Cosa rimane del sogno ubaldiano? La valutazione è complessa, non si può esaurire in poche righe. E va molto al di là del giudizio personale su Elvio Ubaldi. Coinvolge un sistema politico, economico, sociale, culturale di cui Ubaldi probabilmente si illuse, a torto, di essere unico timoniere.

E segna una fase storica che iniziò nel 1998, quando Ubaldi sconfisse il centro-sinistra, proseguì nel 2007 con la vittoria di Pietro Vignali, voluto e fortemente supportato dal sindaco uscente, e si concluse nel 2011, con il commissariamento del Comune di Parma e i successivi arresti da parte dell’autorità giudiziaria.

 

Oggi, in un periodo di sconcerto, di smarrimento di un’intera città, più delle intuizioni politiche, degli indiscutibili successi di quel periodo, sembrano emergere soprattutto gli errori commessi allora. Il cilicio autopunitivo che Parma si è messo indosso, simbolo di un declino percepito, esprime la disaffezione per un’idea ambiziosa di futuro, mortificata dopo l’ubriacatura di anni di vacche grasse.

Quanti errori sono stati commessi negli anni di governo della città, dal 1998 al 2011?

E per quanto tempo pagheremo quegli errori?

Quante occasioni sono state perdute, quando la città disponeva di risorse finanziarie enormi e la maggioranza che la governava godeva di un patrimonio di consenso mai visto prima?

Se la risposta si limitasse a quello che oggi più ferisce la percezione collettiva, dal Ponte Nord, all’espansione edilizia delle periferie, al proliferare di centri commerciali, alle nebbie del Teatro Regio, al debito del Comune, all’estinzione di Piazza Ghiaia, alle grandi opere lasciate a metà, al fantasma della metropolitana mai iniziata, sino al sino all’abisso etico della classe dirigente della città, che portò agli arresti, il giudizio non potrebbe che essere tranchant: un disastro.

Eppure il giudizio su quegli anni non si può esaurire qui.

Una lettura analitica dovrebbe suddividere la parabola del centro-destra a Parma in almeno tre fasi distinte: il primo mandato di Ubaldi, il suo secondo e gli anni del governo di Pietro Vignali.

Ma anche in queste distinzioni, il processo politico che la città ha vissuto, e alla fine ha sostanzialmente subito, mostra una sua logica unitaria, una progressività, che vede nitidamente un inizio, una maturazione e una fine.

Perché tutto quello che ha caratterizzato la politica di quegli anni fu ispirato da una medesima visione anti-ideologica, che tuttavia, a suo modo, fu ideologica anch’essa, una sorta di neo-liberismo, coltivato nel mito del fare. E il mito del fare, senza una programmazione seria dello sviluppo, alimentato dalla grande disponibilità di risorse economiche, sovraeccitato da troppi interessi e condizionamenti, degenerò progressivamente, perse la bussola, sino a mettere a repentaglio l’equilibrio della città.

Quello che è peggio è che alla fine di quel processo fu consentito l’ingresso nella stanza dei bottoni anche a personaggi di incerta moralità, ammessi, purché i progetti andassero avanti. E’ questo fu il più macroscopico di tutti gli errori compiuti dalla politica in quegli anni.

All’inizio quella di Ubaldi si era presentata come una rivoluzione culturale, un cambio di passo deciso rispetto a antichi consolidati conservatorismi.

Parma si identificò subito con Ubaldi, e soprattutto con la sua idea di una città moderna, europea, addirittura di una Parma capitale.

Quell’idea di città rappresentò un’ambizione di cui la città avvertiva un profondo bisogno, e che la ricchezza culturale ed economica di Parma aveva tutti i mezzi per supportare. Ma quando si passò dalla teoria alla pratica, dall’idea alla sua attuazione, se le prime realizzazioni furono apprezzate, la fase successiva vide risultati ben diversi, quanto meno assai più contraddittori.

Non c’è dubbio che molte cose ottime furono fatte e stanno tutte nella prima parte del mandato di Elvio Ubaldi. E’ un elenco lungo di opere, il lato positivo della città cantiere, che realizzò la tangenziale sud, il Duc, il restauro del Parco Ducale, il completamento delle opere iniziate da Stefano Lavagetto, Piazzale della Pace in primis, il recupero delle piazze, delle vie di Parma, dal centro alla prima periferia, che diede alla città il senso di una dignità urbana ritrovata. Opere che fu possibile ultimare grazie a una macchina amministrativa che la Giunta di allora, con misure drastiche di razionalizzazione, aveva reso più efficiente e vicina ai bisogni della città.

