Essere eletti al Parlamento europeo, sopratutto per chi, come te, non parte da una carica politica nazionale, è un’impresa titanica, al limite dell’impossibile. Cosa ti ha spinto a buttarti in questa “avventura”?

Parma ha una fortissima vocazione europea,

che affonda le sue radici fin dai tempi della Via Francigena per arrivare alla corte dei Farnese e a Maria Luigia. Parma è una delle poche città del nord Italia ad ospitare una istituzione della Unione Europea come l’EFSA. A Parma sono presenti il Collegio Europeo e la Scuola per l’Europa. C’è un’Università pienamente inserita nel contesto della ricerca europea. Imprese internazionali e produzioni agroalimentari che hanno aperto la strada alla regolamentazione comunitaria della Denominazione di Origine Protetta. Abbiamo un patrimonio culturale di rilievo europeo in particolare, ma non solo, per la musica e per Verdi. E tanto altro. Eppure Parma non ha mai avuto un parlamentare europeo. Un proprio rappresentante che si facesse portatore delle ragioni, dei valori e delle peculiarità del suo territorio nel consesso delle istituzioni europee. Dove si prendono le decisioni che incidono sulle attività delle imprese. E dove è ancora possibile cogliere risorse e opportunità di finanziamento. Un europarlamentare potrebbe essere di grande aiuto per la città, per crescere ancora nella sua dimensione europea. Dopodiché viene la mia “vocazione europea”. Ho sempre creduto nel progetto comunitario. Ho sempre ritenuto quello il livello giusto per affrontare le grandi sfide che ci pone la globalizzazione: sfide economiche, ambientali, sociali. La mia esperienza di lavoro alla Commissione Europea non ha fatto che rafforzare questa convinzione. E per questo mi sono buttato, sapendo che la sfida è al limite dell’impossibile. D’altronde anche per il film Il suolo minacciato, realizzato con il sostegno de Il Borgo, mi ero ‘buttato’ senza avere mai preso prima in mano una telecamera. Certo qua la partita è diversa, molto più difficile. Ma i riscontri che sto avendo da questa campagna girando in lungo e in largo per il collegio sono molto positivi: si impara, si costruiscono nuove reti e relazioni. Cose che, comunque vada, restano e potranno essere messe al servizio della città.

Come ti stai muovendo per far conoscere e apprezzare la tua candidatura, soprattutto nelle aree più lontane del tuo Collegio elettorale?

Da anni ho un blog in cui pubblico ciò che faccio e quello in cui credo. Ovviamente parte della mia campagna passa dal mio blog e dai social network, ma il grosso del lavoro lo sto portando avanti muovendomi in lungo e in largo nella circoscrizione. Internet mi ha consentito di entrare in relazione anche con territori lontani dai nostri, dove si conducono battaglie che sono da sempre le mie. Si sono creati dei legami personali molto forti e sono tante le persone che mi stanno dando una mano concreta in vista del voto. La mia campagna elettorale è fatta al 90% di incontri e di partecipazione alle iniziative delle persone con cui sono entrato in relazione in questi anni grazie all’attività politica e all’impegno sulle tematiche ambientali. Il suolo minacciato è un veicolo di incontri che a 4 anni dalla sua uscita funziona ancora e suscita interesse in tutto il collegio. Ci sono posti in cui non riuscirò ad andare perché il tempo a disposizione è poco ma ho un programma fittissimo che intendo rispettare anche se ho perso da giorni il conto dei chilometri percorsi.

Quali sono i punti principali del tuo programma e le priorità che intendi portare avanti in caso di elezione?

