Andrea Borri ha lasciato una corposa eredità culturale in questa città. Si pensi ad alcune delle istituzioni più prestigiose di cui oggi Parma si ammanta: gran parte di esse provengono da sue intuizioni e da una sua particolare idea di cultura.

Si pensi, per non citarne che alcune, al festival verdiano e alla Fondazione Verdi Festival, alla Fondazione Museo Guatelli o alla Scuola per l’Europa, al rilancio del Collegio europeo, ad Alma (la scuola internazionale di cucina di Colorno) o al circolo Il Borgo.

A metterle in fila, si rimane stupiti dalla lungimiranza del pensiero che le ha immaginate, e dalla constatazione di quanto, ancora oggi, Parma appartenga ad Andrea Borri. Io ne sono rimasta stupita. E allora mi sono chiesta che cosa gli abbia permesso di intuire tanto della sua città e di sviluppare una così determinata capacità di dar concretezza alle idee. Mi sono chiesta attraverso quale percorso personale abbia maturato quelle idee e con quali inclinazioni e passioni si sia rivolto, nella sua non lunghissima vita, all’esistente.

Una frase scritta dai figli mi ha fin da subito colpito: «Nostro padre non era uno che predicava. Non era di quei padri che, con una mano sulla spalla, ti insegnava come funziona il mondo e ti diceva cosa si aspettava da te. Anzi ascoltava. Voleva sapere, sempre». Mi ha colpito perché segnala all’istante l’atteggiamento che Andrea Borri aveva verso la conoscenza, la curiosità per il pensiero altrui, per il sapere, per la complessità, qualità che, tradotte sul piano culturale e intellettuale, significano spessore, visione alta e orizzonti lontani. «I suoi discorsi – cito ancora la figlia Natalia – erano sempre uno sguardo dall’alto, non riusciva a commentare un fatto in sé, era più forte di lui, doveva inquadrarlo in un’ottica più ampia. Lo prendevo in giro perché per lui c’era sempre un ma o un però, non era mai tutto bianco o tutto nero».

Da qui è iniziato il mio viaggio a ritroso nella vita di Andrea Borri e nella sua esperienza di uomo politico, sempre e fortemente ispirata alla serietà e alla preparazione dell’uomo di cultura.

Riflettendo sulle tante cose che Borri ha fatto, detto e scritto, alcuni caratteri mi sembrano dare il segno della sua idea di cosa dovesse rappresentare la cultura, a cosa e a chi dovesse servire, come dovesse essere declinata. E partire dall’ultimo Andrea Borri, il presidente della Provincia che immagino tutti voi ricordiate, può aiutare a illuminare il suo percorso.

Un presidente con l’idea che la cultura da valorizzare dovesse essere espressione del territorio – artistica, intellettuale o floklorica che fosse –, che dovesse servire al territorio, nutrirlo, arricchirlo, elevarlo. Per questo, attraverso questa dimensione locale, lui guardava sempre più in là, ad una dimensione più ampia, nazionale e internazionale. Era come se Borri si chiedesse sempre: che cosa della mia città può avere una dimensione europea, cosa di Parma può dialogare con gli altri, con l’Europa e con il mondo?

Questo modo di pensare segnò sempre il suo sguardo sulla città, e trovò una sorta di realizzazione concreta nel maggio 1977, quando su suo impulso, nacque Il Borgo, un circolo che, ancora oggi, rimane tra i più rilevanti luoghi di dibattito politico culturale in città.

Lo scandalo edilizio esploso pubblicamente in città nel 1975, l’esperienza della campagna elettorale del 1976 – quella che portò Borri in Parlamento – e la fine dell’esperienza del Consiglio comunale lasciarono in Borri, e in coloro che con lui avevano condiviso politicamente quegli eventi, l’esigenza di uno spazio di confronto in cui discutere e pensare in termini di futuro della città, in cui ridefinire un’identità culturale per elaborare e decidere sulle scelte da farsi sul piano politico. In sintesi: un luogo in cui fare politica attraverso la cultura. E, in particolare, quella cultura che faceva esplicito riferimento ai valori dell’etica cristiana senza tuttavia escludere o rifiutare contributi culturali diversi.

