A Napoli il 1° e 2 marzo scorso si è tenuto l’incontro promosso dal gruppo “Il Vangelo che abbiamo ricevuto” sul tema: Il Vangelo è annunciato ai poveri – Con Francesco nelle periferie dell’esistenza.

Già dalla sera precedente i presenti avevano intessuto un dibattito a più voci su cosa ciascuno si aspettasse dal convegno condividendo alla fine l’esigenza che al centro del convegno vi fosse la condizione dei poveri attraverso le esperienze di gruppi e comunità. E così è stato.
Enrico Peyretti ha aperto i lavori con una sintesi dei contributi preparatori all’incontro indicando i punti a suo avviso prioritari:

 

  • Il Papa rinunci al essere capo di uno stato sovrano
  • Nell’Eucarestia vi sia la preghiera libera dei fedeli e la partecipazione al calice
  • Libertà e piena partecipazione al culto delle diverse confessioni cristiane
  • La pace. Smontare la macchina della guerra ed operare per la giustizia sociale
  • Rinunciare ai beni non conformi al Vangelo ed aprire le strutture ai poveri
  • La donna non è un problema delle donne ma della Chiesa

Fabrizio Valletti, presbitero nel quartiere di Scampia, ha ricordato che l’annuncio del Vangelo non è parola ma evento che si realizza quando il povero non è più povero, lo zoppo può danzare e il sordo può cantare.
Sulla scia di questi stimoli il convegno si anima. Emergono i racconti dei passi compiuti dalle varie comunità convenute da tutta Italia.
Riconoscersi poveri con i poveri, stante l’incapacità a livello mondiale di risanare le situazioni di sofferenza e di morte che affliggono interi popoli, vuol dire cercare con vigore e lealtà nuove vie e nuovi strumenti, visto che il già percorso e il già vissuto ha prodotto traguardi di morte.
Vivere come poveri fra i poveri, che siano le isole di miseria all’interno delle città o le periferie create per contenere l’esubero di energie umane, escluse e separate dal centro storico e produttivo delle città, vuol dire però non rassegnarsi. Le molte parole dette hanno la testimonianza e il sostegno di una vita
La povertà e ancor più la miseria, a meno che non siano scelte come modalità di vita nello spirito della condivisione e della solidarietà, sono comunque da contrastare, per il male che portano in sé, per il danno che possono portare all’equilibrio della persona.
Luciano Guerzoni di Modena, ricorda che la povertà non è un accidente casuale, ma ha delle motivazioni strutturali che vanno affrontate se si vuole parlare di amore dei poveri. La giustizia non può accontentarsi di essere giusta, ma deve diventare efficace, bisogna inventare nuovi modi per renderla efficace.
Per Franco Ferrari dei Viandanti a base delle diseguaglianze nella società c’è il neoliberismo e la Chiesa non se la può cavare con la Caritas che rappresenta solo un pronto soccorso e non la soluzione che va vissuta nella quotidianità della povertà per essere credibile.
Vincenzo di Gioiosa Ionica ha imparato ad ascoltare i poveri, anche quando puzzano o fanno arrabbiare. Dalla loro rabbia nasce l’energia del cambiamento. La Calabria non può cambiare perché la ‘ndrangheta vuole mantenerla nella precarietà. Allora l’amore per i poveri deve partire da là dove essi si trovano, nel rispetto delle loro peculiarità, sviluppando fattori di cambiamento: cooperative di donne tessitrici, pacchetti di turismo sociale e visite guidate gestite dai giovani, produzione di arance biologiche, prestiti di solidarietà.
Monica Moretti esordisce ricordando la bellezza che salva il mondo e noi dobbiamo salvare la bellezza. Il documento redatto dal gruppo femminile esordisce « Quanto abbiamo aspettato questo Francesco » e , facendo proprie le indicazione della Evangelii Gaudium, proclama che le donne sono le vere povere, «doppiamente povere per la situazione di esclusione, maltrattamento e violenza che spesso subiscono». Le donne sono povere anche nella Chiesa, non solo per la mancata parità di ruoli con gli uomini, ma anche per il mancato riconoscimento delle loro peculiarità. Ma povera è anche l’umanità perché mutilata dall’apporto del femminile: nata con due gambe, maschile e femminile, si ostina a zoppicare mantenendo il femminile sull’uscio.
Gisella Nicolini da 20 anni vive il problema delle donne e sulla base della sua esperienza afferma che nella Chiesa cattolica, contrassegnata dal clericalismo, non c’è spazio né per le donne, né per gli uomini.
Auspica quindi che la Chiesa, anziché stare nelle retroguardie della storia, si metta alla testa di un grande rivoluzionario processo di liberazione che vedrà le donne coinvolte a tutti i livelli decisionali.
A conclusione del dibattito le parole di Don Giovanni Nicolini, parroco di Bologna: ”Di fronte a questi squarci di cielo che ci fanno intravedere «cieli nuovi e terre nuove» noi tutti, che così poco abbiamo camminato con i poveri, ci sentiamo oggi davvero peccatori. Vogliamo metterci in fila con i poveri, come ha fatto Gesù per farsi battezzare e rigenerare. Perché la nostra è una religione capovolta, non dobbiamo salire noi a Dio, ma è Dio che scende a noi attraverso i poveri. Questa è la provocazione evangelica. “

Claudio Michelotti