Il convegno di Milano ha visto sostanzialmente legittimare la domanda di partenza da cui la nostra rete si era mossa: la Costituzione ha qualcosa da dirci nell’affrontare la complessa crisi dei nostri tempi.

Gli esperti che abbiamo ascoltato e i dibattiti che hanno preso le mosse hanno confermato che tornare a quei principi non è archeologia, non è passatismo. Non è perché le cose sono cambiate – e in settant’anni sono cambiate molto – che si possa dire che quel testo è divenuto carta straccia. Anzi, ne abbiamo tratto l’impressione che esso sia stato rilanciato come un riferimento che sta davanti a noi. Che in qualche modo attira e giudica ogni scelta che abbiamo da compiere, seleziona tra alternative diverse di prospettiva, sconsiglia di intraprendere alcune strade, anche se naturalmente non può essere semplicisticamente preso come matrice di specifiche scelte politiche. Insomma, la Costituzione come pilastro di uno Stato democratico è il riferimento della ricerca comune di strade per impedire che l’economia lasciata a sé stessa generi mostri (come nella crisi finanziaria è apparso evidente).

 

Nella discussione della mattinata Maria Cecilia Guerra ha portato una competenza e un’esperienza diretta per mettere in discussione i rapporti attuali tra politica ed economia: nel senso di demistificare ogni discorso «tecnico» sull’economia, ma anche nell’indicare le aporie di un malinteso primato della politica che non ascolti i saperi e le competenze, approdando alla fine a scelte sbagliate perché ispirate a logiche di corto respiro o disinteressate sulla loro applicazione reale. La riflessione sui diritti ha poi collegato gli articoli  fondamentali della prima parte della costituzione alle questioni attuali: Giovanni Mazzetti ha posto con forza il problema della redistribuzione del lavoro richiamando le fondamenta di una società in cui il lavoro è fonte di dignità personale; Elena Granaglia ha riflettuto sulla possibilità non tanto di fissare astrattamente retribuzioni giuste, quanto di evidenziare una serie di situazioni «ingiuste» nelle diseguaglianze enormi delle retribuzioni oggi diffuse, approdando a proporre una panoplia di interventi non solo giuridico-amministrativi, ma anche promozionali per tornare a garantire un diritto all’equità in questo campo; Massimo D’Antoni ha ribadito l’importanza del modello di Stato sociale generalista e universalista come strumento per garantire i diritti di cittadinanza, insistendo sulle ragioni anche economiche per cui tale percorso va verificato e precisato, ma osservando che ad esso non vi sono alternative eque ed efficienti. Insomma, una serie di contributi convergenti – nonostante a tratti emergessero anche opzioni variegate e riferimenti ideali pluralistici –  a disegnare almeno un campo di riflessione ancora aperto e fecondo.

Nel pomeriggio, dopo un serrato dibattito, abbiamo tentato di rilanciare il tema sotto forma di un interrogativo ancora più sintetico e provocatorio: «Riformare il capitalismo, in che direzione?». Avremmo anche potuto chiederci se si può pensare a tale riforma. Ci siamo naturalmente ridetti che capitalismo è espressione ambigua e generale (nella storia ci sono stati diversi capitalismi e forse ancora oggi si parla di diverse forme di capitalismo). Del resto il capitalismo non è mai stato solo economia di mercato, ma anche una certa struttura di potere sociale e un intreccio con lo Stato e le istituzioni. Alla fine, nella luce degli stimoli già posti sul tappeto in mattinata, la tavola rotonda ha portato altri elementi forti di riflessione: Sabrina Bonomi ha portato il contributo della scuola dell’economia civile, che propone di cambiare alcuni paradigmi fondamentali imperniandosi sulla cooperazione tra Stato, imprese e società civile organizzata; Maurizio Franzini ha evidenziato la serietà della condizione di crisi attuale nella difficoltà della politica a cogliere e valorizzare le idee migliori che gli economisti elaborano rispetto alla necessità  di pensare agli interessi del  99% della popolazione e non a quelli dei pochi privilegiati (fino a evocare una nuova stagione costituente);  Franco Mosconi ha riflettuto sulla condizione di un asse decisivo dello sviluppo del paese come il settore manifatturiero dopo decenni di sbornia finanziaria, indicandolo ancora come un settore cruciale per equilibrare ricchezza e coesione sociale; Giannino Piana ci ha portato un punto di vista etico e teologico, insistendo sia sulla funzione delle idee che su quelle dei soggetti – su scala veramente globale – per correggere le storture del sistema e ricollegare l’economia al benessere complessivo delle persone.

Nel pluralismo marcato di approcci teorici e di opzioni anche metodologiche, è apparso però a tratti rinfrancante un orizzonte comune di senso fortemente politico, in senso alto. Quelli citati sono naturalmente solo alcuni spunti tra i tanti emersi: non è compito di questo articolo fare una sintesi, soprattutto a caldo. Ma proveremo a mettere a disposizione in modo più strutturato i materiali del convegno (a partire dai file audio degli interventi), per rilanciare la ricerca e la domanda, provando magari a concentrarci su alcuni punti di caduta operativi, su alcune priorità da sottolineare nel dibattito pubblico. La nostra rete ha da ieri nuovo pane per i suoi denti.

Guido Formigoni

Ulteriore materiale sul Convegno e altri interessanti documenti possono essere reperiti sul sito http://www.c3dem.it/