La medaglia d’oro a Clelia Buratti è il fatto di maggior rilievo culturale nella giornata in cui Parma si è unita ritualmente intorno al proprio patrono con celebrazioni, pronunciamenti istituzionali, parole solenni e manifestazioni caratterizzate ovunque da una partecipazione numerosa e festosa.

Clelia Buratti è una donna di 65 anni che, unendo nella sua persona i distinti ruoli di madre, lavoratrice e volontaria costituisce la concreta rappresentazione di come sia possibile quel transito dal passato al futuro che si direbbe sia contrastato da molti indizi, il più corrosivo fra i quali è il vociare ancor prima di ascoltare cui assistiamo quotidianamente.

Come a Parma tutti sanno, Clelia è madre nei modi più diversi e in città non vi è quasi figlio che non sia anche suo.

Madre, madre affidataria di ben 13 bambini, ostetrica, ideatrice e fondatrice dell’associazione Futura, Clelia dice con la sua vita di un coinvolgimento della donna con la nascita, la crescita e il futuro che ha alcunché d’arcaico, di mitologico e perfino di politeistico. Ricorda le dispute delle dive olimpiche che gareggiavano esibendo una prole più numerosa o più eroica e non sdegnavano di ricorrere all’inganno pur di preservare un figlio di minor lignaggio divino rispetto al proprio, e per questo mortale, da una sorte sventurata.

Ma ricorda anche le nostre nonne o bisnonne contadine che disseminavano di gravidanze l’intera stagione della fertilità. Donne che hanno conosciuto rari cicli mestruali e rapporti sessuali di poco più numerosi, ma sono state, per molti anni, una sola cosa con la vita e col latte che, l’uno dopo l’altra, crescevano dentro di loro per far nascere e alimentare un rampollo.

E tuttavia Clelia parla anche al futuro e col suo esempio ci invita a considerare la responsabilità che da adulti abbiamo nei confronti di ogni bambino, anche di quelli che non hanno genitori e mezzi per crescere in modo decoroso. C’è un impegno nel suo insegnamento, cui non possiamo sottrarci, a essere, noi tutti, ostetriche e madri e padri. Per farlo, è necessario mettere insieme, in un nuovo e diverso ordine, quei numeri che ancora attribuiamo a culle troppo vuote qua e troppo piene là.

I bambini sono del paese dove crescono e il calcolo perché corrispondano al bilancio economico di un paese, alle esigenze imposte dal numero dei suoi futuri pensionati è inconciliabile col sentimento generoso di amarli senza condizioni, senza il ricorso a una prudenza pelosa che immagina un domani nel quale, immancabilmente, si vede rispecchiarsi il presente, ma sempre un poco più cupo. Questo realismo, che immancabilmente fallisce le previsioni su cui azzarda, è ciò di cui occorre liberarsi per ridisegnare il mondo a partire dalla nascita e dalla crescita di ogni bambino che di suo non ha una patria e una lingua, ma una vita da condividere. Questo gli appartiene e non ciò che è nostro e che vogliamo imporgli per legarlo a noi come quel bene dal quale l’avaro non vuol saperne di dividersi. Riconoscere che ogni nuovo nato è del mondo e della vita potrebbe essere l’insegnamento da guadagnare per concepire un diverso disegno in cui collocarci.

La gioia con cui Parma ha accolto, unanime, il premio attribuito a Clelia è stato il discorso più bello della giornata.

Una città può essere ripiegata su sé stessa, su un narcisismo così sedimentato da provocare risentimenti fra le fazioni contrapposte al punto da lasciare intravedere la concreta possibilità di una rovina comune. E Parma mostra da tempo questi segni inquietanti.

Ma se questa città si riconosce nella intensità di una figura che unisce il passato al futuro nel segno della nascita e dell’infanzia, qualche speranza è consentita.

 

Alessandro Bosi