Il 25 maggio, come è noto, si svolgeranno le elezioni per il Parlamento europeo. Un mese dopo, il 28 giugno, ricorreranno i 100 anni da quell’attentato di Sarajevo che nel 1914 diede inizio non solo alla 1^ guerra mondiale ma a quella che gli storici considerano l’avvio dell’autodistruzione dell’Europa, terminata solo 31 anni più tardi dopo due conflitti (mondiali ma soprattutto europei) e inenarrabili violenze, distruzioni, atrocità.

Proprio la consapevolezza che il Vecchio Continente era ormai allo stremo portò, negli anni del secondo dopoguerra, alla nascita di quella unificazione europea che vede appunto nel Parlamento di Strasburgo, eletto a suffragio universale dai cittadini di 28 paesi, uno dei suoi traguardi più alti e significativi. Eppure, in questi giorni di campagna elettorale, sono molte – e rumorose – le voci di chi più o meno apertamente vorrebbe il ridimensionamento di questa unificazione politica ed economica e il ritorno a qualche forma di “barriera”  tra i vari stati dell’Unione. Ecco perché tenere a mente quanto accaduto un secolo fa non è la sterile rievocazione di un’epoca definitivamente tramontata, ma può aiutare a ricordare cosa può succedere quando qualche forza politica considera le altre nazioni europee – e persino le altre regioni di uno stesso Stato – come avversarie o addirittura nemiche: ogni riferimento ai toni usati da alcuni esponenti politici nei confronti della Germania e dei suoi governanti è naturalmente voluto (ma non sono purtroppo né isolati né unici). E se quell’epoca e quella circostanza possono sembrare troppo lontani può valere la pena allora rammentare un altro drammatico avvenimento accaduto in anni ben più recenti nello stesso luogo: ovvero l’assedio di Sarajevo da parte dei serbi, durato 4 anni e costato oltre 10.000 morti. Tragedia questa che, come tutte le altre che hanno colpito  l’ex-Jugoslavia (e come le drammatiche vicende di queste settimane in Ucraina) è avvenuta, non certo per caso, fuori dei confini dell’Unione Europea, che, tra i suoi tanti meriti, ha proprio quello di avere garantito una lunghissima e inedita era di pace ai suoi cittadini. Per quanto ancora oggi sia controversa e difficile l’individuazione delle responsabilità alla base del primo conflitto mondiale, appare incomprensibile il fatto che ad aprire le ostilità siano stati proprio i governanti di quell’Impero austro-ungarico che, composto com’era da tante e diverse nazionalità, aveva tutto da perdere da uno scatenamento degli orgogli e delle rivendicazioni nazionali – e infatti pagò puntualmente con la sua dissoluzione quella folle scelta. Tra pochi giorni, a decidere il destino di una nuova entità sovranazionale, quella europea, non saranno più un Imperatore e la sua corte, ma i suoi stessi cittadini. La speranza è che, almeno in questa occasione, la storia sia davvero “maestra di vita” – e di voto.

Riccardo Campanini