Traccia dell’intervento svolto durante la conversazione su “La città che cambia. Popolazione e trasformazioni demografiche: l’impatto sul futuro di Parma” tenuta presso il nostro Circolo lo scorso 20 novembre.

 

Sono Rosanna e mi occupo di progettazione sociale relativa all’immigrazione. Il mio sguardo sulla questione è quindi derivato dall’esperienza e dalla quotidianità nella gestione di progetti con entri differenti che si occupano di immigrazione e dal rapporto anch’esso quotidiano con i cittadini migranti.

 

Partirei dal presupposto che l’immigrazione esiste, è anacronistico parlare di fenomeno migratorio perché si tratta di una situazione strutturale esistente, appunto. Siamo quindi al punto in cui diverse culture abitano nello stesso territorio ed è molto importante creare situazioni come questo incontro per parlare di come immaginiamo il futuro di Parma, perché questo significa che, a differenza di come ognuno di noi percepisce il migrante, abbiamo un interesse in comune: il fare comunità tra coloro che abitano lo stesso territorio.

La nostra è una comunità molto più variegata di 40 anni fa e va supportata ad essere coesa.

Per supportare la coesione tra persone diverse, a mio avviso e nella mia modesta esperienza, il primo passaggio importante è un patto tra gli enti e le realtà che parlano della questione immigrazione (stampa compresa) che permetta di parlare di immigrazione senza creare allarmismi. L’allarmismo ha un forte impatto sulla popolazione; esso produce una frattura sociale che rompe la coesione e il senso di comunità. Nel caso del migrante, creare allarmismo crea uno scontro in una situazione in cui l’unica soluzione possibile sembra essere l’incontro. Non lo dico solo perché penso che una convivenza pacifica sia possibile, anche se partiamo da altri punti di vista, parlare, conoscere e fare comunità con i migranti è essenziale. E’ essenziale il migrante che raccoglie mele in Trentino e la badante di mio nonno. Quindi queste persone hanno fatto una scelta di vita radicale, restano sul nostro territorio e sono importanti per la nostra economia; ci servono. A mio avviso però, ci servono non solo strumentalmente. Ci servono per vedere al di là dei nostri confini, per uscire dal nostro provincialismo, per metterci in discussione. Se ci servono per tutta questa molteplicità di fattori, bisogna creare occasioni per scambi di conoscenza reciproca. Inoltre, vi farei una domanda: quando parliamo di migranti in maniera allarmista, quindi con una sorta di diffidenza, a chi pensiamo? Ci sono clichè radicati che ci portano ad accumunare sotto la parola “loro” una molteplicità di soggetti che non si sentono simili. Ci fanno paura le badanti del nonno? Quelle persone a cui lasciamo il bene più grande che abbiamo e quindi i nostri affetti? A me sembra di no. E’ quindi doveroso ricordarci dei tantissimo noi e dei tantissimi loro che ci sono a Parma perché una signora albanese residente da 20 anni non si sentirà vicina al ghanese appena arrivato…eppure noi li chiamiamo “loro”.

Per avere una Parma futura con un grande senso di comunità tra tutti i suoi abitanti, occorre:

  • Lavorare per le politiche di immigrazione facendo rete tra tutti gli enti e le realtà che parlano della questione immigrazione
  • Lavorare fortemente nel sistema scolastico, noi siamo qui a parlare di un incontro di culture possibili e nelle scuole c’è un laboratorio aperto che già sperimenta questo incontro
  • Valorizzare esperienze esistenti che vanno già verso questa direzione e crearne di nuove
  • Continuare a leggere il cambiamento del nostro territorio con ricerche e anche attraverso eventi di questo tipo