Dopo gli articoli di Albertina Soliani e di Sergio Manghi apparsi sull’ultimo numero di “Borgonews”, svolgo anch’io qualche considerazione sul calo dei votanti alle ultime amministrative.

È una vecchia questione, se una democrazia matura debba vantare un elevato numero di elettori. In passato si affermava anche il contrario, sostenendo che un numero troppo elevato di elettori è un retaggio di regimi illiberali. Inoltre è opportuno considerare che l’astensione dal voto può essere dovuto a un disinteresse per la politica, ma anche a un severo giudizio complessivo sul modo di organizzare la vita della collettività. Nel primo caso si può certo considerare l’astensione sotto il profilo etico e chiedersi se è moralmente accettabile che un cittadino, mentre fruisce dei beni garantiti dalla cosa pubblica, si disinteressi del suo funzionamento. Nel secondo caso invece, l’astensione corrisponde alla rinuncia di esercitare un diritto perché si ritiene che non sia garantito nei suoi aspetti sostanziali. Certo, alla conta dei voti, non siamo in grado di distinguere questi diversi comportamenti.

 

Se abbandoniamo il giudizio sul fenomeno e consideriamo i comportamenti degli elettori, credo che il voto sia inteso da molti come il vero e unico anello di congiunzione tra la società e la politica.

Alcuni lo considerano come il modo per accedere alla politica attraverso la vittoria della loro parte. Non è certo un caso se, a ogni consultazione, mentre cresce l’ostilità per la politica e diminuiscono i votanti, aumentano le liste dei candidati. È evidente che si chiede un voto persuasi di riuscire laddove altri hanno fallito, volendo escludere, per carità di patria, che la candidatura sia in vista d’interessi personali. Vincere le elezioni, esultare perché si è stati eletti o perché sono stati eletti i propri candidati, significa per molti entrare effettivamente in politica e dunque poter prendere le decisioni che consentiranno di risolvere i problemi.

Ma l’idea che sia il voto a dischiudere le porte della politica trapela anche in quei discorsi nei quali si invoca la “politica alta”, quella, e quella soltanto, che dovrebbe curarsi della “cosa pubblica”.

A ben vedere, questa, che si auspica con tanta enfasi, dovrebbe essere la politica di base, alla quale accede, e della quale si occupa, il cittadino ancor prima e indipendentemente dalla eventualità di essere un eletto.

Curiosa questa inversione, per cui diventa alto ciò che dovrebbe stare alla base.

Si potrebbe obiettare che “alta” sta per nobile, senza alcun riferimento al sopra e al sotto. In realtà, la “politica alta” è un’aspirazione, nell’espressione di uso corrente, e non certo il modo ordinario di amministrare la cosa pubblica. Quel che vien tolto sotto i piedi del cittadino, è la possibilità di fare politica prima di essere l’elettore della parte vincente e indipendentemente dall’eventualità che diventi un eletto.

A ognuno dovrebbe essere consentito di contribuire all’amministrazione della cosa pubblica sul proprio luogo di lavoro, nella propria abitazione, conducendo un’ordinaria esistenza.

In una concezione democratica della vita sociale, il singolo ha voce in capitolo, quella che gli deriva dal ruolo che esercita, nel contribuire alle decisioni che riguardano la cosa pubblica.

In una gerarchia dei ruoli sociali e, in senso più ristretto, dei ruoli lavorativi, chi dispone di minor potere, l’ultimo della catena, come si è soliti dire, detiene un potere, per quanto limitato e viene messo nelle condizioni di esercitarlo. È questa un aspetto essenziale per il funzionamento della democrazia.

Immaginiamo una sala operatoria dove il chirurgo, non attenendosi al protocollo, chieda all’infermiere di compiere un’azione che non rientra tra le sue mansioni. In questa situazione, devono esistere le condizioni perché il chirurgo sia assecondato nella sua decisione quando si tratti di affrontare un caso del tutto eccezionale. E, nella stessa misura, devono esistere le condizioni perché l’infermiere possa imporre che la procedura fuori protocollo e le richieste alle quali ha dovuto corrispondere, siano messe a verbale.

In ogni lavoro sociale, l’ultimo lavoratore è parte della catena di comando e costituisce un’interfaccia con l’utente e una garanzia per quest’ultimo.

Da molto tempo, le cose non stanno più così.

Ovunque, l’ultimo tra i lavoratori è posto al di fuori della catena di comando. Gli sono attribuite funzioni meramente esecutive e non ha voce in capitolo per denunciare procedure fuori protocollo, ordini estranei alle sue mansioni. Questo cambiamento è intervenuto sia per la tendenza a privilegiare gli aspetti funzionali della produzione rispetto a quelli che comportano una valutazione politica, sia per il declinare del ruolo che in passato svolgevano i partiti politici e i sindacati nei luoghi produttivi. Non è solo la questione dell’articolo 18. Più in generale, si è attenuato il controllo sul valore sociale del lavoro. La conseguenza è l’affermarsi di una flessibilità del lavoro che riguarda esclusivamente il lavoratore e non interviene affatto su tempi e luoghi della produzione per renderli più moderni e corrispondenti ai bisogni della popolazione. Quanto a questo, il sistema del lavoro rimane rigidamente fordista.

