Parma è in crisi, più in crisi della media del sistema paese? Marco Magnani nel suo recente editoriale sulla Gazzetta ha sintetizzato i fattori specifici della crisi di Parma, che è sociale, tocca i cittadini, le medie e piccole imprese, gli assets strategici, che riguarda la qualità complessiva della filiera culturale, la capacità di aggregazione, la mancanza di una leadership.

Magnani, per sottolineare la gravità della situazione, indica il numero le aziende fallite nel 2013 a Parma, oltre 200, un dato che parla da solo, a cui occorrerebbe aggiungervi anche quello dei Concordati preventivi. Indicativo può essere anche il numero delle esecuzioni mobiliari e immobiliari che contano oltre 5.000 a Parma, nell’ultimo anno e mezzo. Il fatto che non ci siano più da tempo banche di Parma rende ancora più debole l’economia locale.

Il quadro è completato da altri indicatori: l’involuzione della Cultura, il cui simbolo è il Teatro Regio, chiuso e ridotto ormai ad ospitare musica leggera o spettacoli da cassetta, la situazione deficitaria dell’aeroporto, sino alle difficoltà del Parma calcio e dello sport in generale.

Eccezione positiva è l’Università, che ha intrapreso un cambio di passo rilevante nel rapporto con la città, assumendo un ruolo trainante.

La forza del territorio rimane stretta attorno alle sue grandi aziende, Barilla e Chiesi in testa, come all’intraprendenza della sua gente, che conserva amore per un’identità sbiadita, ma non scomparsa, radicata in tradizioni culturali e politiche uniche.

L’esperienza della Giunta Pizzarotti ha rappresentato un passaggio forse necessario di discontinuità, dopo il collasso etico e politico del Centrodestra e gli esercizi di autolesionismo cronico del Centrosinistra locale.

Oggi questa amministrazione appare in fase di appannamento, pur avendo ancora due anni di tempo per incidere. Sino ad ora ha soprattutto gestito la crisi, assecondandola, senza manifestare particolare progettualità né attenzione specifica alla cultura della comunità. Non è quello di cui ci sarebbe bisogno, in una città che vive in uno stato di ormai cronica depressione collettiva.

L’appuntamento del 2017 è quindi già materia di confronto: non è prematuro parlarne oggi, all’inizio del 2015, anche se da qui al 2017 la città deve uscire, prima possibile, dal letargo in cui si trova e rimettersi a guardare con ambizione al futuro.

Parma non si può più permettere di sbagliare. Se quella del 2017 si risolverà come la solita competizione tra gruppi in lotta, la città avrà già perso anche questa occasione.

E se qualcuno riterrà di essere l’unto del signore e scatenerà battaglia tra opposti personalismi, allo stesso modo la sconfitta è già annunciata.

Parma si è già immolata troppe volte, in un recente passato, all’altare delle piccole ambizioni individuali, dell’arroganza di gruppi, partiti o movimenti che ritenevano di avere già vinte partite, che si sono invece rilevate perdenti o che sono totalmente fuggite dal controllo.

La lezione degli errori del passato, compiuti da pochi, ma pagati da tutti, ci dice che oggi non è più sufficiente un’alleanza di partiti o movimenti, se a monte non si costruisce condivisione attorno ad un progetto di rilancio, che nasca da un’aggregazione “alla pari”, di persone, di forze culturali, politiche, economiche, in cui contino le idee, per quello che sono, e non per presunti rapporti di forza.

Paolo Scarpa