Non c’è bisogno di essere dei filologi per capire che la parola “terrorismo” deriva da terrore; e non è nemmeno necessario essere degli storici per sapere che il Terrore (con la T maiuscola) fu l’ultimo, terribile capitolo di quella Rivoluzione Francese che – ironia della storia – era iniziata con la proclamazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino e alla quale ancora oggi si ispirano tutti i movimenti di rivendicazione della libertà e della democrazia.

Periodo, quello del Terrore, durante il quale si finiva ghigliottinati semplicemente per aver espresso un’opinione, per appartenere ad un determinato ceto sociale o anche solo sulla base di un sospetto o di una “voce” senza fondamento.

 

Venendo all’oggi, sono abbastanza evidenti, anche per la coincidenza dei luoghi in cui sono svolti, le affinità tra quelle pagine di storia e quelle che hanno riempito la cronaca della scorsa settimana, che ha visto persone uccise per aver lavorato all’interno di una rivista di satira o, come nel caso della strage nel negozio kosher, solo perché “colpevoli” di appartenere ad una determinata etnia. Allora si uccideva in nome della “dea Ragione”, oggi al grido “Allah è grande”, ma la sostanza non cambia;. e nel frattempo, dal 1789 ad oggi, ci sono stati, solo per limitarci al contesto europeo, i lager e i gulag, gli uni e gli altri ideati e realizzati seguendo i dettami di ideologie dichiaratamente antireligiose.

E’ importante tenere a mente questi capitoli di storia perché, sull’onda emotiva dei fatti di Parigi, il rischio è di arrivare alla conclusione che ogni religione sia “naturalmente” violenta, così come, specularmente, laicismo significhi necessariamente democrazia e tolleranza. “Terrore” e terrorismo, invece, non sono patrimonio esclusivo di nessuna matrice culturale, ma l’espressione di un’intolleranza che, come un frutto avvelenato, può nascere da qualunque seme, anche da quello apparentemente più mite e innocuo.

Su questo numero della nostra newsletter sono pubblicati diversi articoli che toccano i delicatissimi temi connessi al rapporto tra libertà di espressione da una parte e rispetto delle fedi e delle credenze altrui dall’altra. Forse però il problema non si porrebbe nemmeno se, andando appunto al caso dei vignettisti di “Charlie Hebdo”, questi ultimi non considerassero le religioni come la causa esclusiva di ogni oscurantismo e prevaricazione e di conseguenza un servizio alla democrazia sbeffeggiare i loro simboli più sacri.

Robespierre, fino a prova contraria, non era mussulmano; e le suore carmelitane rievocate in un famoso romanzo di Bernanos non furono ghigliottinate per aver violato la sharia.

Riccardo Campanini