E’ un momento storico particolarmente complesso quello in cui ci troviamo. Solo tra molto tempo se ne potranno capire i significati più profondi, attraverso la lettura, a posteriori, dei processi che ora sono in atto e di cui è impossibile comprendere tutte le sfumature.

Ed è un momento complesso per tutto, per il sistema globale, per l’Europa, per il paese. Lo è anche, nel suo microcosmo, per Parma, che continua ad essere al centro di una attenzione mediatica che va ben al di là dei confini del suo territorio, a causa della singolarità degli eventi politici che l’hanno attraversata. Parma vive ora questa complessità come difficoltà di comprensione di una sua prospettiva di futuro. A differenza del paese, dell’Italia, che forse, per una volta, alle elezioni europee, in controtendenza rispetto ad altre realtà nazionali, “ha scelto di scegliere”, di affidarsi a un progetto e quindi di dare fiducia a chi oggi la governa. Alle Europee gli italiani infatti hanno votato, dopo molto tempo, “per” un’idea di governo e questa è la vera novità. Perché in Italia spesso il voto è un arma che si usa “contro”, contro un avversario, un’ideologia, una classe dirigente, un partito e non “per”, ovvero per un’idea o una leadership che la rappresenta. Fu un voto soprattutto “contro” anche quello di Parma, nel 2012, quando i cittadini rifiutarono l’offerta politica che sembrava avere già ottenuto l’egemonia del consenso e si affidarono piuttosto a un esperimento ignoto, preferito comunque a un sistema che appariva ai più come troppo radicato nella partitocrazia. Ci sarà tempo per riflettere ancora su ciò che è avvenuto e sulle conseguenze che ne sono derivate. Diciamo tuttavia che l’attuale smarrimento della città è frutto soprattutto di alcuni dei limiti congeniti di Parma, che, a fronte di una ricchezza umana e culturale straordinaria, soffre troppo sovente di alcuni mali, tra cui il particolarismo, la vanità e la presunzione di avere già in mano (e già vinte) partite che in realtà devono ancora iniziare. Se Parma vuole guarire da questi mali, ha la necessità di rifarsi ai suoi valori fondamentali, evitando l’errore (per una comunità che voglia essere coesa) dell’uomo solo al comando, ovvero del partito o della lobby di potere che, senza troppe metafore, manifesta il volere di “prendersi la città”, un principio che ha spesso cozzato contro la endemica inadeguatezza di troppe, deboli, leadership locali. E quindi occorre ripartire dai giovani, avendo l’umiltà di ascoltarli, di mettersi a loro servizio, di fornire loro gli strumenti culturali per affrontare la complessità della contemporaneità e per formare cittadini responsabili, attrezzati culturalmente e, ancora di più, eticamente, che sappiano generare a loro volta classi dirigenti altrettanto responsabili, preparate, libere, disinteressate. “Il Borgo”, cercando di interpretare il proprio ruolo di associazione indipendente, si è dato il compito di lavorare su questo obiettivo, attivando la promozione della cultura come principale ingrediente di crescita di un territorio e dando vita a un progetto di formazione civica dei giovani su cui ha chiesto (ed ottenuto) consensi alle istituzioni culturali, al mondo della Scuola e dell’Università in particolare, come al mondo dell’impresa e alla società civile in genere. Di fronte allo spettacolo troppo spesso sconfortante della politica, sono i giovani per primi che gridano il loro bisogno di un cambiamento che deve partire dalla conoscenza dei meccanismi e dei linguaggi che regolano la nostra convivenza civile, e, ancora di più, a monte di essi, dall’apprendimento critico dei valori fondativi su cui poggia, più o meno stabilmente, il sistema democratico.

Paolo Scarpa