Abbiamo tutti esperienza di vari tentativi di consulte, o pseudo tali, risoltisi in un nulla di fatto. Il motivo principale di questi insuccessi risiede, al di là di ogni altra considerazione, in una peculiarità del nostro territorio.

La classe dirigente che ha fatto della nostra città il territorio ricco e variegato di cui si parla ampiamente nel documento si è sempre espressa attraverso una rete informale di relazioni e contatti. Vari soggetti, che possiamo tutti identificare facilmente poiché ne abbiamo avuto o abbiamo esperienza tutt’ora, hanno sempre determinato le scelte strategiche di Parma non ricorrendo ad alcun organo “formale” ove queste decisioni potessero essere valutate e “votate” democraticamente.

 

Si tratta dell’eredità di un territorio che solo un secolo fa era caratterizzato dalla presenza di grandi proprietari terrieri e qualche coraggioso capitano d’industria ai quali faceva da contraltare l’allora crescente potere della classe operaia ed agricola.

Quel modello, basato appunto sull’informalità o sul “potere di fatto” ha funzionato per molto tempo e con risultati più che positivi, almeno fino agli anni ’80. Dagli anni ’90 si è avviato un lento declino punteggiato da alcuni grandi fallimenti, primo fra tutti quello di Parmalat.

Oggi pertanto la proposta di dar vita ad uno strumento di democrazia deliberativa per lo sviluppo socio economico di Parma rappresenta un’occasione importante per cominciare a porre un tema secondo me decisivo per il futuro di questo territorio: da una parte il ricambio necessario della classe dirigente, dall’altra la definizione di un nuovo modello di gestione delle decisioni strategiche che investono il futuro della collettività.

Sgombero il campo da un possibile fraintendimento: si tratta di un tema che non può essere affrontato in ottica squisitamente politica, considerato che se il modello del “potere informale” ha mostrato ormai i suoi limiti non è che la politica italiana abbia mostrato di saper fare qualcosa di meglio, anzi..

Si tratta piuttosto di determinare nuovi, più coesi e più autorevoli centri decisionali che sappiano coinvolgere e mettere nella condizione di agire quelle che un tempo si sarebbero definite le “persone di buona volontà”, con un occhio necessario alle competenze e all’onestà dei soggetti coinvolti.

In questo senso la vostra proposta è interessante e decisamente da portare avanti, tenendo presenti – questo è il mio modesto contributo – le riflessioni che ho appena svolto, consapevole che si tratta di pochi passaggi frammentari che spero, però, possano aver reso l’idea.

Insomma, per dirla in estrema sintesi, ben venga una consulta, ma ben venga soprattutto se fra i soggetti coinvolti c’è la consapevolezza che occorre cominciare a porre il tema di un ricambio della classe dirigente che veda tutti noi soggetti attivi di un ripensamento complessivo del modello Parma nella direzione di una reale valorizzazione delle capacità e competenze su basi democratiche e partecipative.

Roberto Ghiretti