E’ stato presentato nei giorni scorsi il volume di Alessandro Bosi Gente di strada. Disagio nello spazio pubblico, Battei, Parma,  2014. Abbiamo rivolto alcune domande all’autore.

 

 

 

  1. Innanzitutto, come è nata questa ricerca? E in cosa si differenzia da altre svolte su argomenti simili?

Il libro, pubblicato dall’editore Battei, raccoglie i risultati di una ricerca – voluta dalla Fondazione Tommasini grazie al contributo della Fondazione Cariparma – sulle persone che a Parma non hanno un posto dove trascorrere le loro giornate.

I risultati di una ricerca, ho detto. Ma nessuno cerchi numeri o statistiche. Non vi è neppure, in questo libro, una mappa dei luoghi, delle associazioni impegnate nell’aiuto, tantomeno delle persone che vivono lo spazio pubblico come disagio. Niente di tutto questo.

Intendiamoci. Tutto questo sarebbe utile e perfino necessario.

Tutto questo si dovrà fare, qualcuno dovrà occuparsene.

Ma qui non ci sono perché… perché, lasciamelo dire, sono stato spiazzato. Da tutti.

Dai fuoriposto, dei quali dirò, dai preti, dagli assistenti sociali, dagli educatori, dagli amministratori, dai politici e perfino dalla letteratura.

Nessuno che corrispondesse all’idea del problema che avevo in mente.

Dovevo studiare chi occupa gli spazi pubblici di giorno e di notte senza averne il diritto. Li vediamo tutti, in stazione, nelle sale d’attesa dell’Asl, negli ipermercati, nelle biblioteche, nei dipartimenti universitari, perfino lì. Si capisce che non sono lì per fare quel che si dovrebbe fare stando lì. E si capisce che possono rimanere finché non sono in troppi, finché qualcuno non si lamenta, finché non arriva un direttore più severo di quello precedente.

È una storia di sempre. E si sa che queste presenze, in ogni città, crescono di numero nei momenti di crisi economica.

Avevo le mie idee in proposito. Le ho confrontate con chi ha una presenza più assidua sul territorio, con chi li aiuta in qualche modo e ho parlato con molti di loro.

Su una cosa soltanto, tutti i discorsi convergevano: sulla povertà. Era come un gorgo. Dovunque si partisse, si finiva per parlare di povertà, per usare le parole che dicono la povertà e i modi per aiutarla. Aiutarla a cosa? A restare povertà. Perché la nostra società ha un quadro concettuale assai preciso per dire povertà a partire dalle parole più alate. E questo quadro concettuale è la camicia di forza che tiene imprigionati i poveri alla povertà. Senza rimedio. Per questo ho voluto seguire un altro percorso, ho voluto cercare un lessico che non dicesse della povertà.

Questo è il risultato del quale mi hai chiesto, il risultato della ricerca.

Lo dico ironicamente perché di tutto si tratta fuorché di un risultato e del resto la mia, a conti fatti, non è stata neppure una ricerca. Doveva essere uno studio, una ricerca. È diventata un’esperienza. È stato un ascolto.

 

 

2) La realtà che la ricerca ha messo in evidenza, nonostante i molti “allarmi” lanciati da chi lavora in questi ambiti, è ancora oggi quasi sempre “sommersa” e sconosciuta. Come mai? Può essercì una sorta di “rimozione” di questi problemi, a livello sia privato che pubblico?

È proprio come dici tu. Le persone che vivono il disagio nello spazio pubblico – poveri senza casa, né lavoro, ma anche persone che povere non lo sono state mai, che soffrono la solitudine o altre ancora per le quali è incombente il terrore di un domani verso il quale vedono precipitarsi le loro vite senza alcun rimedio – sono presenze tangibili, ma del tutto assenti dallo sguardo della città. La Presenza di un assente, non a caso, è il titolo di un capitolo del libro. Si potrà dire che vi sono forme di volontariato attive e generose. Ma la loro virtù, per le quali possiamo solo elogiarle, consiste nell’aiutarli a vivere. Ben altro sforzo sarebbe necessario per toglierli dalla condizione nella quale, spesso, sono stati precipitati a loro insaputa.

 

3) Infine, la ricerca o l’esperienza, come la chiami tu, suggerisce anche alcune indicazioni per cominciare ad affrontare situazioni come quelle evidenziate nel volume?

Il libro non disegna cieli azzurri. Scandisce tre punti essenziali.

Il primo è dato dal concetto di fuoriposto. Un signore poco più che cinquantenne che non ha né casa né lavoro, ha usato questo termine per descrivere la sua situazione. In un lungo colloquio durato tre giorni, e che nel libro occupa le prime 69 pagine nella forma di un monologo intercalato da mie rare e sintetiche domande, quel signore spiega una condizione per cui il fuoriposto è di continuo sospinto altrove, gli è impedito di stare, quantomeno, dentro al suo essere fuori. La categoria di fuoriposto che ha usato con finalità descrittive è in realtà utile per interpretare una condizione che altrimenti ci sfugge o rimane ancorata all’opposizione lavoro-non lavoro o all’equivalente ricchezza-povertà. Il fuoriposto denuncia la sottrazione di spazio pubblico, di spazio vitale nell’ambito della città che, per elezione, è il luogo dell’animale politico il cui ambiente è appunto la polis. In questo cortocircuito, definirsi fuoriposto, è assai di più che rappresentarsi come un vagabondo, significa mettere in discussione l’idea economicistica di una società che definisce sé stessa entro i confini degli individui ai quali assegna un posto. E questa è la seconda acquisizione della ricerca. La società non è un ovile e i poveri, i diseredati, i disperati non sono le pecorelle fuori dalla società perché, diversamente dal pastore della parabola evangelica, la società non cerca le pecorelle fuori dal confine essendo già là dove vi è ogni pecorella smarrita insieme al lupo che la insidia. Gli atti più aberranti non sono la mostruosità estranea all’essere sociale, sono l’essere sociale che, tra i suoi molteplici modi d’essere, pratica anche la mostruosità. Per questo non vi è un fuori per la società e creare la figura del fuoriposto significa negarsi come società.

E siamo alla terza acquisizione di questa esperienza. Non parliamo di povertà perché in questo nostro tempo la miseria ha bypassato la povertà. E la miseria non è lo stadio più radicale della povertà. È altra cosa. La povertà è una questione che riguarda l’economia e l’economia si serve della povertà, ne ha bisogno al pari della ricchezza. Insieme, fanno tornare i conti. La miseria è un problema culturale. Ai nostri giorni si dica che c’è povertà dove si muore di fame. E di posti così ce ne sono eccome, nel mondo. Qui da noi, dove non si muore di fame o di stenti e se questo accade in qualche raro e deplorevole caso diciamo all’unanimità quanto sia deplorevole, accade invece che, non essendo mai state povere nella loro vita e nelle generazioni che le hanno precedute, alcune persone si trovino di colpo in una situazione di miseria, sbattute in strada avendo vissuto, talvolta, negli agi. Per la miseria non ci sono partiti e sindacati, le teorie economiche fanno acqua da tutte le parti. E forse siamo in difetto anche quando si tratti di dedicarle un pensiero.