L’incontro presso il Centro islamico di via Campanini credo sia stata una piccola ma importante pietra messa sulla strada che tutti ci auguriamo porti ad un dialogo e ad una reciproca conoscenza fra due mondi “mai così lontani, mai così vicini”.

Pochi popoli difendono con tanta determinazione la propria identità come gli arabi, pochi popoli aprono le loro porte allo straniero come i seguaci di Maometto. La barriera linguistica, il cibo, il diritto pubblico e privato, le norme religiose e perfino l’abbigliamento tradizionale sembrano inconciliabili con quello che definiamo il modello di vita occidentale.

 

Eppure quando si parla e si confrontano idee in occasioni come quella dell’incontro con la comunità islamica di Parma, molte barriere cadono e lo scambio di idee diventa interessante e ricco di stimoli per tutti gli interlocutori. Così come il cibo offerto a fine serata a tutti i presenti: tagin e cous-cous sono davvero buoni se fatti da mani esperte, i dolci arabi si sposano perfettamente anche con i biscottini del Mulino bianco Barilla. Il thè era eccezionale per profumi e sapori, peccato il tabù del maiale e dell’alcol che impedisce ai grandi chef arabi di liberare la loro inventiva in campi dove potrebbero fare fuochi d’artificio. Noi parmigiani cadiamo sempre lì, sul mangiare, e gli arabi l’hanno capito e ti sanno prendere per la gola. Prima però ci hanno fatto riflettere su temi non convenzionali. E’ così che nasce e si avvia un dialogo civile e interreligioso.

Noi siamo convinti che la nostra democrazia non sia fatta per i loro popoli, che la shaaria non è esattamente la nostra costituzione, ma Farid Mansouri, algerino, presidente della comunità islamica di Parma, ci racconta di cosa vuol dire vivere con la famiglia in una casa in cui di notte possono venire fanatici e fondamentalisti a tagliare la testa a te e ai tuoi figli perché sei un islamico moderato, sospetto di essere troppo filooccidentale. “A noi basterebbe la vostra democrazia zoppa e imperfetta – ha detto – che ci permetta di discutere senza rischiare la vita. Qui abbiamo imparato ad integrarci nel rispetto di idee diverse, abbiamo potuto farci una vita, lavorare, crescere i figli. Vorremmo fare questo anche nel nostro paese, rimanendo arabi ed islamici”.

Noi spieghiamo che anche l’Italia è stata attraversata dal terrorismo delle Brigate Rosse, ma ce ne siamo liberati dopo poco più di un decennio, sia pur pagando un prezzo altissimo di sangue, (oltre 600 vittime), ma non vediamo un impegno simile per contrastare l’estremismo islamico tra i popoli musulmani. Izzedin Elzir, presidente dell’Ucoii, Unione delle comunità islamiche d’Italia, ci risponde che i fedeli dell’Islam sono un miliardo e settecento milioni di abitanti, divisi in decine di popoli e centinaia di etnie. I terroristi rappresentano una minoranza infinitesimale ma noi li associamo a tutto l’Islam perché questa complessità ci sfugge, non riusciamo a concepirla. E ci spiazza con un paragone calzante: “è come se tutti gli italiani fossero mafiosi perché il mondo identifica l’Italia con la mafia”. Poi conclude con toni che non ammettono repliche: “chi ammazza per qualsiasi ragione è un assassino e come tale va trattato, la sua fede non c’entra e non può mai essere una giustificazione”.

L’occasione di un breve incontro pubblico non poteva certo esaurire l’immenso problema della complessità dei rapporti tra Islam e Cristianesimo, ma qualche altra piccola pietra di dialogo è stata messa: Elzir, arabo palestinese, ci ha voluto testimoniare che nella sua scuola non insegnavano le crociate come guerre religiose, ma “ le guerre coi Franchi”, uno dei tanti capitoli della storia umana in cui i popoli si affrontano in conflitti aspri e sanguinosi per definire il proprio potere e territorio.” Non esistono guerre religiose, ma guerre in cui si usa la religione per affermare la forza e il potere di un popolo su un altro”.

Infine, in estrema sintesi, ci ha spiegato perché la cultura islamica non è così univoca come, ad esempio, il cattolicesimo. “ Noi non abbiamo un papa che è riconosciuto come autorità religiosa su tutti i vescovi, sacerdoti e fedeli. Ogni iman è autonomo e viene accettato dalla sua comunità come colui che legge e commenta le scritture del Corano, il nostro libro sacro. Questo spiega le tante comunità musulmane e le loro differenze. Ci può anche essere qualche iman più fondamentalista, ma la stragrande maggioranza delle comunità islamiche in Italia, e certamente tutte quelle aderenti all’Ucoii, mettono al bando chi predica l’odio contro gli occidentali. Questo non vuol dire che accettiamo le vignette di Charlie Hebdo. Ma, ribadisco, non possiamo uccidere chi non è d’accordo con noi, e chi uccide è sempre un assassino.”

Paolo Pessina