“Yes, we can”: cercasi traduzione (urgente)

E’ notizia di queste ore che il sistema di assicurazione sanitaria fortemente voluto da Obama, tanto da essere stato soprannominato “Obamacare”,  ha  superato i 7 milioni di iscritti. Con il raggiungimento di questa soglia, indicata come necessaria per il buon e sito della riforma, la grande sfida del Presidente americano può dunque dirsi sostanzialmente vinta.

Può sembrare una novità di poco conto, che riguarda una realtà – quella nordamericana – molto lontana dalla nostra, visto che in Italia (e in Europa) quello all’assistenza sanitaria è ormai un diritto acquisito da decenni. Ma se si guarda con più attenzione il modo in cui gli Stati Uniti hanno recepito questo principio nel loro ordinamento si scopre che la vicenda può invece  insegnare molte cose anche a chi vive al di qua dell’Oceano.
La riforma,  prima di arrivare al successo di questi giorni, ha infatti dovuto superare ostacoli e difficoltà che in taluni momenti sono sembrati insormontabili: un’opinione pubblica, quella americana, per natura diffidente verso tutto ciò che sa di “pubblico” e di “statale”; una fortissima opposizione da parte dei Repubblicani, sia alla Camera dei Rappresentanti – dove hanno la maggioranza – che nelle piazze; e infine, nel cuore stesso del progetto,  una “macchina” organizzativa e burocratica  completamente nuova e quindi soggetta a inconvenienti,  guasti, disservizi. Ma alla fine la volontà del Presidente è riuscita a vincere tutte queste difficoltà.
Ebbene, non è azzardato cogliere forti analogie tra questa vicenda e quella che sta interessando il nostro Paese in queste settimane:  la “voglia” di riforme da una parte e la diffidenza, se non l’ostilità aperta, dell’opinione pubblica dall’altra;  un Parlamento, e in particolare il Senato,  in cui i numeri son tutt’altro che tranquillizzanti in vista delle votazioni  sui progetti di modifiche istituzionali e costituzionali; la difficoltà di tradurre in progetti concreti e immediatamente efficaci i tanti “buoni propositi” del nuovo Governo.  Non è quindi un caso se, nel corso del recente vertice col Presidente americano, Renzi  lo abbia definito una «fonte di ispirazione» , aggiungendo subito dopo che «“Yes, we can” ora vale anche per l’Italia».
Uno slogan – quello  di Obama – facilissimo da tradurre a parole, ma molto, molto meno agevole da realizzare nei fatti, tanto che sono in molti a pensare (o a sperare) che tra non molto si capovolgerà nel solito, rassegnato (e italianissimo) “ no, noi non possiamo”.  Ma  a quel punto,  chi avrebbe il coraggio di tradurlo  all’Europa, agli investitori stranieri, al mondo intero?

Riccardo Campanini

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