Ci sono due punti principali: da una parte bisogna rilanciare il progetto di integrazione europea con l’obiettivo di un più compiuto federalismo. Questo progetto è rimasto a metà del guado: si è fatto l’Euro, ma non si è fatta l’unione politica e fiscale, non si è creato un vero governo federale con un bilancio autonomo, un “tesoro” europeo, una comune politica estera e di difesa. I problemi che abbiamo conosciuto nella zona euro in questi anni sono dovuti proprio a questo: ad una carenza di Europa e al prevalere degli egoismi nazionali anche quando, di fronte alle sfide poste dal mondo globalizzato, la loro sovranità è nei fatti già venuta meno. In realtà abbiamo bisogno di più Europa non meno. Ma abbiamo bisogno di un’Europa diversa. E qui viene il secondo punto. Occorre un deciso cambio di indirizzo politico. Non solo hanno prevalso in questi anni gli interessi di alcuni Stati e di uno in particolare, la Germania. Ma ha prevalso anche una politica fiscale e monetaria incentrata sul rigore, la cosiddetta austerity, il controllo ossessivo dell’inflazione, la cura degli interessi delle banche piuttosto che delle persone. Ma noi non stiamo in Europa per rispettare i parametri di Maastricht. Stiamo in Europa per avere pace, creare lavoro e occupazione, costruire benessere e qualità di vita, tutelare i diritti e l’ambiente. C’è quindi bisogno dell’affermazione, oltre che delle forze europeiste, di uno indirizzo politico, che dia nuovo impulso allo sviluppo e all’occupazione attraverso una politica monetaria più espansiva e ad un piano comunitario di investimenti, un vero e proprio new deal, che dovrà fondarsi sui principi della sostenibilità e dell’inclusione sociale. Non possiamo pensare di uscire dalla crisi replicando lo stesso modello di sviluppo e le stesse ricette monetarie che l’hanno prodotta. Ci vuole un cambio di modello, uno sviluppo intelligente, sostenibile ed inclusivo, come già prevede la strategia Europa 2020, che deve essere finanziato con risorse comunitarie proprie attraverso strumenti fiscali che vanno a incidere su settori parassitari se non dannosi per l’economia reale, quella delle famiglie e delle imprese. E’ la proposta avanzata dai federalisti europei chiamata New Deal for Europe che ho sottoscritto ad inizio campagna.

Come purtroppo accade quasi sempre, i temi “europei” sono strumentalizzati a fini di politica interna (campagna contro l’euro, polemiche con la Germania, ecc.). Che messaggio vuoi dare agli elettori per evitare che queste sollecitazioni condizionino il loro voto?

L’Europa non è come molti la immaginano. Il 94% delle risorse a disposizione dell’Unione Europea viene speso sul territorio: nelle città, per l’agricoltura, la ricerca, le infrastrutture. Il problema non è tagliare i fondi che oggi sono l’1% del Pil dei Paesi europei, ma dare alla UE risorse più consistenti e autonome. Il Parlamento europeo costa ad ogni cittadino 25 centesimi al mese e funziona molto bene. I famosi burocrati di Bruxelles sono in tutto 30.000 (compresi i 300 di EFSA), meno della metà dei dipendenti del Comune di Parigi, per non fare raffronti con Roma. 30.000 funzionari che devono gestire le politiche di un continente con più di 500 milioni di persone.  L’uscita dall’Euro sarebbe poi la migliore ricetta per il disastro. Siamo un paese importatore di risorse e di combustibili fossili, tutte cose che vengono pagate in dollari. La bolletta energetica ci costa da sola ogni anno 60 miliardi di euro. Tornare alla lira significherebbe pagarla un 30 e 40 per cento di più, esporsi ancora di più alle speculazioni finanziarie (ci siamo già dimenticati la crisi della lira nel 92), ma soprattutto puntare su una competitività fondata sulla svalutazione e i bassi costi del lavoro e della produzione. Pensiamo davvero di potere competere su questo fronte con la Cina, il sud-est asiatico e le economie emergenti dell’Africa? E’ quello che ci serve? O non dovremmo piuttosto puntare sulla nostra qualità delle produzioni, sulla capacità di fare innovazione di processo e di prodotto, sulla nostra creatività e cultura imprenditoriale?Di fatto chi propone di uscire dall’Euro propone di rimettere in discussione l’intero progetto di unificazione europea. Ma da sola l’Italia, contro economie come la Cina o potenze energetiche e militare come la Russia, non avrebbe la possibilità di andare da nessuna parte.

Infine, che risultato pensi possa ottenere il PD il 25 maggio?

Io mi auguro una chiara affermazione del PD in Italia e del PSE in Europa. Nonostante la disaffezione per i temi europei, la campagna antieuropeista di alcune forze politiche che fa leva sulla paura e la disinformazione, ho colto segnali che mi fanno sperare. Girando sul territorio ho incontrato tante amministrazioni a guida PD che fanno buona politica e ottima amministrazione, che hanno saputo applicare prima e meglio del livello nazionale gli obiettivi e le politiche comunitarie in materia di energia di ambiente andando pure oltre. Che hanno bilanci in regola, a indebitamento quasi zero e servizi ai cittadini eccellenti. Che hanno saputo rinnovarsi in termini organizzativi e di rappresentanza. Nei giornali non si parla mai di questa buona politica, non si fanno mai vedere le facce delle donne e degli uomini dei tanti ragazzi e ragazze che si impegnano per la propria comunità per spirito di servizio, con idee innovative, competenza e voglia di fare. Questa buona politica c’è, esiste ed è anzi largamente maggioritaria. Ed è su quella, oltre che sulla politica del governo, che si può costruire una affermazione del PD come prima forza politica in Italia e primo gruppo nazionale all’interno del PSE. Affermazione importantissima in vista anche del prossimo semestre europee che sarà guidato proprio dall’Italia.