“Dio allora pronunciò tutte queste parole: Non ruberai” (Es 20,1-15)

Il Concilio Vaticano II, nella Dichiarazione “Nostra aetate”, afferma che tutti i popoli costituiscono una sola comunità, hanno una sola origine ed un solo fine ultimo, Dio, la cui Provvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti.

Così la Chiesa nel suo dovere di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini esamina tutto ciò che essi hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino. La Chiesa è quindi aperta alle relazioni con le altre religioni non cristiane ed in particolare con la religione ebraica, perché il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato colla stirpe di Abramo.

Il Concilio vuole quindi promuovere e raccomandare tra i cristiani e gli ebrei la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo.

Da questo invito è nata la giornata del dialogo ebraico cristiano, ormai alla XVIII edizione, celebrata quest’anno il 16 gennaio con la riflessione sull’ottava parola dei comandamenti mosaici “Non ruberai”.

Riflessione che è stata guidata nel salone dei missionari, secondo un’alternanza, da don Matteo Ferrari, un monaco camaldolese, di origine parmigiana, esperto in sacra teologia e liturgia pastorale e biblica e animatore a Camaldoli delle settimane liturgico pastorali e dei colloqui ebraico cristiani. Esperienza questa, ci tiene a premettere, che considera come un dono, perché è una occasione ricca ed impegnativa di approfondimento spirituale ed umano e per i rapporti di amicizia instaurati con gli studiosi ebrei. Così come considera un privilegio aver potuto cominciare ad intendere in modo nuovo le Scritture nell’incontro con l’ebraismo di oggi, con Israele e con Gerusalemme, sulla scia dell’insegnamento del Cardinal Martini che riteneva essenziale superare ogni forma di antisemitismo, amare il popolo ebraico e riscoprire l’importanza dell’amicizia e del dialogo.

Infatti il rapporto tra i due testamenti non deve essere di contrapposizione sterile ma di dialogo nella consapevolezza che il NT deve essere letto alla luce del’antico testamento. Il senso della fede ebraico- cristiana ha solo due direttrici, Dio e il prossimo. In questa prospettiva inizia la sua riflessione sullo specifico tema della giornata. “Non ruberai” proponendo le risposte a due quesiti: cosa non rubare e perché non rubare.

L’ analisi dei testi biblici ci porta a scoprire che oggetto del comandamento non sono solo i beni ma anche la persona, nella sua libertà e nella sua integrità.

Nel codice dell’Alleanza (Esodo 21-16 ) è detto”Chi rapisce (ruba) un uomo, sia che lo abbia venduto, sia che lo tenga in suo potere- deve essere messo a morte”, perché privare una persona della libertà non è inferiore all’omicidio. Così nel codice deuteronomico l’oggetto del divieto è togliere la libertà al fratello; è punito “chi sfrutta e vende l’altro come schiavo” perché viene rotto il legame di solidarietà e fratellanza. Così nell’episodio di Giuseppe (Genesi 37) e, in un altro contesto, nella legge di santità (Levitico 17) viene prescritto che “non devono essere venduti come si fa con gli schiavi perché sono miei servi” . Il significato del rubare è quindi quello di togliere la libertà ad una persona anche togliendo il suo sostentamento. Tutta la Bibbia insiste sull’aspetto della precarietà e instabilità della vita determinata da chi reca un grave danno e mette in atto un circolo di odio. Così il peccato di Davide e Betsabea, che crea instabilità per la sua vita e il suo regno e così il re Acab e la moglie che fanno assassinare Nabot per rubargli la vigna. Passando poi al perché non rubare, Don Matteo ricorda che tutte le culture ritengono che rubare sia un male mentre nella Bibbia vi sono motivazioni più profonde. Nel decalogo il comandamento è asciutto, ma negli altri testi si trova una motivazione orizzontale del rapporto con gli uomini con l’idea di fratellanza e una verticale del rapporto con Dio. Tutto il decalogo inizia con una affermazione “Dio che ha fatto uscire Israele dall’Egitto comanda di non rubare”. Il Signore ha liberato il suo popolo e chi sa di essere stato liberato non può rendere schiavi gli altri :“Il loro grido dalla schiavitù salì a Dio”. Nel Levitico viene poi affermato che “l’unico Signore è Adonai” così che (Ef.2-19) “appartenete al popolo e alla famiglia di Dio”. Un Dio che ha amato il suo popolo di un amore eterno e che rivela il suo volto nel volto dell’uomo con la sua libertà, dignità e amore per il prossimo. Anche nel Nuovo testamento più volte risuona il comandamento “ “non ruberai” e il rinvio di Gesù al decalogo: nell’episodio del giovane ricco, nel discorso della montagna, “non sono venuto ad abolire la legge e i profeti”, nella lettera ai Romani, “amerai il tuo prossimo come te stesso, fondamento di ogni precetto” perché la pienezza della legge è la carità.

Paolo, conclude don Matteo, da buon ebreo è un esegeta che conferma la Torah e la interpreta non solo rivolgendosi agli ebrei ma anche a noi perché la Parola di Dio è una responsabilità.

Graziano Vallisneri