Anche in politica, come nel costume e nel linguaggio, ci sono le “mode”: negli anni ’90 andavano fortissimo i Sindaci, che, grazie all’elezione diretta da parte dei cittadini, erano diventati il simbolo della buona amministrazione e del rinnovamento della politica (a Parma ne sappiamo qualcosa);

poi, nel decennio successivo, è stata la volta dei Presidenti di Regione, anzi dei Governatori (termine preso in prestito dalla realtà nordamericana ma di cui non si trova traccia nell’ordinamento italiano), in particolare di quelli del nord, promotori dell’autonomia e del federalismo contro le presunte tendenze accentratrici del governo centrale, fino a delineare improbabili scenari secessionisti o indipendentisti.

 

Ma anche questa “moda” ha ormai fatto il suo tempo, e la controprova più evidente è stato il vero e proprio “oscuramento” che ha caratterizzato i candidati alla carica di Presidente dell’Emilia-Romagna nel corso della recente campagna elettorale; tanto più che, a differenza di altre occasioni in cui la scarsa visibilità del candidato era direttamente proporzionale alla sovraesposizione dei leaders nazionali, nel caso del voto emiliano-romagnolo l’”invisibilità” degli aspiranti governatori è andata di pari passo con quella dei loro sostenitori in Parlamento o nel Governo, con poche e ben circoscritte eccezioni.

Se a determinare questa situazione hanno indubbiamente contribuito circostanze contingenti (le varie “questioni morali” che hanno pesantemente toccato le istituzioni regionali, la sensazione di un risultato già scontato in partenza, la stessa assenza di candidati presidenti carismatici o almeno conosciuti anche dai non “addetti ai lavori”) non vi è dubbio però che essa sia anche figlia di un “disincanto” che ha ormai toccato in profondità persino una regione come l’Emilia-Romagna, in cui la passione per la politica è stata sempre forte e radicata. La percentuale di votanti alle elezioni di domenica scorsa – ben al di sotto delle più pessimistiche previsioni – ne è una clamorosa conferma. Se, sommariamente, il Comune viene visto dai cittadini come l’istituzione più “vicina” e il Governo centrale quella più “lontana” , non vi è dubbio che, col voto di domenica, gli emiliano-romagnoli (ma anche i calabresi) abbiano idealmente collocato Bologna – e Catanzaro – dalle parti di Roma.

Ecco allora che il primo compito del nuovo Presidente della Regione sarà quello di smettere i panni oramai logori del “Governatore”, mettendo così fine ad una velleitaria competizione con i poteri nazionali, e di (tornare a) fare quello per cui è stato eletto: ovvero amministrare e rappresentare con onestà e competenza gli uomini e le donne dell’Emilia-Romagna; e provare così , come direbbe un suo noto conterraneo, “a dare un senso” a questa elezione, che, vista l’altissima astensione, almeno per adesso “un senso non ce l’ha”.

Riccardo Campanini