Ma dopo il primo mandato di Ubaldi, la città iniziò a vivere un progressivo impazzimento. Il mito della città cantiere portò ad accantonare l’attenzione all’equilibrio urbano. Lo strappo con Andrea Borri, Presidente della provincia, che era avvenuto sulla questione del Piano regolatore, aveva dato il via a un’espansione edilizia incontrollata, le cui conseguenze negative la città sconterà per decenni. Ma la politica urbanistica di Ubaldi fu avvallata dall’opinione pubblica, dal sistema economico e, dopo la scomparsa di Borri, anche dalla stessa amministrazione provinciale, rendendo di fatto il Pd corresponsabile della deflagrazione urbanistica della città.

La stagione delle grandi opere vide un’escalation che appariva senza limite. La città aveva bisogno di credere in un futuro ambizioso, si entusiasmò, era a fianco dell’amministrazione. Ma opere senza senso come il Ponte Nord, il Teatro dei dialetti o le vele su Piazza Ghiaia fecero sorgere alcuni dubbi anche ai più fedeli. Poi arrivò la metropolitana. Che non fu realizzata, ma che, al di là di ogni giudizio di merito, essendo palesemente sotto-finanziata, avrebbe rischiato di trasformarsi in un bagno di sangue per le finanze del Comune.

Il sistema Parma sostenne comunque sempre, a stragrande maggioranza e senza esitazioni, l’esperienza amministrativa del centro-destra. La continuò a sostenere anche chiudendosi gli occhi, quando essa giunse a una fase di degenerazione, oltre i confini della spregiudicatezza, in una trasmutazione etica, che si manifestò nella proliferazione attorno al Comune di lobby trasversali per lo meno poco trasparenti. La caduta libera dell’etica pubblica iniziò dalla vicenda Spip, lo scandalo delle compravendite con plusvalenze da decine di milioni a favore di misteriose fiduciarie, tra il 2006 e il 2007. La vicenda Spip produsse ricavi abnormi e stimolò ulteriori appetiti: così quella “Parma da bere” gaudente, amorale si conquistò spazi di manovra imbarazzanti di cui la giustizia ha esplorato solo alcuni ambiti, rivelando un mondo squallido che si nutriva della peggiore politica.

Dopo avere vissuto il sogno per dodici anni, la città si svegliò di soprassalto, quando la magistratura operò gli arresti eccellenti, mentre il Comune improvvisamente dichiarava di essere sull’orlo del dissesto economico, venendo commissariato, e il tessuto sociale iniziava a barcollare.

La reazione delle elezioni del 2012, la bocciatura di un’intera classe politica, Pd compreso, è stato un segnale inequivocabile di ribellione a tutto.

Ciò che ne è seguito è cronaca. Parma rimane a tutti gli effetti una città vitale, ma sembra in stato di depressione collettiva. I segnali di risveglio esistono, ma manca il collante di una visione condivisa che solo la buona politica può dare.

Per questo fa ancora più rabbia pensare all’occasione perduta, quando Ubaldi, il primo Ubaldi, ebbe la capacità di farsi perno di un sistema articolato, di essere il riferimento di una intera città, ma si illuse di potere controllare i fenomeni, anche quando i fenomeni arrivarono ad implodere, lasciando soprattutto molte macerie.

Paolo Scarpa

Il 30 ottobre al Borgo si svolgerà un dibattito su quanto resta del “sogno ubaldiano”, tra passato e futuro

Raccogliendo il suggerimento di alcuni soci la Redazione de “IlBorgodiParma” ha messo in cantiere una serie di incontri pubblici, aperti a tutti gli interessati, in cui riflettere e confrontarsi su alcuni degli argomenti più significativi ed attuali trattati nella newsletter. Il primo di questi appuntamenti, che si terranno il giovedì sera con scadenza di massima quindicinale, è in programma giovedì 30 ottobre alle ore 20,45 presso la sede de “Il Borgo” in via Turchi.

L’argomento di questa prima serata non poteva che essere una riflessione politica sugli anni del governo cittadino di Elvio Ubaldi e dei suoi successori, un periodo al quale sono già stati dedicati alcuni articoli in questa e nella precedente newsletter.

Il dibattito prenderà le mosse proprio dal titolo dell’articolo di Paolo Scarpa “Cosa resta del sogno ubaldiano? Dal 1998 a oggi, riflessioni su passato e futuro di Parma”. Con lo stesso Presidente de Il Borgo e con Riccardo Campanini, Direttore de “ilBorgonews”, ne discuteranno Giuseppe Bizzi, Maria Teresa Guarnieri e Sergio Manghi. Il tono della serata vuole essere quello di una discussione libera e aperta al contributo di tutti quanti vorranno esprimere la loro opinione su un argomento di grande interesse ed attualità.

Ricordiamo anche che sul sito sono consultabili i vecchi articoli di Paolo Scarpa sulla “Città di Ubaldi”.