Così, nel lavoro sociale non vi è più traccia della nervatura che in passato creava la corrispondenza fra la produzione e il cittadino in vista del bene comune. L’ultimo dei lavoratori, ma anche il penultimo e il terzultimo, su su fino alle gerarchie, sono esclusi da ogni questione che riguardi la tutela del bene comune. Il rinsecchirsi di questa rete riduce tutto quanto al binomio produzione-consumo. Da un lato vi è dunque una tecnostruttura amministrativa funzionale agli interessi economici che esclude ogni perdita di tempo nell’ascoltare l’ultimo dei lavoratori, dall’altro si erge il consumatore-utente che cancella il cittadino. La conseguenza è che scompare l’idea stessa di bene comune e si fa largo un’inquietante cultura mafiosa nella quale gli accordi e le decisioni intercorrono esclusivamente tra i vertici. Questo schema è perseguito a livello globale e la città di Parma, come ho sostenuto più volte e soprattutto nel 2012 (Il caso Parma, Battei), lo interpreta in modo assiduo e originale.

La costruzione del processo democratico è così minata alle fondamenta e non resta che aggrapparsi al voto, per far sentire la propria voce. Ma tutti sono persuasi che il voto non conta nulla e le alchimie per introdurre un sistema di votazione in luogo di un altro, non interverranno sulla riduzione drastica di spazi democratici cui da tempo assistiamo.

Non è dunque il voto e neppure il numero di votanti che costituisce il bandolo da cui districare la matassa. Tuttavia anche su questo occorre agire.

È tempo di riflettere su come l’istituto del suffragio universale, che costituì un grande guadagno di democrazia, sia valore svuotato di significato ai nostri giorni. Quando votavano cittadini analfabeti che vivevano in una società contadina in cui era limitata la funzione dei mass media, i partiti politici svolgevano una funzione essenziale nella informazione, nell’orientamento e nella formazione politica dei singoli. I cittadini erano portati tutti quanti al voto grazie a un potente istituto di controllo e garanzia democratica.

Questo tempo è lontano.

I partiti hanno un peso minore e diverso rispetto al passato. In una società che si appresta a diventare post-massmediatica, nella quale il web apre forme di comunicazione diffusa e ogni blogger può richiamare l’attenzione di ingenti masse e informarle, il partito politico appare, sempre più, come un interlocutore dei media elettrici e del web, piuttosto che un luogo di formazione politica.

In questo quadro, il suffragio universale smette di essere un termometro della democrazia e, al contrario, diventa sempre più un potente canale per il suo inquinamento in quanto costituisce un serbatoio al quale attingere un consenso estorto o prezzolato.

Ogni diritto, quando non costituisce più una preziosa conquista, ma diventa una consuetudine fastidiosa che forse mal si sopporta e a volte si dileggia, deve essere posto al vaglio di una severa critica. Il singolo cittadino dovrebbe avere il diritto a votare, se dimostra di meritarlo.

Non sono personalmente un fanatico della meritocrazia. Ma in questo caso ritengo che il diritto a votare lo si acquisisca compiendo azioni riscontrabili e, per così dire, certificabili.

Penso al lavoro socialmente utile, alla partecipazione attiva in organizzazioni di volontariato sociale, in movimenti e partiti politici, alla rappresentanza in assemblee elettive. Sono, queste, alcune delle iniziative per le quali il singolo dovrebbe acquisire il merito di essere un interlocutore serio della politica e quindi un elettore.

Le forme e i modi del riconoscimento potrebbero essere approfonditi, ma un principio dovrebbe essere affermato: per esercitare il diritto di guidare l’auto, mi provvedo di una patente e ho cura che non sia scaduta. Se del caso, mi sottopongo agli adempimenti necessari. Ho interesse a conservarmi quel diritto e non vengo meno alle procedure necessarie, né mi sottraggo ai costi che queste comportano. E perché mai quel diritto che poniamo alla base del consenso civile dovrebbe essere universale e garantito? Perché dovremmo essere portati di peso, lo dico metaforicamente, nelle cabine elettorali?

In origine il suffragio universale è una spinta per comprendere il valore della democrazia, oggi è una flebo per tenerla in vita.

Il voto come diritto da conquistare e il numero degli aventi diritto come espressione di una seria interlocuzione istituzionale non sarebbero la soluzione dei problemi, ma un modo per ridefinirne i contorni.

Alessandro Bosi