Tutti conoscono la gravità del debito pubblico nazionale: incrementa lo spread, aumenta le tasse per il pagamento degli interessi, provoca la carenza di risorse per sostenere le politiche sociali e contrastare una disoccupazione drammatica soprattutto per i giovani.

Ma l’Italia ha anche un debito generazionale: poche nascite a causa di una media di circa 1,3 figli per donna da oltre 35 anni e ora pochi giovani; i ventenni, sono quasi la metà dei quarantenni e meno numerosi dei nonni. I due debiti si aggravano reciprocamente: non esistono risorse per le famiglie e i giovani; la carenza di giovani nel lavoro rende molto più complesso uscire dalla crisi con le uniche due soluzioni, aumento della produttività e degli occupati. Senza un lavoro stabile e un reddito dignitoso, per troppi giovani è diventato molto difficile formarsi una famiglia e avere figli. Il malessere demografico ha anche altre cause: i mutamenti delle strutture familiari, il ritardo nel passaggio all’età adulta, le difficoltà delle famiglie giovani e di quelle numerose, la fatica delle donne nel conciliare cura dei figli e lavoro. A differenza dei paesi europei più sviluppati, l’Italia non ha una politica per sostenere le famiglie con figli in modo adeguato, come fino ad ora non ha avuto quella per l’occupazione giovanile; inoltre una tassazione dei capitali minore di quella sul lavoro favorisce quelli che possiedono (spesso i vecchi) contro quelli che devono costruirsi la vita (i giovani). Ma solo questi possono garantire il futuro di tutti. Il presidente della CEI nel maggio 2010 affermava: ”L’Italia sta andando verso un lento suicidio demografico”. Supplendo i politici e sulla base di analisi scientifiche serie, rilanciava una politica economica a favore dell’occupazione e una politica sociale a sostegno dei giovani, diretta alla famiglia: cittadinanza sociale della famiglia; politiche esplicite e dirette sul nucleo familiare; equità sociale e fiscale verso la famiglia; sussidiarietà; solidarietà; welfare familiare sostenibile e abilitante; alleanze locali per la famiglia; monitoraggio dei provvedimenti legislativi e valutazione di impatto familiare della legislazione.

 

 

Il problema dei giovani è altresì etico: queste generazioni hanno opportunità nettamente minori dei loro genitori di un lavoro gradito e un reddito simile a quello della famiglia. I migliori, i “cervelli” o “talenti” che credono in se stessi, emigrano nei paesi dove la politica li favorisce perché utili al benessere collettivo. Altri si scoraggiano e molti non credono più in questa società; ma individuare nei loro comportamenti la causa della disoccupazione e del loro “far niente” è fuorviante e non è una soluzione. Le indagini demografiche e sociali dimostrano che l’attuale bassa fecondità, il rinvio e la rinuncia al matrimonio sono effetti non desiderati e non intenzionali dei giovani. In parte prevalente, sono dovuti a vincoli e costrizioni, tra cui i problemi economici ricoprono un ruolo importante, benché esistano problemi di cultura e di mentalità.

Anche a livello locale, la presenza di giovani e di famiglie con figli misura le prospettive di benessere di una comunità. Fino al 2008, Parma ha saputo contrastare gli effetti economici e sociali di questi “debiti nazionali”, mediante la crescita dell’occupazione e con l’immigrazione, anche se a lungo termine essa non è la soluzione se la fecondità si mantiene ai livelli attuali. Dal 2000 al 2008, in provincia di Parma i posti di lavoro sono aumentati da 180mila a 200mila, la disoccupazione è scesa ai minimi nazionali del 2-3%, l’immigrazione di giovani dalle regioni meridionali e dall’estero ha favorito la ricchezza, le risorse e le opportunità per tutti. Ma in quegli anni è stata impostata una politica urbana e di infrastrutture eccessiva, con lo scopo dichiarato di alimentare le risorse e sostenere lo sviluppo economico e demografico. Queste scelte si sono rivelate uno spreco di risorse e non hanno favorito un’occupazione stabile, come sostenevano molti più attenti ai problemi sociali. Dal 2008, in sei anni di crisi i posti di lavoro sono diminuiti con aumento di quelli precari e con redditi inferiori. Occorre comprendere che attuare i progetti approvati nei primi anni del 2000, in una fase di forte crescita dell’occupazione e dell’immigrazione, ora ha effetti deleteri sulle risorse pubbliche e private, soprattutto nell’edilizia e nel commercio. L’ultima pubblicazione ufficiale del comune dichiarava che al 1° gennaio 2013 Parma aveva 190.522 residenti, di cui 29.831 stranieri, suddivisi in 90.741 famiglie. Il controllo dovuto al censimento della popolazione del 2011 verso la fine dello scorso anno correggeva in 177.714 residenti, diventati 178.723 al 30 giugno. La previsione di 210mila residenti al 2020, riportata nel PSC del sindaco Vignali e ripresa dal nuovo Piano Strategico Comunale del sindaco Pizzarotti, è drammaticamente errata. Informazioni più dettagliate sulla composizione per età, sesso e cittadinanza saranno pubblicate forse verso aprile. Ma appare logico dedurre che questa contrazione di 12mila unità riduce soprattutto le persone in età attiva e con cittadinanza italiana. E’ la dimostrazione locale che senza la creazione di nuovi posti di lavoro qualificato e senza una politica di sostegno alle famiglie con figli, senza una forte politica per i giovani, la popolazione invecchia, diventa più povera, riduce le possibilità di ripresa.

In questo contesto, per non avere bilanci con entrate in diminuzione costante e aumento sia delle spese sia delle richieste di sostegno, i comuni devono competere tra loro per attrarre famiglie giovani con redditi medi. Parametri importanti nella scelta della residenza tra comuni limitrofi, non distanti dal posto di lavoro, sono il costo dell’abitazione, le tasse su di essa, la disponibilità di posti e la retta per il nido e l’asilo, la qualità della vita e i servizi per i figli minorenni, la sicurezza e la qualità ambientale per tutti. La città è in competizione con i comuni della corona e non pare che sia favorita. Molte scelte amministrative sono fondate su sondaggi e derivano dalle proposte dei gruppi di riferimento politico, il bacino elettorale. L’eccesso di costruzioni negli anni scorsi, l’attenzione esasperata ai problemi ambientali ora mascherano una finta razionalità e sono in realtà un calcolo utilitaristico per alcuni o una scelta chiaramente ideologica, culturalmente debole; indicano come prioritari problemi che, pure essendo reali hanno importanza secondaria; puntano a false soluzioni immediate senza pensare alle conseguenze per il futuro sociale e il governo della popolazione. Come dimostrano i loro effetti, non sono fondate sull’etica dell’interesse collettivo.

Lamberto Soliani