Nella preoccupante spirale di notizie su violenze, omicidi, aggressioni fisiche e verbali che caratterizza questi difficili giorni impressiona il venir meno, o almeno l’assottigliarsi, del confine tra la violenza “privata” e quella “pubblica”.

Da una parte, episodi come la sparatoria davanti a Palazzo Chigi, che hanno immediatamente richiamato allarmanti analogie con il terrorismo degli “anni di piombo” e i tentativi di attacco “al cuore dello Stato”, ma che in realtà (almeno per quanto si è saputo finora) trae origine da un concatenarsi di eventi negativi nella sfera familiare e privata dello sparatore. Dall’altra, i ripetuti episodi di suicidi legati a problemi di disoccupazione o altre preoccupazioni di carattere personale, che però travalicano questo ambito per diventare atti di accusa più o meno espliciti verso le istituzioni e la loro incapacità di risolvere i problemi concreti dei cittadini. Le stesse minacce ed offese indirizzate a Laura Boldrini e a Cecile Kyenge sono sì una forma – ignobile e vergognosa – di dissenso rispetto al loro ruolo istituzionale ma al tempo stesso replicano, ad un livello di visibilità più alto, quelle che subiscono ogni giorno (purtroppo non solo a parole) le donne e gli immigrati “normali”.

 

D’altronde – nel male ma (talvolta) anche nel bene – questa progressiva fusione tra la sfera personale e quella pubblica è una caratteristica dei nostri giorni, favorita da mezzi di comunicazione sempre più pervasivi e capaci di trasformare in “eventi” condivisi, e come tali criticabili e sanzionabili dall’opinione pubblica, comportamenti che un tempo sarebbero rimasti nell’ombra o considerati irrilevanti (la “famigerata” spesa all’IKEA della Finocchiaro è un caso paradigmatico di questa tendenza ma anche delle sue possibili degenerazioni). Così come, in tempi di crisi, è facile per qualcuno “metterla in politica” additando i pubblici poteri come colpevoli di fallimenti familiari o economici anziché assumersi le proprie responsabilità, con la (quasi) certezza di ottenere il sostegno istintivo di un’opinione pubblica arrabbiata e delusa.

Ma, come appunto vi è un riverbero negativo sulle istituzioni dei comportamenti “privati”, fino appunto al caso estremo della sparatoria davanti a Palazzo Chigi, così una convivenza civile migliore, più corretta e capace di trascendere gli interessi individuali, può avere effetti positivi sulle scelte della politica ai sui vari livelli. Allo stesso tempo, i comportamenti eticamente corretti ed improntati al bene comune dei rappresentanti delle istituzioni possono aiutare i cittadini a ritrovare fiducia nella possibilità di superare i drammatici problemi di oggi e di immaginare un futuro migliore.

Non è più tempo, insomma, di contrapporre il “Palazzo” alla società civile o teorizzare che i “vizi” privati diventino pubbliche “virtù”. “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”, scriveva Aldo Moro in uno dei momenti più difficili della nostra storia recente. Vale anche oggi, vale per tutti.

Riccardo Campanini