La società liquida e i partiti

Il Partito Democratico è l’unico partito in Italia che, pur tra difficoltà e contraddizioni, ha dimostrato di porsi al servizio del Paese rendendo possibile un’ampia contendibilità delle posizioni di vertice anche ai livelli più periferici e di aprire all’elettorato la selezione delle sue candidature per cariche nelle istituzioni (Parlamento, Regioni, Provincie, Comuni).

Nessun altro partito ha praticato queste modalità aperte e trasparenti. Anzi le altre formazioni politiche hanno accentuato caratteristiche negative quali l’insuperabile carattere proprietario (specialmente Forza Italia e Movimento 5 stelle, sia pure con caratterizzazioni diverse, ma anche Italia dei Valori), l’aggregazione su basi vetero ideologiche come Rifondazione Comunista, Forza Nuova e Fratelli d’Italia, oppure, secondo il criterio leaderitisco-carismatico come Sinistra, ecologia e libertà. La Lega Nord rimane chiusa nel velleitarismo secessionista ,ma senza rompere il suo legame di sopravvivenza con Forza Italia come quasi sicuramente vedremo nelle prossime elezioni in Piemonte.

 

Quindi le votazioni primarie aperte ad un elettorato indistinto, ancorchè ad esso fosse richiesta una dichiarazione di adesione alle posizioni del Partito Democratico o delle coalizioni formatesi attorno ad esso, non hanno trovato applicazione generalizzata in altri partiti soprattutto del centro destra nonostante siano state rivendicate da una parte del gruppo dirigente.Guardando all’esperienza di questi ultimi anni, ma soprattutto quella del 2013 e del 2014, si può notare come il frequente ricorso alle primarie abbia generato da un lato un progressivo calo di partecipazione e dall’altro il formarsi di più o meno organizzati gruppi di votanti che, pur apertamente dichiarando che mai avrebbero dato il voto al PD, hanno esercitato una pressione volta a condizionarne l’esito.

E’ un preludio ad una metamorfosi radicale della forma partito e più specificatamente del Partito Democratico?  Già nella pubblica opinione il “gradimento”, inteso in termini di utilità democratica, verso i partiti in generale è sceso da molti anni a livelli infimi (3-4% delle opinioni espresse) ed è avvenuto in concomitanza con il crescere dell’apprezzamento verso il leader cosiddetto carismatico, anche sotto la specie dell’”uomo solo al comando”, capace di per sé di risolvere situazioni negative complesse.  Sembra che viviamo una fase di deprezzamento di valore della democrazia. Gli scandali generatisi dopo il grande processo di “mani pulite” hanno coinvolto una miriade di personaggi ai vari livelli della vita politica con il proliferare della professione di “faccendiere”. La qualità complessiva della classe dirigente politica, ma anche della classe dirigente italiana più in generale, rispetto a quella dei primi decenni del dopoguerra, si è indubbiamente degradata facendo emergere una rilevanza notevole della qualità ed intensità della comunicazione a prescindere dai suoi contenuti. Esempi eclatanti degli effetti di tale situazione li possiamo trovare in talune opere pubbliche che, pur non risultando di utilità sociale, hanno contribuito a devastare finanziariamente intere realtà locali.

In molta parte dell’opinione pubblica si è generata la convinzione che la mala gestione sia dovuta all’esistenza stessa dei partiti. La risposta  è stata spesso quella dell’”uomo solo al comando” come forte personalizzazione del potere pubblico e, quindi, possibilità di giudizio più facile e di più agevole sostituzione conseguente. La legge elettorale dei Sindaci ha corrisposto in pieno a questa esigenza ma non ha risolto i problemi di trasparenza e partecipazione e di bilanciamento dei poteri che stanno alla base di un reale sistema democratico. Come effetto estremo nasce il Movimento 5 stelle che, mentre prospetta una gestione del potere senza intermediazione partitica ma diretta del popolo attraverso I’web, nello stesso momento si regge su una sorta di “giudice supremo-proprietario” e sull’apparente democrazia agita esclusivamente da coloro che lo stesso “proprietario” ha legittimato.

La sensazione sempre più diffusa anche nel Partito Democratico è che la definizione delle scelte politiche centrali per il Paese (trasformazioni istituzionali e politica economica in prima fila) non debbano più passare dal dibattito dentro il Partito i cui militanti sono esclusi anche dall’informazione ad essi dovuta, ma tutto sia affidato a non meglio noti supporti decisionali e veicolati dal Segretario/Presidente del Consiglio alla generalità dell’opinione pubblica. Il rischio che si proceda in modo silenzioso alla trasformazione di quello che rimane di Partito “dedito alla politica” in Partito “comitato elettorale” che si forma ad hoc ed in relazione alle posizioni di pubblico potere da conquistare è, a mio modo di vedere, sempre più reale. Insomma la società liquida esige forme di partecipazione liquide, il che può anche significare generare/subire mutamenti continui e possibilmente veloci.

La domanda che dovremmo porci mi sembra sia per quale società operiamo. Ha senso che esista una società come comunità di persone e non come aggregazione casuale di individui?  La democrazia è un processo continuo che non si compie mai e che tende a realizzare il massimo storicamente possibile di distribuzione del potere.  Non so se sia una posizione conservatrice o progressista avere la convinzione che il partito sia uno strumento indispensabile per dare solidità ad una democrazia non solamente formale, ma questa è la mia convinzione e penso sia legittimo sapere se l’impegno speso, per poco o tanto che sia, non sia come pestare acqua in un mortaio.

Franco Tegoni


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