Ho incontrato la mia collega Rania, insegnante di arabo, dopo il suo ritorno da Damasco. Dopo averla salutata l’ho vista diversa, dal momento della sua partenza tre mesi fa. Le ho chiesto di dirmi del suo viaggio; ho insistito con lei per farmi raccontare com’era la situazione laggiù.

Le ho chiesto se volesse partecipare alla redazione di un articolo, descrivendo ciò che aveva visto. Dopo una breve riflessione, ha deciso di farmi partecipe della sua esperienza, e lo ha fatto per iscritto, in un breve resoconto in arabo. Vi tradurrò quel suo contenuto, così com’è, senza alcuna modifica da parte mia.
«Da dove iniziare, non lo so. Dopo due anni lontano dai miei parenti e dalla Siria ho deciso di andare. L’aeroporto internazionale di Damasco è fuori servizio, già da due anni. I gruppi armati appoggiati dall’estero (ribelli) hanno attaccato L’aeroporto diverse volte, e l’hanno bombardato, e hanno distrutto alcune parte, ma non potevano occuparlo. L’esercito del governo siriano pattuglia quella zona per proteggere l’aeroporto, ma la strada che vi ci porta è pericolosa e piena di cecchini. Per questo sono volato via da Beirut.
Il percorso in macchina da Beirut a Damasco dura 2 ore. Il tragitto è sicuro, ma pieno di posti di blocco dell’esercito governativo. Ogni postazione è formata da soldati giovanissimi: fermano tutte le macchine, le aprono, controllano l’interno, i passeggeri e i loro documenti. Poi dicono “arrivederci”, spesso con un tono molto educato. Questo è il loro compito, 24 ore al giorno. Ciò accadeva a dicembre del 2013. Faceva freddo, la neve per terra, la temperatura sotto zero. Tutti questi giovanissimi soldati stanno in piedi tutto il giorno nella strada tra Damasco e Beirut. Erano così infreddoliti da aver le facce e i nasi rossi, smagriti e stanchi, con tanta nostalgia delle loro famiglie, spesso molto lontani dalle loro case, per ragion di servizio. Ho avuto compassione del giovane cha ha fermato la nostra macchina, e gli ho dato un cioccolato. Lui lo ha accettato, ringraziandomi. Ho sperato per lui e per tutti gli altri la salvezza e il successo in questo durissimo lavoro. Questo scenario di giovani soldati mi ha fatto pensare quanto è dolorosa e ingiusta la vita, a volte.
Arrivati a Damasco, la città era nel buio totale. Proprio il giorno del mio arrivo, i gruppi armati dall’estero avevano attaccato la centrale elettrica che rifornisce tutta la zona metropolitana. Un bombardamento ha causato l’interruzione dell’energia elettrica per tutta la parte attorno. E ogni gruppo di manutentori che si avvicinava veniva preso di mira. In tre sono morti, solo per dare la luce al loro popolo… sei milioni di persone al buio, perché gruppi armati (rivoluzionari della libertà, thuwar hurryah) volevano vendicarsi del governo. L’elettricità è tornata dopo 12 ore nella zona della città dove abitavo io. 
Dopo tre giorni è tornata altrove.
Ho dormito la prima notte sotto i rumori dei bombardamenti provenienti dai dintorni di Damasco, dove la situazione è ancora attiva e i bombardamenti continui. Lì i gruppi armati hanno preso possesso delle periferie per colpire l’esercito e la polizia governativa e togliere la sicurezza della gente che sperava, almeno, di dormire tranquillamente. Anche l’esercito del governo bombardava le posizioni avverse. I rumori erano così forti da far tremare il vetro di casa… non riuscivo a chiudere occhio, mentre tutti gli altri in casa dormivano. Al mattino, mi hanno detto che questa è la situazione di quasi tutte le notti, da tre anni. Loro si sono abituati a questi rumori.
