Pubblichiamo oggi l’articolo di Margherita Becchetti su Andrea Borri e sul suo rapporto con la cultura, in cui si accenna alla nascita de Il Borgo nel 1977.

L’intervento di Margherita Becchetti è parte di una sua più articolata ricerca, esposta in occasione del convegno dello scorso 30 novembre, al Palazzo del Governatore a Parma, promosso dalla Fondazione Borri. Ringraziamo quindi sia la Fondazione Borri, sia Margherita Becchetti per questo contributo, da cui emerge con chiarezza lo spirito che animò i fondatori de Il Borgo, e Andrea Borri in particolare, oltre 35 anni fa.

Leggendo la genesi de Il Borgo, stupisce noi per primi, che siamo continuatori di quel progetto culturale, il fatto che Il Borgo sia ancora oggi una realtà importante a Parma e che abbia resistito alle trasformazioni profonde della politica, della società, alla stessa scomparsa del suo fondatore. E questa è tuttavia la prova della lungimiranza di quel progetto, basato su valori essenziali, ma estremamente solidi, la fiducia nella democrazia, la laicità, l’etica cristiana, il confronto civile come metodo ineludibile di approfondimento e risoluzione delle problematiche complesse.

E il fatto che Il Borgo sia riuscito in questi trentacinque anni della sua storia a conservare una netta identità politica e culturale, senza mai diventare organismo satellite di un partito o di un gruppo definito di potere, ha permesso di preservarne indipendenza e autorevolezza. Un caso forse unico, certamente a Parma, ma anche in molte altre realtà locali.

Trentacinque anni fa eravamo in piena “prima repubblica”, segnata dalla contrapposizione in blocchi distinti, culturali, politici, sociali, che avevano riferimenti diretti negli schieramenti internazionali. E si abbozzavano allora i primi tentativi di dialogo tra le diverse tradizioni, quella democratico-cristiana, quella socialdemocratica e quella comunista. Il Borgo nasceva per uno spirito nuovo, animato dalla necessità di aprire spazi di confronto, che superassero gli schemi rigidi dettati dalla dialettica politica, giocata negli scontri elettorali, come nelle sedi istituzionali.

Rivista oggi, l’impostazione iniziale de Il Borgo, voluta dai suoi fondatori nel lontano 1977, appare profetica e profondamente innovativa. Tanto innovativa, che ancora oggi, agli albori, forse, di una “terza repubblica”, il confronto democratico, civile, il dialogo tra forze contrapposte sono ancora una sorta di impossibile chimera, umiliata dalla violenza dello scontro, dall’intolleranza verso il dissenso, dal disprezzo, a prescindere, degli avversari.

La politica è cambiata, i partiti di allora non esistono più, ma è attualissima l’esigenza di uscire dagli slogan elettoralistici, dalla rissa continua dei talk-show, in cui si è ridotto il teatrino della politica, per fornire risposte concrete, non ideologiche, ai bisogni di una comunità, che soffre una crisi spaventosa.

La crisi è soprattutto crisi della democrazia, e quindi della credibilità della politica. Anche Parma ne soffre, con l’aggravante degli scandali, che tendono a essere rimossi dalla coscienza collettiva con preoccupante rapidità, ma che rimangono macigni su un’intera città. Una città che fatica a darsi una classe dirigente di alto livello, che si affida all’improvvisazione dei nuovi movimenti, per sfiducia nell’organizzazione tradizionale dei partiti, i quali, per cronica debolezza, non riescono ancora a rappresentare la ricchezza di un tessuto culturale e sociale che rimane di alto profilo, ma che guarda con sospetto all’impegno politico.

In questo quadro si comprende perché a Parma la proposta metodologica de Il Borgo, che si traduce nel confronto, nell’analisi non strumentale dei problemi, nella ricerca delle soluzioni condivise, conservi tutto il suo valore e la sua efficacia.

Paolo Scarpa