Di molti argomenti abbiamo parlato nel nostro “Dialogo sull’Europa” con Romano Prodi nell’Aula Magna dell’Università di Parma il 5 giugno scorso.

Qui di seguito, un breve sommario senza alcuna pretesa di completezza.

I – La moneta unica (che c’è) e il governo “europeo” dell’economia (che non c’è)

Per una felice coincidenza, l’iniziativa de ‘Il Borgo’ in collaborazione con la Fondazione Andrea Borri, si è svolta nella serata dello stesso giorno in cui la BCE, presieduta da Mario Draghi, assumeva alcune fondamentali decisioni di politica monetaria (taglio dei tassi dallo 0,25 allo 0,15%, tasso negativo sulla liquidità depositata dalla banche presso la BCE, e così via). Una ulteriore conferma, insomma, che la prima gamba di una politica economica comune – la politica monetaria, per l’appunto – c’è e svolge la sua funzione. Ma che dire, abbiamo chiesto al Presidente Prodi, della seconda gamba, ossia, la politica fiscale e di bilancio? Qui la riflessione del Professore ha spaziato dalla crisi del ’29 ai nostri giorni, ponendo in risalto il vero dramma di tutte le grandi depressioni: il crollo della domanda. “Come si è usciti dalla crisi del ’29?”, si è domandato a sua volta? “Purtroppo l’Europa – ha proseguito – in questi ultimi anni non ha seguito l’esempio di USA e Cina, che memori della lezione keynesiana del secolo scorso hanno arginato questa grande crisi aiutando la produzione e la domanda con immissioni di liquidità nell’ordine dei trilioni di dollari. Al contrario, i paesi dell’UE hanno percorso il cammino opposto, limitando il potere d’acquisto e deprimendo le strutture produttive, come se si potesse tenere un bilancio in ordine con l’economia che non cresce. Perché, vedete – ha concluso su questo punto –, la questione davvero cruciale è questa maledetta ripresa che non arriva mai; lo stesso Draghi ha stamane parlato di ‘segnali deboli e fragili’. E’ mancata, a tutt’oggi, quella condivisione (fra i diversi Paesi) di un progetto di rilancio dell’economia, che invece caratterizzò l’attuazione del celebre ‘Piano Marshall’ subito dopo la II^ Guerra mondiale”.

II – Le grandi “reti” per legare fra loro i Paesi e le loro economie

Da questa analisi alla formulazione di alcune concrete proposte il passo è breve. L’idea di fondo di Romano Prodi è quella di costruire, per così dire, sul campo un autentico governo europeo dell’economia. Questi anni hanno, infatti, dimostrato l’impossibilità – in questa fase storica – di affiancare alla politica monetaria comune e sovranazionale una politica di bilancio con le stesse caratteristiche. E allora perché non cominciare dalla risoluzione di alcune fondamentali urgenze dell’economia ‘reale’, che è quella fatta di persone, imprese, famiglie, lavoratori e imprenditori? “Abbiamo un problema energetico – è l’argomentazione del Professor Prodi – perché i nostri oleodotti e le reti per il trasporto del gas non sono collegati fra di loro al di fuori dei confini nazionali. E ancora: anche le infrastrutture telematiche non rappresentano un vero e proprio network europeo, e lo stesso può dirsi per la R&S, che è svolta soprattutto in casa dai singoli Paesi. E gli esempi potrebbero continuare”. Potrebbero essere gli ‘Eurobonds’ – gli domandiamo – lo strumento ideale per realizzare questi ‘Transeuropean Networks (TENs)’, per dirla con le parole usate da Jacques Delors nel suo ‘Libro Bianco’ del ’93? La risposta del Professore – che con Alberto Quadrio Curzio dell’Università Cattolica è autore di una specifica proposta sugli ‘Eurobonds’ (Cfr. Il Sole 24 Ore, agosto 2011 e 2012) – non si è fatta attendere: “In verità, è una partita che non è mai iniziata quella fra i fautori di questo strumento e coloro che sono fermamente contrari, tale e tanta è la chiusura di questi ultimi verso ogni ipotesi di quella che tecnicamente si chiama una ‘mutualizzazione del debito’. Allo stato, è meglio contare sulla mobilitazione delle risorse, certe e ingenti, di cui dispongono istituzioni europee quali la BEI e la BERS.”

III – L’allargamento a Est dell’UE, un’occasione mancata?

