C’è qualcosa di paradossale nel modo in cui, dalle diverse aree del Vecchio Continente, si guarda oggi all’Europa come entità politica e “spirituale”. Da un parte, in Italia – e non solo – cresce il senso di distacco o addirittura di rifiuto in primis verso le istituzioni europee ma talvolta anche nei confronti della stessa idea di una entità politica sovrannazionale.

Dall’altra, ai suoi confini orientali, il popolo ucraino (o almeno una sua parte consistente) è arrivato a cacciare il proprio Presidente pur di non perdere la possibilità di essere aggregato all’Unione Europea vista come garanzia di pace, sviluppo, tutela dei diritti.

Gli euroscettici potrebbero rilevare che a favore dell’Europa scende in piazza solo chi non la conosce bene, avendola osservata solo dal di fuori. Ma gli eurofili risponderebbero che, proprio perché “esterni” , i popoli che bussano alle porte dell’integrazione europea (oltre all’Ucraina diversi paesi dell’ex-Jugoslavia, per non parlare dell’ormai “storica” candidatura della Turchia) vedono con molta più chiarezza di noi “interni” i sostanziosi vantaggi derivanti dal vivere dentro la Casa comune europea e che neppure i suoi indubbi difetti di costruzione possono cancellare. In fondo – anche a prescindere da quello che sta succedendo in Crimea in questi giorni – non è certo un caso se, dalla sua edificazione ad oggi, gli stati aderenti all’Unione Europea non abbiano mai conosciuto la realtà della guerra, che ha invece insanguinato nazioni anche vicine geograficamente ma rimaste per lungo tempo “lontane” dal processo di integrazione. E – si potrebbe aggiungere –non è poi nemmeno esatto che, per restare all’attualità, gli ucraini non conoscano dall’interno la realtà europea, visto che i tanti emigrati in Italia e in altri paesi U.E. vedono con chiarezza sia i vantaggi e le opportunità derivanti dall’essere cittadini europei quanto le difficoltà e gli ostacoli impliciti nella condizione di “extracomunitari”. Naturalmente questo non significa che nell’attuale fase della politica europea tutto vada bene e che molte delle critiche ai vertici dell’ U.E. non siano giustificate. Il problema è se la direzione che si vuole prendere è quella di un ridimensionamento del processo di integrazione o, al contrario, di un suo rafforzamento, anche – sempre per restare alla cronaca – nel campo della politica estera (quanto sarebbe utile ed autorevole in questi giorni di crisi un “ministro degli Esteri europeo” che parlasse e agisse a nome di tutta l’Unione!). Ma forse all’origine della differenza con cui guardano all’Europa i paesi coinvolti nel processo di integrazione fin dalle sue origini e quelli che vi si affacciano solo adesso vi è il concetto stesso di Unione Europea: per i primi, Italia inclusa, significa soprattutto spread, rapporto deficit-PIL, BCE ; per i secondi, è sinonimo di diritti, libertà, speranza. E non è esattamente la stessa cosa.

Riccardo Campanini