Il primo giorno sono uscita e avevo un gusto così amaro nel vedere in Damasco una città così triste, depressa, stanca e distrutta. Era irriconoscibile rispetto alla città dov’ero nata, dove ho studiato, dove ho lavorato. Mi sembrava un altro luogo, una base militare. L’esercito é in ogni dove. I blocchi di sicurezza sono infiniti, fermava ogni macchina per i controlli routinari: a volte aspettavo mezz’ora prima di arrivare al mio turno. Alcune addirittura vie che portano alle zone “sensibili” governative sono totalmente chiuse al traffico. È necessario fare un giro lunghissimo per arrivare alla meta, magari distante solo pochi metri in linea d’aria. La città è divisa a pezzi, per un tragitto che prima durava un quarto d’ora oggi si impiega come minimo un’ora e mezza. La gente esce da casa per fare qualsiasi cosa due ore prima del dovuto, per non rischiare di non arrivare in tempo. Vivere in questa città è ormai complicato e come bloccato, ma nonostante tutto si va avanti. Il popolo dei cittadini è sorprendente, in quanto ha il potere di abituarsi a questo ritmo. Si tratta di una cadenza stancante e triste, però la gente insiste nel continuare a rimanere in questa città e a fare questa vita, nonostante tutto.
Spesso quando sei lì a Damasco senti il rumore di un bombardamento terrificante. Scopri dopo che si è trattato di un kamikaze che si è fatto esplodere. Senti la notizia in TV e vedi le foto delle vittime e poi ti accorgi che non è successo troppo distante da dove sei tu. I bombardamenti che vengono dai gruppi armati sono così casuali, da colpire quasi tutti i quartieri di damasco. I civili non capiscono qual è la propria colpa, nell’essere presi nel mirino. Ma gli innocenti devono comunque morire per la vendetta contro il governo “ingiusto”!!! Pensate: in un’occasione sono cadute bombe su una scuola e sei bambini sono morti. Tutto ciò per vendicarsi del governo?
Ho scoperto che col vivere in Siria si intraprende il percorso di una guerra casuale, folle, senza nessuna legge o regola. Puoi essere tu la vittima, o non esserlo. La gente crede solo nel destino, esce da casa senza sapere se tornerà (questa era la mia sensazione, ogni volta che uscivo dalla mia); la gente osserva persino la bomba passare sopra le loro teste, colpire il bersaglio, per poi continuare il proprio tragitto. Questo comportamento, all’inizio mi scioccava, e mi domandavo se questo poteva essere un modo per sopportare le disgrazie, oppure se tutti credevano davvero che la loro ora fosse comunque arrivata, erano totalmente fatalisti o avevano perso il loro senso del sentirsi umani. Credo fosse tutto questo, assieme.
Ho girato nella città vecchia, e ho visitato il Suq Hamidyyeh, il mercato piu antico della citta, che, una volta, ad ogni ora del giorno e della notte era sempre pieno di gente, di turisti provenienti da tutto il mondo. Quando sono entrata questa volta, il Suq era così vuoto che non mi sembrava lo stesso luogo di allora. I proprietari dei negozi ti pregano di comprare qualsiasi cosa, a qualsiasi prezzo. Mi domando come possa essere successo tutto ciò. Questa è la grande Damasco, famosa per il commercio da migliaia di anni? Credo assolutamente di no. Questa situazione è così triste che mi si stringe il cuore. Ho chiesto ad un commerciante: “Questo mercato era come un alveare, non si fermava mai. È diventato questo?”. Lui mi ha risposto: “Ringraziamo Dio” che ancora c’è… va’ a vedere il famoso mercato di Aleppo: è stato distrutto, derubato e bruciato totalmente. Lo hanno distrutto gli “rivoluzionari della libertà”, per vendicarsi del governo”. Questa risposta mi ha fatto vergognare e umiliare, mi ha annichilito il fatto che la sua fiducia nella Siria non fosse ancora svanita. Sono entrata in un piccolo negozio di ciabatte tipiche. Il negoziante ha iniziato a raccontarmi di com’era la sua vita prima: “Eravamo felici, almeno avevamo la sicurezza di girare, vivere! Hanno distrutto tutto, hanno distrutto il paese, che Dio si vendichi di loro!”