Lasciamo il campo dell’economia ed entriamo in quello della politica e della diplomazia. Lo facciamo tenendo conto che è trascorso poco più di un mese dal 10° anniversario dell’Allargamento dell’Unione verso Est (8 Paesi più Cipro e Malta), avvenuto nella notte fra il 30 aprile e il 1° maggio 2004 (con Romania e Bulgaria entrate nel 2007, e da ultima la Croazia lo scorso anno). Il Professor Prodi comincia dalla rievocazione di quella data, che lo vedeva in missione a Gorizia nelle vesti di presidente della Commissione europea di Bruxelles: “La notte in cui le frontiere tra Italia e Slovenia sono cadute è stato il momento più bello della mia non breve vita politica. E alla domanda sullo stato in cui, oggi, si trova questa sfida storica dell’allargamento, rispondo a mia volta con una domanda: quali sono i confini dell’Europa? Questo è il tema di fondo che ci ponemmo nei miei anni di Bruxelles, tema che implicava la questione dell’ingresso (o meno) non solo dei Paesi balcanici ma anche di casi sensibili come, ad esempio, Turchia, Ucraina, Bielorussia, etc. L’idea lanciata dalla mia Commissione, date le difficoltà politiche di fatto insormontabili per far entrare alcuni di questi paesi, era quella volta a creare il cosiddetto ”Anello degli Amici”. Che, in pratica, significava questo: dopo aver dato il via libera all’ingresso dei Paesi della ex-Jugoslavia, il processo di allargamento (ingresso di nuovi Stati Membri) avrebbe dovuto arrestarsi, firmando con tutti gli altri (quelli espressamente citati prima ma anche Siria, Marocco, etc.) dei Trattati bilaterali. Ciò equivale a dire che con l’UE si condivide tutto – pensiamo al ‘mercato interno’ – ma non l’appartenenza alle Istituzioni. Mi sembrava, e mi sembra ancora oggi, una proposta ragionevole.”

IV – Uno sguardo verso Sud: la recuperata centralità del Mediterraneo (in teoria)

Già parlando di ‘Allargamento’ e di ‘Anello degli Amici’, il Professore ha tratteggiato un percorso che dal cuore dell’Europa si è spinto, prima verso Est e, poi, verso Sud. Nell’ultimissima parte del ‘Dialogo’ è proprio questo il tema che vogliamo approfondire, rappresentando – da tempo – uno dei tratti distintivi del pensiero europeista di Romano Prodi, come si può leggere dagli scritti contenuti nel suo libro Un’idea dell’Europa (Bologna, Il Mulino, 1999). Con l’impetuoso sviluppo dell’Asia – e in primis della Cina -, gli chiediamo, ci sono tutte le condizioni perché il Mediterraneo (e con esso il nostro Adriatico) ritorni ad essere quel crocevia fondamentale degli scambi commerciali mondiali che fu fino alla scoperta dell’America nel 1492? E, dunque, un’alternativa credibile ai porti del Nord Europa? Le cose, domandiamo, stanno davvero così? “La Cina – è l’incipit della sua ultima risposta – commercia con l’UE più di quanto non faccia con gli USA. Insomma, per la geografia siamo indubbiamente al centro del mondo, e il Canale di Suez – pur contrassegnato da turbolenze tutt’altro che banali – apre non poche opportunità. Ma l’Italia, per fare il caso più clamoroso in virtù della nostra centralità, ha fallito nel dare sostanza alla sua (naturale) missione nella creazione dei porti c.d. di transhipment. Ho creduto, e mi sono lungamente battuto per questo, che il porto di Gioia Tauro potesse diventare uno di questi porti, ma non c’è stato nulla da fare. La realtà resta purtroppo questa: le navi porta container (sono ben 16.000 i container trasportati oggi da ognuna delle grandi navi mercantili), pur impiegando dalla Cina 4 o 5 giorni di navigazione in più, preferiscono ancora di gran lunga (nella misura dell’80%) far rotta su Rotterdam, anziché sui nostri porti mediterranei. Questa sì che è un’occasione mancata, solo che si pensi a ciò che, per così dire, ‘muove’ sul territorio una nave di quel tipo una volta giunta in porto”.

Ora, di molto altro s’è parlato nel corso del “Dialogo” con Romano Prodi: di Germania come di Africa, di migrazioni come di alte tecnologie. Non mancheranno altre sedi per tornarvi sopra.

Franco Mosconi