidente dell’Egitto, Al Sisi, abbia invitato i religiosi sunniti a una riforma dell’interpretazione religiosa islamica. Gli estremisti non devono avere la parola ufficiale dell’Islam e occorre riprendere il filo del riformismo islamico del XIX secolo, che poi si è interrotto. Importante anche il ruolo dei mistici musulmani, i “sufi”, e il rapporto che si può instaurare tra mistici di tutte le fedi, perché essi indicano un percorso verso Dio e non di sopraffazione dell’uomo. Questa collaborazione può aprire spazi di scambio e dialogo e salvare l’umanità dalla robotizzazione e dall’idolo del consumismo.

Anche Parma risente della perdita di uno sguardo trascendente, rivolto verso Dio. Si tende a perdere il senso della propria esistenza e della propria identità e si notano comportamenti egoistici (come il tenere appartamenti sfitti mentre c’è un’emergenza casa). Occorre moltiplicare occasioni di condivisione, parlarsi, conoscersi, riconoscersi fratelli, in una logica di rispetto e di servizio.

Anche un altro saveriano, Padre Raimondo Sommacal, è venuto all’incontro, segnalando le opportunità e le difficoltà, a Parma, dell’incontro e della condivisione con persone di diverse culture e paesi, anche tra gli stessi cattolici. Àmbiti in cui è urgente un nuovo cammino che veda tutti più consapevoli e impegnati.

Sandro Campanini