L’idea di Borri – e condivisa con coloro che insieme a lui lo fondarono, Albino Ivardi Ganapini, Daniela Bandini, Enore Guerra per non citarne che alcuni – fu dunque quella di dar vita a un luogo di discussione, la cui essenza doveva essere trasmessa fin dal nome stesso che il circolo poi prese. Il borgo è il luogo in cui la gente vive, si incontra, discute. Il Borgo, nelle intenzioni di Borri, doveva dunque esprimere immediatamente il sapore di una ricerca culturale, di un metodo di lavoro che non affermava solo delle idee ma che riconosceva nel confronto – anche di culture politiche diverse – lo stile di un modo di fare politica e cultura. Non casualmente, dunque, il primo dibattito pubblico che inaugurò la vita del Borgo fu un confronto – moderato dallo stesso Borri nell’aula dei Filosofi dell’Università – tra Dc e Pci sul tema della crisi economica, cui parteciparono Beniamino Andreatta ed Eugenio Peggio, allora deputato e responsabile dell’ufficio economico del Pci. E molte delle iniziative di quei primi tempi sembrarono tradurre sul piano culturale le ragioni politiche del dialogo col Pci che animavano quell’anima della Democrazia cristiana cui Borri era vicino.

Negli anni a seguire le discussioni del Borgo che Borri non solo ispirò ma cui spesso intervenne, nonostante gli impegni parlamentari lo tenessero spesso fuori città, spaziarono su questioni anche molto diverse. Certo, al centro del dibattito stavano per lo più argomenti sui quali i tempi nuovi imponevano aggiornamenti e riflessioni, come la crisi economica e le relazioni industriali (cui spesso interveniva l’amico Romano Prodi), il cammino dell’Europa, lo stato sociale, il decentramento regionale, il ruolo dei cattolici nella discussione culturale e la loro posizione intorno ad alcuni grandi temi come l’eutanasia, la famiglia, la sessualità, la scuola, la droga. Temi di interesse generale che, però, venivano spesso affrontati in relazione alla città, con una loro declinazione locale. Molto forte, infatti, rimaneva in Borri come in coloro che animavano il Borgo, l’interesse verso i problemi e la storia della società parmense: dalle condizioni della psichiatria a quelle dell’assistenza agli anziani, dalla storia del movimento cattolico – Giuseppe Micheli e don Giuseppe Cavalli soprattutto – al recupero dei luoghi storici della città.

In particolare, l’importanza dei beni culturali come risorsa produttiva è stato un tema che la riflessione de Il Borgo ha portato avanti negli anni ed è un’idea che Borri promosse anche da presidente della Provincia, tentando di declinare in un’unica direzione promozione della cultura del territorio e promozione del turismo nel territorio.

Per Borri la necessità era quella di pensare lo spazio della città non come un semplice contenitore di funzioni quanto sviluppare una discussione finalizzata alla pianificazione degli spazi, alla crescita di un’idea globale, di un modello per leggere la città e la sua cultura. In sostanza, si trattava del problema di come riportare i luoghi storici, e dunque la città del passato, ad un nuovo presente, problema cui, secondo lui, non si potevano offrire risposte solo ponendosi la domanda “che fare di questi spazi”, bisognava invece in primo luogo riconoscere il ruolo fondamentale, nell’analisi e nella proposta di progetti, dell’Università, dello studio, della ricerca. Non un riuso finalizzato al profitto economico, ma un ripensamento della città che mettesse in relazione la sua storia con la sua quotidianità. Visioni alte, che negli ultimi anni – ahimè – taluni amministratori sembrano aver perso.

Margherita Becchetti

 

Margherita Becchetti è dottore di ricerca in Storia presso l’Università di Parma e ricercatrice del Centro studi movimenti. Ha fatto parte della redazione della rivista di Storia «Zapruder. Storie in movimento». Ha pubblicato Il teatro del conflitto (Odradek 2003), L’Utopia della concretezza (Clueb 2012); Fuochi oltre il ponte. Rivolte e conflitti sociali a Parma 1868-1915 (DeriveApprodi 2013) e ha curato il testo di Nanni Balestrini, Parma 1922. Una resistenza antifascista (DeriveApprodi 2002).