Ottobre 1963: la tragedia del Vajont (quasi 2000 morti). Ottobre 2013: il dramma – anzi i drammi ripetuti – di centinaia di immigrati inghiottiti dal mare davanti a Lampedusa. Apparentemente ciò che unisce questi due terribili episodi della nostra storia è l’acqua come “colpevole” di simili catastrofi; in realtà, in entrambi i casi la responsabilità è da imputare tutta all’uomo ed al suo fare male (Vajont) o non fare (Lampedusa).

Proprio il precedente di 50 anni fa non induce ad un particolare ottimismo sul fatto che il problema degli immigrati in fuga da guerre e fame possa essere risolto celermente, nonostante le tante promesse e impegni di queste ore: se ci si pensa bene, quella sensibilità ambientale che, anche a seguito di disastri come quello del 1963, si è poco a poco sviluppata nel nostro Paese è ben lungi dall’aver portato, dopo 50 anni (!), a risultati risolutivi in termini di rispetto dell’ambiente e di sviluppo “sostenibile”. Le drammatiche vicenda dell’ILVA di Taranto e delle discariche abusive in Campania sono lì a ricordarlo e, anche guardando “a casa nostra”, non è forse vero che la stessa Amministrazione Pizzarotti è costretta ad ammettere suo malgrado che la battaglia per il “consumo zero” di suolo deve fare i conti con tanti progetti di espansione edilizia già deliberati e che non possono essere fermati se non a carissimo prezzo?

E’ chiaro, però, che un fenomeno epocale come l’emigrazione dai paesi dell’Africa e del Medio Oriente deve essere affrontato con tempi e modalità rapidi ed efficaci, pena una catastrofe umana di dimensioni inaudite. Spetta naturalmente ai politici e agli “esperti” individuare le soluzioni (che devono essere a 360 gradi, visti i tanti e differenti aspetti del problema) ma è altrettanto necessario che la cosiddetta “opinione pubblica” mantenga viva l’attenzione sul tema anche quando sarà passata l’ondata emotiva di questi giorni, svolgendo in particolare un compito che è prioritario rispetto a tutti gli altri: quello di ricordare – a chi, per calcolo o per distrazione, tende a dimenticarlo – che i migranti sono prima di tutto persone (e non clandestini, profughi, stranieri, ecc.) con tutto ciò che questo comporta in termini di diritti e di prerogative inalienabili.

E, se questa può sembrare una precisazione inutile o banale, vale forse la pena ricordare un altro anniversario, altrettanto se non più tragico, di questi giorni di ottobre: la deportazione, 70 anni fa, degli ebrei di Roma. Ebbene, la premessa e la radice di quella inaudita pagine di violenza ( e delle tante altre che segnarono gli anni del nazismo) stavano proprio nel non considerare gli ebrei – ma anche gli zingari, gli omosessuali, ecc. – “persone” a tutti gli effetti in quanto appartenenti ad un’altra “razza” (naturalmente inferiore).

“Se questo è un uomo”: valeva ad Auschwitz, vale anche a oggi a Lampedusa.

Riccardo Campanini