Ho incontrato una mia amica di infanzia, per caso; in una giornata tranquilla. Mi ha raccontato di come avevano ammazzato suo fratello, con una granata di mortaio “haun”, lanciata nel centro della città. (Avevo letto proprio di questa notizia nel giornale, era un bombardamento casuale e c’erano stati dei morti, pero non sapevo che Muhammed, che conoscevo molto bene era una delle vittime). Ho chiamato una mia parente che mi ha raccontato che il suo nipote giovane e stato ucciso con un mortaio, lanciato nel centro di Aleppo e stato seppellito davanti la sua casa perche non potevano trasferirlo al cimitero sotto i bombardamenti. Ho chiamato alcuni miei colleghi di lavoro che mi hanno raccontato con grande tristezza che due docenti universitari sono stati uccisi, uno è stato sgozzato, l’altro colpito da un cecchino. Mentre ascoltavo tutto ciò ho capito che la morte e l’omicidio sono diventati routinari e che la Siria è diventata uno dei paesi più pericolosi al mondo; quello stesso paese che veniva classificato al quarto posto in fatto di sicurezza, quand’era governato dal “dittatore”. Oggi è così pericoloso a causa di una “rivoluzione libera”, almeno così la si racconta.
Tutti questi fatti sono successi a me personalmente o a persone che ho conosciuto. Non ho letto queste cose sui giornali. Ho sentito infinite storie di come rapiscano, torturino, sgozzino … ho sentito che chi critica questa rivoluzione può essere ammazzato. Chi appoggia il governo può essere ammazzato. Ho sentito storie che negavano le altre religioni, non ammettendo la loro esistenza. Tanti gruppi armati attaccano i piccoli villaggi per il solo fatto di essere dello stesso gruppo religioso del presidente.
La Siria è finita…. È distrutto il commercio, il turismo, sono distrutte le infrastrutture, i rapporti sociali, l’esercito siriano ha perso tutto il suo potere. Gli aeroporti sono stati attaccati. Buona parte dei militari più importanti sono ormai morti (gli aeroporti e tutte le posizioni militari sono stati distrutti con l’aiuto di Israele); per non dire del caro-vita, della povertà incredibile, della diaspora della popolazione, la fame e la morte… la Siria è tornata cento anni indietro (ma nel periodo della sua rivoluzione e della libertà).
Alla fine quello che mi fa veramente molto male è il tentativo di distruggere persino la storia di questa nazione, proprio come hanno fatto in Iraq. La Siria è stata, come sappiamo, la culla della civiltà, e la madre dell’umanità. I gruppi armati hanno colpito quei siti archeologico che hanno valore inestimabile. Essi non appartenevano solo alla Siria, ma a tutto il mondo per la loro importanza storica universale. Ma loro hanno distrutto, bruciato e fatto a pezzi cose rarissime al mondo; hanno bruciato, distrutto la metà di Aleppo, considerata dall’Unesco la città più anticha al mondo. Questa è la libertà che vogliono? L’annientamento di dodicimila anni di civiltà umana? Non so come possa rimanere così in silenzio il mondo, di fronte a tutto questo.
Non vedo nessuna via d’uscita da questo tunnel. La guerra in Siria non è solamente tra il governo e quest’opposizione, come dicono tutti i mezzi di informazione. È una “nuova guerra fredda” tra USA e Russia, oppure una terza guerra mondiale tra diversi paesi come USA, Francia, Arabia Saudita, Israele, che finanziano i rivoluzionari, aiutandoli con le armi, per colpire il governo siriano da un lato; dall’altro, Russia, Iran e Cina.
La Siria, il paese e il popolo, pagano il prezzo di questi nuovi conflitti internazionali. La Siria vive un crisi umana che non ha precedenti nella storia»

<Khaled Qatam