Il 23 novembre, nelle elezioni regionali, il popolo ha detto la sua, anche se di più con il silenzio. Ha detto che non gli va questa politica, questa regione, questo PD. Non sono bastati i candidati a fare la differenza. I cittadini hanno voluto dare un forte segnale disertando le urne, facendo crescere la Lega, il perno della destra in ascesa.

Quello che è accaduto non è, come ha detto Renzi, un elemento secondario. Anche se il PD ha vinto le due regioni, è stato troppo al di sotto della sua ambizione, e nell’Italia politica così debole se il PD non convince è un enorme problema. La destra è alle porte, e si dice che ormai la sfida è tra PD e Lega. In un Paese che si riconosce sempre più estraneo a questa politica, sempre più sofferente e insofferente.

Il messaggio è stato chiaro, lo era da tempo, non da ora, i cittadini si aspettano di più e di meglio dalla politica. Come debbono farlo capire? Il crollo dei votanti è la domanda potente di una politica più seria, più efficace, più credibile, più sobria nei suoi comportamenti. Per i cittadini è intollerabile l’uso abnorme dei fondi pubblici per la politica, possibile che non lo sia per i loro rappresentanti?

Tocca ai partiti, e soprattutto al PD, ritrovare il filo diretto con i cittadini attraverso scelte e gesti che alimentino la fiducia. Un PD alternativo a se stesso. Niente di meno.

Questa è la prima lezione. Una lezione di profonda moralità culturale e politica.

La seconda, è una forte scossa all’assetto politico odierno: il Governo sa di essere in minoranza nel Paese, l’ambizione del nuovo PD di tenere i voti della sinistra e di acquisire quelli della destra si rivela perdente, sull’uno e sull’altro fronte. Per l’abbandono dei nostri, e nel centrodestra per l’incasso della Lega.

Come si vede il patto con Berlusconi non convince, in realtà io penso che sia antistorico. Non si vive di sola tattica secondo la necessità o la convenienza. I guasti inflitti al Paese da Berlusconi e dalla Lega in questi decenni impongono di prenderne radicalmente le distanze giocando la sfida vera, quella dell’alternativa. L’obiettivo delle riforme istituzionali può non essere più la risposta principale alla domanda di ricostruzione morale, materiale e politica del Paese che la storia oggi ci consegna. C’è qualcosa di più drammatico e profondo. So di mettere in discussione l’asse delle larghe intese coltivato in questi anni anche dal Presidente Napolitano, ma ritengo che sia necessario farlo.

E’ finita l’Emilia rossa, quella del centrosinistra sembra più alle spalle che davanti a noi. A meno che non prendiamo sul serio il messaggio degli elettori offrendo loro una nuova visione e una nuova speranza. Non basteranno nuovi programmi e il buon amministrare , senza un grande sogno che muova l’animo delle persone intorno all’esperienza autentica della libertà e della giustizia, della solidarietà e dell’apertura al nuovo, della fiducia nella politica e nella democrazia.

La democrazia, mai così fragile e oligarchica come ora, eppure il popolo la desidera.

Sconfitti Grillo e Berlusconi, si capisce che nel voto gli elettori cercano ogni volta di imprimere un cambiamento, se resteranno delusi cambieranno cavallo. Può spiazzare e non piacere, ma il voto è davvero lo strumento principe in mano ai cittadini, l’unico.

Il PD dovrebbe essere la sponda sicura di un approdo che non delude. Per il bene del Paese.

A Parma, è accaduto quel che di solito accade, da anni. A Parma la politica è particolarmente debole, si attende un lavoro serio, per una nuova stagione. Gli eletti del PD in questa tornata si sentano più i pionieri del nuovo che non la certezza di quello che resta.

Ha detto Romano Prodi in queste ore: “Ai tempi del liceo il mio professore di filosofia, quando qualcuno si esibiva in una interrogazione insufficiente, accampando a volte scuse, usava rispondergli amabilmente con queste parole: <Mio caro, come ti fai il letto, così dormi>”.

In fondo adesso si tratta semplicemente di rifare il letto, facendogli prendere aria, e poi di rifarlo bene.

Albertina Soliani