Ci sono tanti modi per leggere il voto italiano per il Parlamento europeo, e naturalmente l’interpretazione varia a seconda delle simpatie – o antipatie – politiche. Ma probabilmente una chiave di lettura appropriata può essere quella di un desiderio di “normalità” espresso dagli  elettori nei confronti di  una situazione politica che di normale ha ben poco.

In fondo, se si guarda la storia italiana degli ultimi 90 anni, si scopre che essa ha sfornato un’anomalia dopo l’altra: prima il fascismo;  poi, nel dopoguerra,  una democrazia senza alternanza, con un partito – la DC – ininterrottamente al potere per oltre 40 anni; e infine, negli ultimi 20 anni, il successo di un partito “sui generis” come Forza Italia. Da questo punto di vista non vi è dubbio che il PD, trionfatore nel voto del 25 maggio sia, a differenza dei suoi principali concorrenti (appunto Forza Italia  e Movimento 5 stelle), un partito “normale”, cioè con, regole di funzionamento,  dialettica interna, scelta dei dirigenti analoghe  a quelle degli altri partiti esistenti in quasi tutti i paesi europei , anzi del mondo.  Ecco perché  il voto di domenica può risultare particolarmente utile se esso indurrà anche i principali avversari del PD ad intraprendere la strada della “normalità” , che non significa automaticamente rinunciare a quelle innovazioni (come la valorizzazione della “rete” o la leadership carismatica) che li caratterizzano,  ma piuttosto ridefinire – e ridimensionare –  il ruolo del capo-fondatore a favore della democrazia e del dibattito interno. L’altro auspicabile passo verso una situazione politica “normale” (e al quale sono chiamati tutti i partiti, PD compreso) è l’uscita da quella sorta di campagna elettorale permanente che caratterizza la vita politica italiana ormai da almeno 20 anni e che impedisce la necessaria  programmazione  dell’azione di governo, distinguendo tra ciò che è urgente e ciò che non lo è, tra quello che può essere fatto in poche settimane e quello che invece richiede tempi  più lunghi.  Ma una “tregua” elettorale che duri alcuni anni è anche la condizione necessaria per quella trasformazione dei principali partiti di opposizione cui si accennava sopra, che non può certo essere realizzata in fretta né tantomeno a ridosso di una consultazione elettorale.  E se questa, sulla scorta dell’esperienza italiana degli ultimi anni,  può sembrare una richiesta irrealizzabile, per cambiare idea (sempre a proposito di “normalità”) basta guardare cosa sta succedendo in queste ore negli altri paesi europei: anche laddove i partiti al governo hanno subito cocenti sconfitte, non per questo  esecutivo e Parlamento si ritengono delegittimati e di conseguenza l’uno e l’altro proseguiranno  il loro lavoro senza interruzioni traumatiche.  Non è certo una novità che ci sia “un tempo per demolire e un tempo per costruire”; di nuovo, forse, c’è che il tempo per costruire è finalmente arrivato.

 

Riccardo Campanini